Giorno: 8 Febbraio 2019

Tutta colpa del colonialismo?

di Ilaria Bifarini

E’ stato stimato che, dalla metà degli anni Novanta, circa sessanta paesi in via di sviluppo siano diventati più poveri in termini di reddito pro-capite rispetto a quindici anni prima e in alcuni casi a venticinque anni prima. Il continente africano annovera i paesi con i più alti livelli di disuguaglianza al mondo, in cui il divario tra la popolazione che vive in uno stato di miseria e una ristretta fascia d’élite dedita al lusso è abissale. Il settore dell’agricoltura, da cui dipendono le condizioni di vita delle fasce più deboli, mostra continui segnali di degrado, dovuti anche a un uso spregiudicato delle terre da parte degli investitori stranieri.
E’ la famosa “maledizione” della ricchezza di risorse, che sembra condannare il Continente Nero a un eterno stato di miseria, o è il prodotto, nonché la colonna portante, del modello di sfruttamento economico globale?
Le multinazionali europee e statunitensi, subito dopo la concessione dell’indipendenza ai paesi africani dagli ex imperi coloniali, si sono stabilite nel continente per fare profitti sostenendo il progetto neocolonialista che, con il tempo, si è rivelato disastroso. Gli effetti sono risultati fallimentari non solo dal punto di vista economico: la congiuntura politica africana del periodo post coloniale è stata, infatti, animata da continui colpi di stato, dittature sanguinarie e repubbliche presidenziali criminali. Basti pensare a Bokassa nella Repubblica Centrafricana, a Mugabe in Zimbabwe, Dada in Uganda, Seko nell’ex-Zaire solo per fare alcuni esempi.
Il capitalismo occidentale ha immediatamente riconquistato l’Africa, attraverso alleanze strategiche con i gruppi oligarchici dei paesi che sono diventati i custodi dei progetti e degli interessi dei grandi poteri economici internazionali, collaborando in prima linea alla realizzazione del disegno neoliberista. Quello che in passato era stato inflitto attraverso il colonialismo e la schiavitù, adesso viene imposto dal potere delle multinazionali e dalle politiche economiche di organismi economici internazionali.
Le istituzioni preposte allo sviluppo, come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, esercitano il diritto di fissare la programmazione economica dei paesi riceventi, attraverso la presenza in loco di consulenti e di esperti e di imporre provvedimenti monetari e fiscali, particolarmente austeri, per correggere la crisi delle bilance dei pagamenti. Essi impongono una serie di misure, che vanno sotto il nome di “aggiustamenti strutturali”, finalizzate alla riduzione del debito estero dei paesi emergenti, con pesanti ripercussioni sullo sviluppo dei consumi e sulla crescita del mercato interno.
La povertà endemica dell’Africa muove un giro di affari vasto e redditizio, mettendo in circolo flussi finanziari miliardari in tutto il pianeta. Nonostante milioni di individui continuino a morire per malattie e denutrizione, i loro governi sono costretti a pagare miliardi di dollari ogni anno per adempiere agli interessi sul debito contratto con le organizzazioni finanziarie internazionali. Si stima che per ogni dollaro preso in prestito se ne paghino tredici.
Allo stesso tempo le multinazionali incrementano i loro profitti attraverso l’approvvigionamento di risorse e manodopera a bassissimo costo e favoriscono l’arricchimento e la corruzione delle élite locali; l’industria delle armi prospera con il dilagare di conflitti locali legati a spartizioni mai chiarite e una frotta di giornalisti, cooperanti e umanitari incentrano il loro lavoro su testimonianze il più delle volte preconcette e poco veritiere.
E’ il business della miseria e della sofferenza, la linfa vitale del modello economico neoliberista, che da tempo ha sperimentato nei paesi poveri quegli stessi metodi di depauperamento della popolazione che ha iniziato poi ad attuare presso le stesse popolazioni dell’Occidente, da cui il modello ha origine.
Negli ultimi anni i contributi a tale chiave di lettura della realtà sono divenuti sempre più numerosi, a cominciare dalla critica alla politica degli aiuti e della cooperazione allo sviluppo da parte di studiosi, economisti e attivisti, molti dei quali africani. Le politiche economiche del Fondo Monetario e della Banca mondiale trovano, infatti, sempre più dissenso a seguito del manifesto fallimento riscontrato negli obiettivi di sviluppo.
Per comprendere le ragioni dell’immutabile sottosviluppo del continente africano, che causa ogni giorno migliaia di vittime umane, è necessario uscire dalla trappola semplicistica degli schemi del passato e dei luoghi comuni. Anziché riversare tutte le responsabilità politiche ed economiche sulle antiche potenze coloniali, che di certo non furono poche, occorre ripercorrere la storia economica postcoloniale e analizzare perché in Africa le politiche di aiuto allo sviluppo non siano riuscite a creare le premesse per la nascita di un’industria locale, una popolazione alfabetizzata, un governo basato sui principi della sovranità nazionale e della democrazia, un’economia in definitiva in grado di svilupparsi autonomamente sfruttando le immense ricchezze del continente.

(tratto da “I coloni dell’austerity. Africa, neoliberismo e migrazioni di massa”, pubblicazione indipendente, 2018)

Libertà e informazione

di Claudio Messora

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Viviamo nella migliore delle società possibili? Il progresso è sinonimo di miglioramento? Abbiamo più
libertà oggi di quante non ne avessimo in passato? Sono domande alle quali la sensibilità comune tende a
dare risposte scontate: oggi siamo finalmente liberi, le grandi democrazie occidentali garantiscono i nostri
diritti fondamentali, concorriamo alla vita pubblica attraverso libere elezioni e così via. Di contro,
guardiamo al passato con un misto di sollievo e timore: che fortuna non essere vissuti ai tempi dei faraoni,
o nell’antica Roma, o nel Medioevo! Certo, le condizioni della nostra esistenza sembrano migliorate,
almeno a giudicare dall’allungamento dell’aspettativa di vita. La medicina ha fatto passi da gigante, la
tecnologia anche di più. Ma siamo più felici oggi di quanto non lo fossimo qualche secolo addietro? Questa
è la domanda fondamentale: qual è l’obiettivo della nostra esistenza? Avere 23 gradi in casa tutto l’anno,
rinchiusi il più a lungo possibile in una prigione dorata, o vivere serenamente, in armonia con il creato e con
la nostra specie, il tempo che ci è stato regalato su questa Terra? A ben vedere, tutte le domande in
apertura di questo articolo possono essere messe in discussione. Siamo sicuri, ad esempio, di vivere in una
democrazia compiuta? Winston Churcill, nel 1947, disse che la democrazia è la peggior forma di governo,
ad eccezione di tutte la altre. Sta di fatto che alla base di una democrazia ci sono i diritti politici, i quali si
fondano a loro volta sulla libertà di scelta dei cittadini, che prende corpo nel diritto di voto, che poi a sua
volta deve sostanziarsi in una concreta attuazione dei programmi che hanno ottenuto una maggioranza.
Tutto il castello crollerebbe se la scelta che esprimiamo alle urne non fosse libera. E quand’è che si sceglie
liberamente? Quando si hanno tutte le informazioni utili a formulare un giudizio. Tutto nella nostra vita è
informazione, sin dai tempi in cui i primi uomini, per sopravvivere, dovevano sapere con precisione dove
sarebbero passati i branchi di bisonti, perché se avessero avuto informazioni sbagliate sarebbero morti di
inedia. Allo stesso modo l’uomo moderno occidentale deve conoscere quante più informazioni possibili sul
suo paese, sulle istituzioni che lo amministrano, sugli uomini che le presiedono, su quelli che si candidano a
sostituirli, sui problemi che affliggono l’economia, il lavoro, l’ambiente, le politiche sociali, la salute e su
come risolverli. Se queste informazioni fossero manipolate, per la convenienza dei pochi a discapito dei
molti, allora la scelta sarebbe falsata, teleguidata, sbagliata, illusoria, dannosa. Però, da Heisenberg in poi
sappiamo che non esiste informazione senza manipolazione: l’osservatore cambia ciò che sta guardando, e
dunque quello che racconta non è altro che la sua personale rappresentazione della realtà. Forse non esiste
una verità assoluta, dunque, ma tante verità che rappresentano le angolazioni parziali dalle quali si guarda
il mondo. Così come la luce bianca, tuttavia, è composta da tutte le frequenze luminose sommate le une
alle altre, la migliore approssimazione della verità allora non può che passare attraverso la pluralità delle
fonti di informazione. Non a caso l’articolo 21 della nostra Costituzione garantisce la libertà di pensiero e di
parola, cioè la libertà di espressione che si deve ad ogni singola opinione. E da dove passano tutte le nostre
informazioni, oggi? Sono “plurali”? Per lungo tempo ci siamo informati attraverso un medium piramidale,
verticistico, appannaggio di pochi, da subire passivamente: la televisione, veicolo elettivo della propaganda.
La televisione ha sostituito quello che per gli antichi greci era l’Olimpo, e gli opinionisti dei talk show hanno
preso il posto delle divinità. Dopo la costituzione dei grandi network televisivi, dalla metà del secolo scorso
in poi, non siamo stati mai liberi. Se allora ci ponessimo di nuovo la domanda iniziale, “abbiamo più libertà
oggi di quante non ne avessimo in passato?”, forse dovremmo convenire che rispetto ad altre epoche
storiche, dove la comunicazione tra le persone era diretta, oggi viviamo in una immensa caverna di Platone
controllata da chi ha idonei mezzi finanziari, e che questo ci rende tutti molto poco liberi di scegliere. Certo,
da qualche anno è arrivata internet, la più grande rivoluzione dell’informazione dopo Gutenberg, ma i
tentativi di infiltrarla e censurarla sono innumerevoli e molto insidiosi. Sta ad ognuno di noi rivendicare e
difendere la pluralità delle fonti e, soprattutto, avocare a sé il diritto incomprimibile di ragionare fuori dagli
schemi, secondo il nostro insindacabile giudizio. Ogni volta che ci viene detto che non siamo in grado di
capire, che dobbiamo fidarci di altri – non importa chi lo dice – quello è il momento invece di chiedere
spiegazioni, di studiare e di compiere ricerche personali, perché siamo di fronte al chiaro, inequivocabile
segnale di un padrone in cerca di schiavi. E gli schiavi no, non sono liberi.