Giorno: 5 Febbraio 2019

L’evoluzione storica delle norme e dei trattati, sono in linea con la nostra Costituzione?

di Filippo Abbate

Suggerimento di lettura

L’art. 47 della Costituzione “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito” ha radici storiche profonde e sancisce il legame tra Repubblica e cittadini, risparmio e banche, credito e imprese.
Prima della Legge bancaria del 1926 le banche rispondevano al diritto comune, senza avere controlli e limiti sulle partecipazioni azionarie nelle imprese, senza cioèseparazione dell’attività bancaria dai rischi propri delle imprese, con possibile esposizione a crisi di solvibilità. Lo scenario mondiale dal 1920 al 1933 è proprio caratterizzato da depressione economica e da numerosi salvataggi bancari.L’Italia non ne rimane indenne e a risanamento del suo sistema bancario interviene il Regio Decreto Legge 12 marzo 1936 XIV, n. 375, noto come seconda legge bancaria.
L’aspetto determinante di tale legge, oltre all’istituzione della separazione tra aziende di credito a breve termine e istituti di credito di medio-lungo termine,è quello di aver posto le basi per l’intervento dello Stato nell’attuazione della difesa del risparmio e del controllo del credito, attraverso l’istituzione di un Ispettorato, guidato dal Governatore della Banca d’Italia – avente natura di ente pubblico – e controllato politicamente da un Comitato di Ministri. Un’ architettura che consentiva al Governo di esercitare il suo naturale potere di politica economica, a difesa del risparmio. Perché ciò è importante?Da un lato si affermava la natura pubblicistica del credito con la nascita di istituti di credito di diritto pubblico e banche di interesse nazionale;dall’altro il risparmio veniva considerato valore da difendere. Nella Carta Costituzionale lo Stato riceverà il compito di incoraggiare e tutelare il risparmio, favorendone e salvaguardandone l’accumulazione, indipendentemente dalle crisi congiunturali economiche in atto, perché il risparmio è un bene di interesse generale, e come tale, dovrà essere tutelato sempre, proteggendo i risparmiatori a beneficio della società.
Ma se i padri costituenti recepirono integralmente le linee guida della legge bancaria del ’36, il Testo Unico Bancario (Decreto legislativo 1° settembre 1993 n.385), recepirà successivamente le direttive comunitarie suggellando il percorso di trasformazione in società per azioni degli istituti di diritto pubblico e delle casse di risparmio (introdotto con la legge Amato 218/1990). L’attività bancaria diventa attività d’impresa privata, allontanandosi dal concetto di esercizio pubblicistico del credito, recepito nella seconda parte dell’art. 47 della Costituzione. Allo stesso tempo, viene eliminata la distinzione tra aziende di credito ordinario e istituti di credito speciale, consentendo l’esercizio congiunto del credito commerciale a breve e del finanziamento a lungo termine.Le banche possono esercitare sia attività bancaria tradizionale, sia attività di intermediazione finanziaria; si aprono le frontiere; il sistema bancario italiano si trasforma gradualmente; nasce la BCE. Siamo nel 1998, le banche dei Paesi dell’Euro Zona sono banche commerciali che si rivolgono alla BCE per ricevere prestiti. La BCE controlla dunque l’offerta di moneta e l’inflazione. I suoi compiti istituzionali sono gestire l’euro e definire e attuare la politica economica e monetaria dell’Unione Europea. Sotto un’unica parola d’ordine: mantenere la stabilità dei prezzi (favorendo la crescita e l’occupazione, in secondo ordine).
Chi poteva immaginare poi che il 1° gennaio 2016, la Direttiva Europea BRRD, conosciuta come Direttiva sul Bail-in, avrebbe consentito di ricapitalizzare una banca in difficoltà con le risorse dei risparmiatori? L’intento originario di tale norma comunitaria voleva essere salvaguardare la fiducia nel sistema economico, ma di fatto, il risultato è opposto: i costi dei salvataggi bancari coinvolgono i risparmiatori, ribaltando totalmente il dettato costituzionale dell’art. 47.
Chiediamoci allora: l’evoluzione storica delle norme che ha recepito le indicazioni e direttive europee, è oggi in linea con la nostra Costituzione?

Moneta Fiscale per rimettere in moto l’economia

di Marco Cattaneo

Vignetta di Costantino Rover
www.economiaspiegatafacile.it

Il nuovo governo M5S – Lega deve affrontare con la massima determinazione i gravissimi problemi che affliggono l’economia italiana. Nonostante nel 2017 abbia fatto registrare una crescita dell’1,5%, il PIL reale (corretto per l’inflazione) è stato ancora inferiore di 100 miliardi ai livelli del 2007 – dieci anni prima! E i segnali attuali sono di rallentamento.
Le persone in povertà assoluta hanno raggiunto i cinque milioni (da 1,7 nel 2007). Solo tassi di crescita ben più sostenuti possono avviare una vera ripresa dell’occupazione e delle condizioni economico-sociali di vasti segmenti della popolazione.
Una situazione irrisolvibile? non sulla base della proposta elaborata da un gruppo di ricercatori, tra cui l’autore del presente articolo – Marco Cattaneo – insieme tra gli altri a Biagio Bossone, Massimo Costa e Stefano Sylos Labini.
Si tratta di introdurre un nuovo strumento finanziario, i Certificati di Credito Fiscale (CCF): titoli da assegnare gratuitamente a una pluralità di soggetti – lavoratori, aziende, pensionati, disoccupati, fornitori del settore pubblico.
Un CCF permette di ridurre pagamenti futuri dovuti alla pubblica amministrazione, per qualsiasi causale (tasse, imposte, contributi, tariffe, ticket sanitari). In pratica sono diritti a sconti fiscali futuri.
Il titolare può monetizzarli in anticipo: un CCF emesso oggi, e utilizzabile come sconto fiscale a partire (ad esempio) dal 2020, ha valore fin da subito. E’ infatti negoziabile e trasferibile, e avrà un prezzo di mercato pari al valore facciale (lo sconto fiscale usufruibile alla scadenza) al netto di un modesto fattore di attualizzazione che incorpora l’effetto del differimento.
Molto probabilmente, si diffonderà anche l’utilizzo diretto dei CCF come corrispettivo di compravendite di beni e servizi. I CCF costituiscono una vera e propria forma di “Moneta Fiscale”, integrativa rispetto all’euro.
Peraltro, non essendo una moneta ad accettazione obbligatoria (ma negoziata e transata liberamente dalle parti, su base volontaria) i CCF non ledono il monopolio della BCE. L’euro rimane la moneta legale e l’unità di conto per i bilanci pubblici e privati.
Emissioni di CCF che crescono gradualmente fino a 100 miliardi annui nel giro di tre anni possono produrre una forte ripresa del PIL, a ritmi intorno al 3% annuo.
La crescita inoltre aumenta il gettito fiscale lordo, compensando gli sconti ottenuti, a scadenza, dai titolari dei CCF. Il maggior denominatore riduce il rapporto debito pubblico/PIL, e la differenza tra spese e incassi pubblici annui (in euro) cala a zero.
Le assegnazioni di CCF andranno, inoltre, in parte alle aziende, in funzione dei costi di lavoro sostenuti. Questo riduce il costo del lavoro effettivo, migliora la competitività ed evita che la ripresa squilibri i saldi commerciali esteri: la maggiore competitività consentirà alle aziende di esportare di più e di guadagnare quote di mercato interno nei confronti della concorrenza estera, compensando le maggiori importazioni dovute alla ripresa.
Si raggiungono così anche le finalità del Fiscal Compact. L’Eurosistema prevede che la BCE garantisca i debiti pubblici purché ogni paese s’impegni al pareggio di bilancio e a ridurre il rapporto debito/PIL. In pratica la BCE garantisce gli attuali livelli di debito, purché non si incrementino.
Ma i CCF non sono debito da rimborsare. Lo stato emittente si impegna solo ad accettarli a riduzione di pagamenti futuri. Nessuna garanzia è richiesta alla BCE: il valore dei CCF è assicurato dall’impegno di accettazione dello Stato.
Tutto ciò risolve le attuali disfunzioni dell’Eurosistema senza rompere la moneta unica, e senza che l’Italia debba chiedere maggiori garanzie o sostegni finanziari a nessuno. Non è necessaria la revisione di alcun trattato. L’Italia si rimette in moto semplicemente riassorbendo la disoccupazione e quindi utilizzando l’enorme potenziale inespresso della sua economia.

La Costituzione Economica: un tema di nuovo attuale

di Luigi Pecchioli

Vignetta di Costantino Rover
www.economispiegatafacile.it

Quello che sta accadendo nel panorama politico e culturale italiano, con la rinascita di un pensiero meno direttamente “europeista” e più agganciato all’interesse nazionale, visto come prerequisito per potersi parlare successivamente di uno sviluppo di un corretto e sano europeismo, sta portando a riscoprire quella parte della Costituzione, diciamo meno “frequentata” ultimamente dai commentatori, ovvero quella dei diritti sociali.
Il tema del lavoro è stato toccato da riforme come il Jobs Act, ma non si è mai discusso se questa norma trovasse o meno legittimità nel dettato degli artt. 35 e 36 Cost.. Per un periodo si è ventilata una riforma dell’art. 41 Cost., in senso più “liberista” e si è tirato in ballo, vagamente e spesso a sproposito, l’art. 47 Cost. per giustificare riforme bancarie imbarazzanti dal punto di vista giuridico e per i risultati pratici, come il “bail in” o la nuova sorveglianza bancaria, ma nessuno degli articoli citati è stato veramente analizzato per mettere sotto osservazione da un punto di vista sistematico quanto il Governo, su impulso UE, stava attuando. Il crollo di consensi della sinistra, dettato anche e soprattutto da queste politiche che hanno impoverito le persone e tolto loro diritti e welfare, ed il sorgere recente di una corrente “sovranista” ed euroscettica all’interno della Lega, permette di riprendere oggi l’approfondimento di quel fondamentale problema il cui esame è stato interrotto troppo bruscamente in nome di un “Europe first”: i Trattati europei, che sono portatori di una visione macroeconomica liberista-hayekiana, possono integrarsi senza sforzo coll’ impianto della nostra Carta?
Non è questa la sede per dare una risposta, ma da qui può nascere un dibattito fra studiosi ed economisti che potrebbe essere ospitato in questa rivista e che permetterebbe di precisare il perimetro ed il contenuto di questioni fondamentali, come i limiti del diritto ad intraprendere, il lavoro come dignità, lo Stato “agente” in campo economico, il welfare ed il progetto di reddito universale e tanti altri. La base per la discussione a mio avviso è data dalle seguenti considerazioni: la nostra Costituzione è frutto di tre grandi correnti di pensiero: quella liberale, quella della Dottrina sociale della Chiesa, e quella socialista, ma sarebbe un errore pensare che la Carta sia una specie di “compromesso” fra queste posizioni, o peggio, una concessione fatta dai “deboli” democristiani ai comunisti, per paura di agitazioni sociali: le sue proclamazioni di principio, come spiega Mortati nelle “Considerazioni sui mancati adempimenti costituzionali”, “…risultano, se considerate nel loro nucleo essenziale, espressione univoca e coerente, in ogni loro parte, della volontà della grande maggioranza dell’Assemblea” ed in nota precisa “… Se alla concezione cristiana si voglia ricondurre il profondo motivo espresso dalla Costituzione essa deve essere intesa in un largo senso, non collegandola all’origine storica ed all’elaborazione dogmatica… Calata nella realtà di oggi quella concezione trova la sua più autentica espressione negli ideali del socialismo. Ed è a questa realtà che la nostra costituzione ha voluto adeguarsi.”. Nella costituzione c.d. “economica”, ovvero gli articoli dal 35 al 47 raccolti nel titolo III, questa influenza socialista è palese e si estrinseca, come afferma Federico Caffè, nel recepimento del modello economico keynesiano, nel nome dell’intervento statale a sostegno della domanda aggregata e dell’obiettivo del pieno impiego.
Questa è la chiave di lettura a mio avviso imprescindibile per iniziare un serio dibattito.