Giorno: 1 Febbraio 2019

Rivoluzionare l’Europa – non facciamo gli struzzi!

di Guido Grossi

Nascondiamo la testa!!!

È un pensiero irresponsabile quello che rifiuta di vedere le tensioni che stanno già esplodendo, in Europa, e rischiano di diventare incontrollabili.
Eppure, il seguente pensiero: “l’Unione europea non è riformabile nella sua essenza”, è un pensiero tanto ingenuo, quanto diffuso.
L’idea va messa oggi alla prova: il pensiero “unico” da cui discende, trasversale alle élite europee, è in crisi evidente.
Perché schierarci? Da una parte, gli europeisti, e dall’altra, i sovranisti. Cambiamo parole, piuttosto, per cambiare il mondo, e iniziamo a sentirci, tutti e profondamente: sia europei, che sovrani. Ed anche Italiani, cittadini del mondo, particelle infinitesimali (ma preziose) dell’Universo. Staremo meglio!
Intanto, riflettiamo per pochi secondi: nulla è immutabile, a questo mondo.
Figuriamoci se possono resistere ancora a lungo, così come sono, queste strutture prive di democrazia e di trasparenza, che pianificano il mantenimento di elevati livelli di disoccupazione e sopportano livelli vergognosi di povertà, che fondano piuttosto l’Unione europea sulla stabilità della moneta e un elevato livello di competizione! Che coprono le attività delle istituzioni con segretezza dei lavori, inviolabilità della sede, insindacabilità degli atti e immunità personale dei burocrati. Le persone non sanno.
Scelte destinate, per natura, a generare meccanicamente squilibri gravi e tensioni sociali, oramai evidenti, figlie di un presente insoddisfacente per troppi, di un futuro oscuro per tutti.
Tv e giornali che ignorano i Gilet Gialli e “l’altra faccia della democrazia” (13 morti, più di mille feriti, migliaia di arresti) oscurano quanto accade in Grecia, a Londra ed a Bruxelles, e liquidano la protesta che monta in tutta Europa con etichette inappropriate, ci invitano, di fatto, a comportarci tutti come struzzi, che mettono la testa sotto la sabbia per non vedere in faccia il pericolo in arrivo.
Memento (ricorda): se un pensiero si diffonde, è perché qualcuno lo alimenta. E sa come farlo.
C’è chi trae un beneficio enorme – e fa quindi di tutto per mantenerlo – dall’attuale configurazione delle regole europee, e si tratta di pochissime persone al mondo: i signori che governano, direttamente ed indirettamente, i mercati finanziari sopra nazionali, strutturati per favorire la concentrazione di ricchezze enormi nelle mani di pochi, potenti, cinici e irresponsabili.
Il Grande Capitale Sopra Nazionale che ha comprato le università, le accademie del pensiero sociopolitico, il sistema mediatico fatto di grandi reti televisive e giornalistiche, e che si è insediato stabilmente nelle Istituzioni dell’Unione europea, diffonde imperterrito il suo mantra:
T.I.N.E.: There Is No Alternative, Non C’è Alternativa.
Ci vogliono rassegnati, e spaventati (la paura, istintivamente, blocca).
Per tutti quelli che non si rassegnano, ci sono poi etichette superficiali e prive di fondamento, scelte per “demonizzare”: fascisti, populisti, nazionalisti, sovranisti, incompetenti.
La manipolazione delle informazioni e del consenso, è efficace. C’è uno stuolo impressionante di persone che subisce danni enormi dal sistema ma, convinto dalla “propaganda”, lo sostiene in maniera acritica.
Il conflitto si radicalizza, e la popolazione si spacca. Confesso che io stesso sono tentato, ogni tanto, di radicalizzare le posizioni. Ma mi sforzo di resistere.
C’è bisogno infatti di “tirare la testa fuori dalla sabbia”, e questa azione riguarda proprio tutti: da una parte e dall’altra.
C’è bisogno di “abilità a dare risposte” e cioè di coraggio (cuore aperto) e di responsabilità (mente lucida). Sapendo che le risposte concrete e, possibilmente, non “suicidarie” per l’umanità, non saltano fuori da un giorno all’altro dal cilindro di un mago: vanno elaborate con fatica, tempo e dedizione, dall’intelligenza collettiva; con l’impegno di molti.
Se vogliamo evitare una guerra civile che, considerata l’entità degli interessi in gioco (e non solo europei, e non solo economici), appare più probabile di quanto non si creda, è necessario che le teste pensanti del mondo rifiutino di spaccarsi in due, e si assumano la responsabilità di studiare soluzioni “vere”, che affrontino e risolvano alla radice i problemi.
Bisogna chiamare, naturalmente, anche i sostenitori del “più Europa”, alle loro responsabilità: non è sufficiente una generica allusione agli Stati Uniti d’Europa. Ce li descrivano in un dibattito pubblico, alto, aperto, costituzionale.
Di una cosa possiamo stare certi: questa Unione europea non è affatto “unita” e di certo non dura, così com’è, basata sulla competizione. Ci porta alla guerra, se non ci svegliamo. La necessità è chiara perfino alla Commissione europea, che nel suo libro bianco del 2016 prevede, oltre ai possibili “passi in avanti”, anche l’ipotesi di un sostanziale passo indietro. Lo trovi qui, il libro bianco.

Se questo è dunque lo scenario, la cosa più ragionevole (e urgente) da fare, in grado di evitare la follia, è:
cominciare ad immaginare, per poi programmare, una forma di rapporti fra le nazioni europee (e mondiali), totalmente diversa da quelle attuali.
Qualcosa in cui la parola “democrazia” si riempia di significato concreto ed in cui la Politica torni a governare il mondo, ed i mercati.
Rapporti fra Nazioni, bada bene, che ancora non sono dissolte, ma che hanno già perso gran parte dei loro elementi costitutivi, a partire dal potere di governo dell’economia, mentre non sono state sostituite da altro livello di responsabilità politica.
Occorre prendere atto di una grande verità: il potere politico (la Sovranità) non è stato “trasferito”: si è dissolto. Sacrificato sull’altare del dio mercato!
Le “Riforme Strutturali”, che sono squisitamente politiche e incidono nella carne dei rapporti sociali, non sono forse concepite e scritte nelle istituzioni finanziarie (BCE, FMI, MES), e poi imposte al simulacro della politica dietro ricatto dei mercati: “o le attui, o ti faccio fallire”?
Dobbiamo allora domandarci, con apertura ed estrema serietà:

  • quali sono le vere priorità, per gli abitanti dell’Europa e della Terra?
  • siamo venuti al mondo per competere e accumulare profitti?
  • o siamo qui per creare forme di collaborazione, e solidarietà, verso tutti?
  • quali strutture sociali, giuridiche, politiche, economiche e finanziarie sono in grado di assicurare il raggiungimento di priorità “a misura d’uomo”?
  • per soddisfare i bisogni profondi degli esseri umani, c’è davvero bisogno di un governo centrale, in Europa o nel mondo, che prende decisioni valide per tutti e le possa imporre con la forza, o c’è piuttosto bisogno di rispetto delle autonomie, seppure incorniciate in un contesto culturale condiviso?
  • non è forse sul piano della condivisione dei valori e dei principi, che va cercata una unione che oggi in realtà non esiste, prima ancora che nelle istituzioni e nel governo dell’economia?
  • esiste davvero una economia che non è, sempre e comunque, scelta politica?
  • è più importante la stabilità della moneta, o la lotta alla povertà?
  • dobbiamo far crescere il PIL, o l’educazione civica?
  • dobbiamo garantire la “governabilità”, o la democrazia?
  • dobbiamo competere, o collaborare?
  • ha senso la politica, senza etica?
  • i popoli, sono sovrani, o sudditi?
  • c’è bisogno di leader, o di una diversa partecipazione dei cittadini?
  • quale è il ruolo dell’in-formazione, dell’educazione e della cultura, in questa ricerca?
    Temi e domande, queste abbozzate, che ci riguardano proprio tutti, e molto da vicino, e sui quali manca assolutamente, nel palcoscenico mediatico, una riflessione collettiva, pubblica, profonda, impegnata, aperta, onesta, leale.
    Se non ci decidiamo ad affrontarli, con la testa infilata sotto la sabbia come siamo, mentre montano rabbia e disperazione, la via della catastrofe continuerà ad allargarsi.
    È tempo di riunire gli sforzi, allargare il cuore, affinare la mente, superare ogni rimpianto del passato e ogni paura del futuro, per costruire un presente degno, proprio per tutti.

Sostenibilità e proponibilità dei 5 scenari che si delineeranno in Europa nel biennio 2019-2020

di Antonino Galloni

Caos in europa

1.INVARIANZA DELLA SITUAZIONE ATTUALE.
Tale prima ipotesi conduce alla insostenibilita’ sociale assoluta ed alla insostenibilità finanziaria relativa.
La insostenibilità sociale dipende dall’architettura dell’euro; esso, infatti, é stato introdotto per un modello economico prevalentemente – se non esclusivamente – orientato alla ricerca di competitività.
Ma quest’ultima è stata perseguita per ottenere le conseguenze di essa: vale a dire la deflazione salariale e la compressione della domanda interna, cioé minore e peggiore occupazione (precarizzazione).
Se si fosse voluta una maggiore competitività dei mercati, infatti, si sarebbe dovuti partire dalla convergenza tributaria, non dalla moneta unica.
Nel progetto apparente dell’euro e della Unione, l’obiettivo di ciascun Paese sarebbe stato quello di far aumentare le esportazioni, anche a costo di sacrificare i salari e l’occupazione, vale a dire la domanda interna.
Ma le esportazioni di un Paese sono le importazioni di un altro; quindi, il modello scelto presuppone l’esistenza di squilibrio nella bilancia commerciale che spinge sia all’aumento della remunerazione del capitale finanziario (per attirare capitali dall’estero onde riallineare la bilancia dei pagamenti), sia a perseverare nella deflazione salariale e occupazionale.
In questo modo si ottiene un duplice effetto negativo sui conti pubblici dovuto all’aumento dei tassi di interesse sul debito pubblico da una parte e all’esigenza di aggravare la pressione fiscale sui ceti meno abbienti e più numerosi, già provati dalla deflazione.
La società, dunque, si divide tra una maggioranza che si impoverisce sempre più per effetto della deflazione, dell’aumento del carico tributario e del peggioramento dei servizi pubblici – da una parte – ed una minoranza che puo’ scaricare sulla clientela i maggiori oneri compresi gli stessi incrementi di tasse.
Non deve stupire, quindi, se tale maggioranza cerchi di esprimere, nei vari modi possibili (dalle elezioni alle proteste di piazza alla prospettiva della disobbedienza civile) il proprio disagio.
Dentro l’attuale cornice dell’euro e dell’Unione, lo scenario sociale puo’ essere definito solo come insostenibile in maniera assoluta.
Sul fronte finanziario, benché i dati disponibili siano più che allarmanti, il sistema internazionale appare ancora in grado di resistere.
Cio’ accade perché le risorse monetarie producibili dalle Banche Centrali per gestire le incredibili tossicità debitorie create dai grandissimi intermediari, non hanno limiti: é sempre possibile collateralizzare un titolo, magari allungandone la scadenza, se la Banca Centrale lo accetta a garanzia in cambio di moneta a corso legale e a « costo zero ».
Tale capitalismo ultrafinanziario ha superato la scarsità dei mezzi di pagamento; e la sua sostenibilità (relativa) si basa sul fatto che la immensa liquidità non arriva all’economia reale. Il credito bancario all’economia reale, infatti, é bloccato dalle regole vigenti e gli operatori si arrangiano con metodi alternativi; detto credito, tuttavia, sempre per le regole vigenti, é ampiamente disponibile per le operazioni speculative e la giostra continua.
Essa sarà fermata: da un cambiamento delle regole imposto dalla politica; dalla applicazione alle grandi banche dei test vigenti in concomitanza di un restrigimento della disponibilità di liquidi illimitati da parte delle Banche Centrali (ad esempio, l’allineamento della BCE sui comportamento più restrittivo della FED, atteso nella seconda parte del 2019, se Trump non la spunterà con la FED, se la Germania manterrà le posizioni previste quando sarà alla guida della BCE).
Tornando alla insostenibilità sociale, essa sarà confermata dai necessarissimi – ma mancati – superamenti del paradigma capitalistico e di quello della scarsità.
Nei comparti produttivi ad elevata redditività, infatti, la domanda di lavoro è decrescente (sempre meno addetti garantiranno i beni materiali ed i servizi ad alto valore aggiunto di cui abbiamo bisogno) ; l’aumento dei profitti sarà consistente, ma inferiore all’effetto di riduzione del PIL dovuto al calo occupazionale dove le retribuzioni possono essere più elevate e sarà anche inferiore alla necessità di investimenti tecnologici. La soluzione, almeno parziale, sarebbe la riduzione di orario di lavoro a parità di salario, ma gli stessi percettori di profitti vi si oppongono perché ne percepiscono solo l’effetto reditributivo a loro avverso. Non ne percepiscono neanche l’effetto di insostenibilità sull’economia complessiva, sicché si puo’ considerare storicamente esaurita la spinta sociale del capitalismo stesso.
Quindi, crescono solo i profitti, non l’occupazione, non il PIL, non la convenienza ad investire nella tecnolgia perché la massa di essi cresce in assoluto e all’interno del valore aggiunto o PIL, ma decresce in rapporto alla massa degli investimenti: cio’ vuol dire che, presto, lo Stato dovrà riprendere a fare investimenti non solo « strategici » ma anche industriali.
Invece, nei comparti dove l’occupazione deve crescere (servizi di cura delle persone, dell’ambiente, del patrimonio esistente) il paradigma capitalistico non puo’ essere applicato perché il fatturato – che dipende dal reddito disponibile dei cittadini – é inferiore al costo (il lavoro necessario, appunto).
Che fare, dunque?

2.I MEMBRI DELL’UNIONE EUROPEA SI METTONO D’ACCORDO PER RIFORMARE LE REGOLE OVVERO ABBANDONARE L’EURO.
Scenario molto teorico, visti gli interessi di chi ha continuato a prosperare alle spalle degli altri consociati. Ma, almeno, allettante se si dovesse raggiungere consapevolezza di un modello economico sostenibile, vale a dire caratterizzato dal comune obiettivo di sostituire importazioni ovvero favorire le economie locali restituendo alla crescita della domanda interna il suo fondamentale ruolo di traino.
Le elezioni europee di fine maggio 2019 ci diranno qualcosa al proposito…ma, per ora, tale scenario appare il più improbabile.

3.ESPLOSIONE OVVERO IMPLOSIONE DEL SISTEMA DELL’EURO.
Meno improbabile appare tale terzo scenario, soprattutto alla luce dell’analisi iniziale; in tale caso occorre dotarsi – o, meglio, essersi dotati tempestivamente di un “Piano B” in grado di relizzare in tempi e modi accettabili un ritorno improvviso alla valuta nazionale.

4.GRANDE PAESE CHE LASCIA.
Premesso che l’abbandono di Italia, Francia o Germania porterebbe quasi sicuramente al crollo dell’euro, tale ipotesi, oggi, sembrerebbe più probabile per quest’ultima. Infatti, la Germania ha già capitalizzato tutti i vantaggi della situazione e, adesso, avrebbe più ragioni di guardare verso la Russia, soprattutto se l’Unione Europea dovesse continuare a manifestare una scarsa indipendenza internazionale dagli USA.
Ma gli USA vorrebbero uno sfaldamento della UE ? O, piuttosto, temono un allargamento dell’Europa – ma non certo di questa UE – alla Russia ?

5.UNA SOLUZIONE PARALLELA.
Sebbene un qualsiasi tipo di abbandono dell’euro non ponga più problemi di quanti ne risolverebbe (purché, ad esempio, nel caso italiano, si tornasse almeno alla situazione precedente il 1981, non certo a quella del 2001), prevale, nell’opinione pubblica, il disagio per un programma di immediato e diretto ritorno alla valuta nazionale.
Vi sono, invece, molte buone ragioni per proporre una soluzione più pratica e di facile applicazione: vale a dire l’introduzione di una valuta parallela statale, a sola circolazione nazionale, non convertibile, ma a corso legale, con cui sarebbe possile, soprattutto, pagare le tasse; essa non é contemplata e, quindi, nemmeno proibita, dal Trattato di Lisbona dove si parla, appunto, di banconote e non di statonote.
La competenza sottratta alle banche nazionali per essere attribuita alla BCE, infatti, riguarda la sola « moneta a debito », non la sovranità monetaria dello Stato che puo’ essere o non essere esercitata per sola volontà amministrativo-politica interna.
Il vantaggio di tale soluzione é che un’immissione di tali mezzi di pagamento per una percentuale moderata del PIL (non superiore al 3 % di esso perchè il resto sarebbe credito bancario) avrebbe il duplice vantaggio di consentire spese pubbliche necessarie (come le assunzioni nella pubblica amministrazione) senza aggravare disavanzi o debito: infatti tali risorse – a costo zero – avrebbero lo stesso segno algebrico delle tasse e si sommerebbero ad esse controbilanciando il livello della spesa.

6.CONCLUSIONI.
Atteso che l’intera impalcatura dell’Unione risulta in crisi – come evidenziano anche le tensioni tra Italia e Francia dall’ « affaire Gheddafi » ai Gilet Gialli – persino di più del capitalismo ultrafinanziario internazionale (considerate le luci dei Paesi emergenti come Cina, India, ecc.): bisognerebbe cercare convergenza su un « programma minimo » non massimo (come le parole d’ordine giuste ma divisive « fuori dall’Unione, fuori dall’euro »). Esso può trovare il primo e fondamentale elemento di coagulo nel superamento del paradigma capitalistico (in crisi) della scarsità attraverso la introduzione di una valuta parallela, a corso legale solo nazionale, non convertibile, capace di fornire mezzi ad una spesa pubblica – per occupazione ed investimenti necessari – senza creare ulteriore debito.

Modesta proposta al Governo italiano

di Maurizio Blondet

Popoli europei attendono

È interesse sommo del Governo italiano, del popolo italiano, e di tutti i popoli europei, affrontare di petto e nel profondo il tema delle riforme delle regole di convivenza in Europa. Tutti sanno quanto siano necessarie, nessuno entra nel merito!
Per questo chiedo a Giuseppe Conte, Capo del Governo, ed ai suoi vice, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, di aprire formalmente il dialogo sull’argomento, al livello che merita.
Il professor Paolo Savona è ministro degli Affari Europei. Ha espresso chiaramente e dottamente la necessità che l’Unione Europea sia riformata. Organizzi con i fondi e l’egida del ministero, ed il patrocinio del Governo intero, un convegno internazionale sull’euro, l’Europa e le riforme di cui abbisogna.
Ci sono una notevole quantità di economisti di fama internazionale che possono essere invitati a discutere. Personalità che i media italiani fanno finta di non conoscere, e che perciò il pubblico italiano non conosce.
Una breve scorsa su internet basta a identificarne una mezza dozzina.
Ashoka Mody, economista, Princeton, ha scritto un saggio “Eurotragedy”, pubblicato dalla Oxford University Press. I esprime con humour molto british su blog e articoli che compaiono sul Financial Times.
Adam Tooze, laurea alla London School of Economics, docente di storia dell’economia alla Columbia University, ha scritto un saggio (“Lo Schianto”, Mondadori) dove critica lucidamente e radicalmente il sistema del capitalismo terminale globale. E’ intervenuto nel dibattito sul deficit di bilancio italiano, dicendo che il braccio di ferro che la Commissione UE ha ingaggiato col governo populista “potrebbe scatenare una crisi finanziaria che porterebbe all’Italexit e alla fine della UE”.
Paul De Grauwe, docente di economia monetaria alla London School of Economics, già senatore, già assistente economico del presidente della Commissione UE Manuel Barroso, già economista al Fondo Monetario e alla Banca Centrale Europea – insomma un curriculum perfettamente istituzionale, niente che lo faccia assomigliare ad un economista selvaggio – ma da sempre spiega le tesi per le quali Borghi è stato schernito e sputacchiato: ossia che una banca centrale può annullare il debito pubblico quando vuole, e che gli economisti tedeschi che strillano che hanno paura che la BCE “fallisca” se compra troppo debito italiano (o spagnolo, o greco) sono degli ignoranti, che attribuiscono a una banca di emissione gli stessi limiti che ha una banca privata.
https://www.maurizioblondet.it/perche-la-bce-puo-cancellare-250-miliardi-e-chi-lo-nega-e-ignorante-o-in-malafede/
Emmanuel Todd, il grande antropologo, demografo e storico francese, credo non abbia bisogno di presentazioni: basti dire che previde il collasso dell’URSS in un famoso libro, La Chute Finale, già nel 1976. Oggi esprime critiche definitive sulla UE e si è dichiarato a favore dell’uscita della Francia dall’euro e del recupero della sovranità nazionale.
Jacques Sapir, economista, accademico, da anni propugna la “de mondializzazione” e l’uscita dall’euro, seguita da una svalutazione del 25% e dal controllo sui capitali. Il 10 novembre 2018, invitato da Bagnai, è intervenuto al convegno “Euro, mercati, democrazia – Sovrano sarà lei!” “, tenutosi a Montesilvano (Pescara), con un ottimo successo. Merita maggior visibilità.
Chi aggiungere agli invitati? Posso pensare ai tedeschi H. W. Sinn e Clemens Fuest, i capi dell’IFO Institut, che hanno almeno una consapevolezza (al di là della propaganda, che ha fatto credere ai cittadini tedeschi che loro stanno pagando per i debiti greci e italiani) delle storture e imperfezioni letali che un euro moneta comune “a metà” comporta per l’insieme delle economie.
http://vocidallagermania.blogspot.com/2018/11/la-tragedia-italiana-secondo-hans.html
Sarebbe bello organizzare con loro un convegno europeo per appurare quale sia la vera natura del Target 2, il misterioso ircocervo da 900 miliardi, che i tedeschi dicono che è un loro credito e nostro debito, che dobbiamo restituire, ma a cui mancano i connotati di un debito: non frutta interessi e non ha scadenza. Fuest e Sinn sembrano non troppo lontani dall’idea di una uscita ordinata dall’euro, consensuale, europea: sarebbe essenziale invitarli, ascoltarli e rispondere loro, per il professor Savona, per Nino Galloni, Borghi, Bagnai – e Sapir.
Questo sarebbe un vero esempio di civiltà europea.
E perché no, Stiglitz, il Nobel? E Varoufakis? Quest’ultimo si è espresso in termini offensivi contro il governo italiano, ha perfino incitato Mattarella a rovesciarlo: però è un testimone prezioso delle storture dell’euro e dei metodi “di tortura” (l’espressione è di Juncker) che ha subito nella sua carne nelle trattative con cui la UE ha devastato la Grecia per salvare le banche tedesche e francesi che al piccolo paese hanno prestato troppo e incautamente.
Lui, come Stiglitz, hanno in odio il governo italiano che vedono come “fascista”. Ma sono anch’essi critici della UE, dell’euro e dell’ordoliberismo. Così come sono a favore di una “riforma dell’Europa”, a parole, tutti gli oppositori italiani al governo giallo-verde, che hanno fatto il tifo perché i “mercati” lo punissero e facessero fallire il governo e l’Italia.
Sono anche loro d’accordo i piddini, i berlusconiani, i giornalisti, gli economisti bocconiani, che la UE va “riformata”. Quella che non ci hanno fatto sapere è in che cosa, per loro, devono consistere “le riforme” e dove si differenziano da quelle che ha elaborato il professor Savona.
https://www.startmag.it/mondo/trattati-europei-paolo-savona/
Perché in realtà, se scavo nella memoria, non ricordo da parte del PD analisi più solida di quella, famosa, di Bersani: “L’Europa sì, ma non così”. Vorrebbero per favore sviscerare il “non così”? Ah, è vero, hanno anche Lucrezia Reichlin, che scrive sul Corriere, vuol salvare l’euro a tutti i costi – e si è appena dimessa da vicepresidente di Carige. Vabbé, si inviti anche lei. In contradditorio con Ashoka Mody o Emmanuel Todd, o il professor Sinn, però.
Il punto è questo: che l’Italia prenda la guida intellettuale del dibattito sulle riforme dell’euro, e della UE, invitando chiunque ha qualcosa da dire e contatti nel potere politico, con lo scopo precipuo di arrivare ad una definizione di tali “riforme” – una definizione il più possibile condivisa e realizzabile concretamente. Al di là delle chiacchiere e al disopra degli insulti che riducono l’istanza populista e sovranista a “proto fascismo”, e ai colpi bassi degli “europeisti” che incitano i mercati a colpirci e Bruxelles a punirci – unire le menti accademiche “per fare qualcosa insieme” e suggerire soluzioni realistiche ai governi rispettivi.
SE posso osare, questo appuntamento dovrebbe essere ricorrente, e diventare una specie di “Davos per cambiare l’Europa”. Qualcosa di prestigioso che i media non possano tacere e far passare in secondo piano, qualcosa con cui aprano i tg della sera, qualcosa alle cui conferenze-stampa partecipino i “grandi media”. Ché il grande pubblico impari a conoscere gli accademici internazionali, con i titoli e fama adeguata, e le loro critiche allo status quo europeista. Magari anche per far vedere al presidente Mattarella che non esiste solo Mario Draghi, e che sull’Europa si deve “mercanteggiare”, mica è diritto divino.
La sede? Quella giusta sarebbe Roma-EUR con le sue architetture rappresentative. Ma per non costringere i prestigiosi ospiti di fama internazionale a scavalcare le montagne di spazzatura romana, che presto sommergeranno la capitale come una Pompei, sarà opportuno pensare ad altre sedi. Perché non la Sardegna, professor Savona? Un panorama più affascinante di quello di Davos, in una delle zone splendide liberate dalle servitù militari. In che stato sono le installazioni della Maddalena che Berlusconi fece approntare per quel G 8 del 2009 che doveva essere il suo trionfo d’immagine?… Ah, se ho detto una cosa sbagliata, mi scuso.

traduzione dell’intervento di Jacques Sapir,
la Commissione potrebbe pagare un prezzo altissimo per il suo tentativo di piegare il governo giallo-verde: potrebbe forse ottenere una vittoria temporanea, ma la conseguenza sarebbe un riposizionamento della politica italiana su linee ancora più populiste e nazionaliste, oppure potrebbe arrivare a scatenare una crisi finanziaria che porterebbe all’Italexit e alla fine della UE. Se Bruxelles non ha nulla di meglio da offrire che il rispetto della disciplina dell’eurozona, e se per farla rispettare da un paese grande come l’Italia non ha altro mezzo che i mercati, o si piega ad un compromesso che salvi la faccia a tutti o rischia una vittoria di Pirro. Dal New York Times.