Giorno: 11 Febbraio 2019

Cum grano salis

di Guido Grossi

Vignetta di Marco Fusi

Sono almeno quarant’anni che ci siamo distratti dalla gestione della cosa pubblica, (noi italiani, ma non solo), apertamente invitati ad “andare al mare” ed a “lasciar fare ai mercati”. Dopo la caduta del muro di Berlino, poi, “ce lo ha chiesto l’Europa”. Salivano le borse, il credito arrivava facile, aprivano sfavillanti supermercati a propinarci, con prezzi accessibili, i nuovi gadget tecnologici e meraviglie da tutto il mondo. Le televisioni private, mentre ci ammaliavano con la pubblicità di prodotti a portata di portafoglio, ci facevano eccitare abbattendo, assieme al senso del pudore ed al rispetto per la verità, vari tabù moralistici (spogliando le donne in TV). In quel tempo, tutti potevano andare in vacanza all’estero, più o meno comodamente. E chi non poteva ancora permetterselo, mentre sfogliava il National Geografic, si impegnava a diventare “più competitivo”, per meritarsi quel premio. La meritocrazia, il bello della competizione, il bello della diretta, ci venivano raccontati un po’ dal “Grande Fratello”, un po’ dai talk show: quel tipo di trasmissione televisiva dentro la quale la politica diventa, letteralmente: “rappresentazione (show) della chiacchiera (talk)”. Fra uno scandalo e l’altro, da “mani pulite” alle leggi “ad personam” fatte per mettere a tacere i problemi giudiziari di vari personaggi politici, abbiamo perso il senso dello Stato, il rispetto per la “res pubblica” (la cosa di tutti noi) e della legalità. Quest’ultimo, affogato nelle leggi illeggibili, che nessuno è più in grado di individuare e capire, e sempre più lontane dal disegno della nostra Costituzione (fate un esperimento di persona per verificare, che aiuta a capire e a ricordare: sparate un numero a caso da 1 a 200 (xxx), poi un altro da 1 a 18 (yy), e poi cercate su internet la legge, o il decreto, o il regolamento, che risulta dalla combinazione di quei numeri: xxx/yy, e ci raccontate cosa avete capito. Fatelo, vi prego).
Negli ultimi due anni, per varie ragioni, l’interesse verso la politica si sta risvegliando. Anche perché è diventato evidente, a tutti, che la politica, i mercati e l’Europa, entrano prepotentemente a sconvolgere le nostre vite, molto di più di quanto non avremmo mai potuto immaginare, e lo fa, direi, in senso sorprendentemente negativo per tutti (salvo rarissime eccezioni, che si sono arricchite eccessivamente, e meriterebbero uno studio approfondito).
Il processo di risveglio collettivo sembra procedere più per lo stimolo di vari “stregoni del web”, che per un sano invito alla riflessione da parte del mondo accademico o di quei giornali e TV che sono un po’ troppo appiattiti sugli interessi della pubblicità che gli dà da mangiare, per poter essere sinceri. La pubblicità (e chi la paga), lo sappiamo, è ben contenta di lasciare le cose come stanno, dato che il messaggio pubblicitario è tanto più efficace, quanto più mirato ad un cervello della maturità di circa tredici anni.
Il mondo s’è fatto complicato, nel frattempo, e abbiamo l’illusione di non capirci più nulla: globalizzazione, trattati internazionali che qualcuno vorrebbe mettere al posto della Costituzione, organismi sopra nazionali privati che giudicano la politica e ne impediscono lo svolgimento, interessi geopolitici ed economici che scatenano improbabili “guerre di pace”, e maree di persone che scappano da casa per finire in avventure da incubo. L’intreccio fra mercati e politica, su tutti i piani, rende oggettivamente complicato capire come fare a fare l’unica cosa che va fatta: tornare, tutti, a occuparsi in prima persona della gestione della cosa pubblica: tutti, per sforzarsi di capire, molti, per proporre e per fare. Ma insieme.
Una cosa è certa, e chiunque la può riconoscere senza difficoltà, semplicemente guardandosi intorno: i mercati, i professori, i tecnici, assecondati dai vari “salvatori della patria” che li hanno osannati, e salvatori non erano, insomma, tutti quelli da cui ci siamo lasciati guidare in questi decenni, hanno fatto il loro tempo: hanno, oggettivamente, fallito.
È tempo di responsabilità condivise.
Questo, d’altronde, è il senso vero della democrazia, fatta di “cultura della cosa pubblica”, e di partecipazione diffusa. Attenzione: la partecipazione attiva del popolo al processo di comprensione dei problemi e di elaborazione della proposta politica, vale di più di mille meravigliosi articoli di Costituzione! Abbiamo la più bella del mondo, infatti, ma, siccome ci siamo distratti, e abbiamo smesso di partecipare, dimenticandoci di mettere tutto il nostro impegno personale, per attuarla, stiamo rischiando di perderla. Negli anni sessanta e settanta tutti si interessavano di politica e, al di là dei diversi schieramenti, e degli schiaffi che volavano, tutti avevano a cuore il bene della comunità, e rispettavano le opinioni degli “avversari politici”! Andremo avanti.
Allora, con pazienza, in questa rubrica dal titolo “Le cose da fare, cum grano salis”, ci ripromettiamo di affrontare un tema ogni mese, da capire e approfondire.
Proponiamo uno studio dei problemi “politici”, affrontato con il linguaggio più semplice possibile, alla portata di tutti, e delle possibili soluzioni. Non salveremo il mondo, con le nostre proposte. Ma non è affatto escluso che la riflessione comune, lanciata in uno spazio materiale e virtuale esteso, dove oggi le idee non solo viaggiano velocemente, ma si arricchiscono della elaborazione di tantissime teste pensanti, connesse, che vedono le cose da punti di vista diversi, alla luce di esperienze diverse, possano stimolare una nuova coscienza collettiva, in grado di individuare soluzioni che rispondono, guarda un po’, agli interessi diffusi, anziché agli interessi del gruppo ristretto di specialisti che, in questi decenni, ha governato il mondo arricchendosi sulle spalle degli altri.
Quando parlo di “nostre proposte”, non sto usando un plurale maiestatis. Penso invece allo spazio online di “Sovranità Popolare” nel quale, dal giorno dopo in cui è stampata la rivista cartacea, tutti sono invitati ad interagire e collaborare, per rendere sia l’analisi che le proposte sempre migliori, più ragionate, più solide, più adatte ai bisogni di tutti. È una sfida importante, che punta molto sulla crescente maturità che il dialogo su internet sta dimostrando in questi ultimi mesi, dove attacchi personali e polemiche sterili – che pure persistono – stentano ad alimentare la polemica, che è sempre inutile, e lasciano sempre più spazio all’ascolto, ed alla ricerca seria di soluzioni ragionevoli, buone per tutti. Nessuno ha tutta la verità. Ognuno di noi ne ha un pezzetto. E non solo questa rubrica, ma tutto il progetto editoriale è dedicato al dialogo costruttivo, quello che ci consente di mettere insieme i vari pezzetti, alla ricerca di una verità comune e più grande. Al dialogo, all’ascolto, alla collaborazione, ci possiamo educare.
Possiamo farlo liberamente, senza conflitti di interessi, perché non “dipendiamo” da nessuno, tranne che dal popolo dei lettori editori, che sceglie, con responsabilità, di partecipare. Per diventare, finalmente, sovrano.
Non esiste bacchetta magica per trovare soluzioni (ancora). Poi un giorno l’Umanità scoprirà di avere poteri divini.
Nel frattempo, procediamo con ordine: prima si eliminano gli ostacoli sul cammino, che impediscono perfino di pensare e proporre; poi cominciamo a domandarci: “ma cos’è che ci rende felici?”; poi studieremo, tutti insieme, cosa fare in concreto per incamminarci sulla strada per la felicità. I tempi, sono maturi.
Nel prossimo numero parleremo di banche, domandandoci: “a cosa serve una banca messa al servizio della comunità, e perché una banca privata non è adatta a raggiungere certi scopi”. Ci confronteremo con i paesi esteri, dentro l’Unione europea, che mentre ci invitano a privatizzare quello che resta della nostra finanza, custodiscono gelosamente importanti soggetti bancari pubblici, che fanno letteralmente la differenza, nelle strategie di politica economica, rispetto a noi che, in Italia, quelle politiche le abbiamo delegate interamente ai mercati privati, ed ai loro entusiasti sostenitori.

Moneta parallela, diritto sovrano

di Nicoletta Forcheri

Una moneta parallela non denominata in euro, chiamata “buono”, emessa da Tesoro ed enti pubblici, oppure da CDP, dalle Poste – che già emettono i « valori bollati » – o da banche cooperative pubbliche, non a corso legale ma facoltativa, emessa seguendo determinati criteri precisi che rientrino nell’ambito degli aiuti sociali e/o di emergenze d’integrità territoriale, che serva come strumento di pagamento, oltre che di beni e servizi per: la sanità, le multe, il canone, i servizi dello Stato e o dei Comuni laddove ci sia ancora un servizio pubblico e altre tasse che non siano nel circuito per il pagamento del debito pubblico.
Distribuita agli indigenti, per integrare il reddito pro capite fino a 1050 euro al mese – come del resto è previsto (l’esborso ma non la disponibilità!) sul nostro territorio per i candidati all’asilo secondo le Convenzioni internazionali e il rispetto dei diritti dell’uomo che prevedono il vitto, l’alloggio e la sanità per tutti, e conformemente ai principi enunciati dalla Costituzione (artt. 2, 3, 32, 42) che prevedono pari dignità per tutti, uguali davanti alla legge.
Distribuita per le opere pubbliche di messa in sicurezza e di ricostruzione post-terremoti, e le altre calamità, che sono emergenza nazionale, che rientrano nell’integrità territoriale e nella sicurezza nazionale di ogni singolo Stato, contemplate dai Trattati UE per i casi di calamità naturale in cui il trattato UE prevede la solidarietà degli altri Stati membri e il rispetto delle funzioni essenziali dello Stato (mantenimento dell’ordine pubblico, salvaguardia dell’integrità territoriale, tutela della sicurezza nazionale), contabilizzata come diciamo noi (cfr. Moneta far-falla, N. Forcheri).
Ebbene a moneta siffatta, non chiamata moneta ma “buono di acquisto”, NESSUNO IN EUROPA CI POTRA’ DIRE NIENTE.
Tale buono di acquisto naturalmente potrà essere digitalmente creato dal “nulla”, come quello delle banche; oppure su carta, come i biglietti di Stato, o meglio su carta di pagamento, ma sarà sempre calibrato a determinati scopi, esattamente come i buoni di acquisto dei supermercati calibrati su una percentuale dei loro prodotti in vendita, basta che sin dall’inizio nella contabilità si veda che tali buoni, prima dell’emissione:
siano di proprietà dei cittadini (quindi nella colonna dell’Avere dello stato patrimoniale dell’ente emittente, nella forma di debito nei confronti dei cittadini a cui sono destinati); siano non titolo non debito, quindi valori di cassa (res patrimoniali fungibili), quindi nella colonna del Dare dello stato patrimoniale alla voce 10 « Cassa e disponibilità liquide » e spesi successivamente in aiuto agli indigenti (per integrare il reddito di tutti a 1050 euro al mese), ricostruzione post-terremoto (messa in sicurezza, ricostruzione e costruzione case) e per tutte le emergenze del paese: scuola, sanità, PMI ecc.
A chi dichiara che le due misure essenziali da effettuare siano la separazione tra banche d’affari e commerciali, nazionalizzazione di Banca d’Italia rispondo che non sono le due uniche misure per uscire dallo stallo economico, benché essenziali, poiché secondo la mia opinione, e come indicato persino da KPMG Islanda in Money Issuance di Settembre 2016, la misura fondamentale è la separazione tra funzione monetaria e funzione creditizia. Peccato però che la soluzione proposta da KPMG lasci del tutto impregiudicato l’impianto truffaldino del sistema monetario mondiale che attraverso una contabilità non fedele alla realtà non farebbe altro che trasferire il potere monetario intatto alle BC e a chi le controlla.
La vera soluzione per uscire dal DEBITO plurisecolare che attanaglia l’umanità e dal marasma economico attuale che ci porta alla guerra è separare la funzione monetaria – pubblica – dalla la funzione creditizia, nella contabilità, definendo la moneta “cassa” – cash e non cambiale – IOU- , e segnarla come proprietà dei cittadini, all’emissione, e del portatore, nella fattispecie. Ciò presuppone le seguenti cose:

  1. la separazione contabile dell’atto di creazione monetaria dall’atto creditizio o di altra transazione, segnando nella cassa la moneta creata e come flusso di cassa in entrata nel rendiconto finanziario, proveniente dai cittadini, creatori del valore monetario. Ogni essere umano con la sua vita è colui a partire dal quale nasce il valore, e verso il quale va questo valore d’uso monetario, in quanto ne è il legittimo fruitore e dovrebbe essere il titolare del diritto di proprietà patrimoniale che esso comporta, per convenzione;
  2. la segregazione dei depositi dal bilancio bancario, non più segnati al passivo dello stato patrimoniale della banca, ma facendoli fuoriuscire VERAMENTE dalla cassa, segnati come le cassette di sicurezza fuori dal bilancio della banca e all’attivo di cassa del cliente. Ciò eviterebbe l’attuazione dell’articolo 1834 del codice civile che attribuisce la proprietà dei depositi alla banca.
    Ho spiegato tutto questo nella mia relazione Far-falla, mentre sopra ho indicato come, appunto per uscire dalla morsa della finanza, tale moneta parallela sia più auspicabile denominarla in unità immaginaria che non in euro, rendendola accettabile per quegli introiti fiscali e quei servizi IN HOUSE, ancora in mano a e gestiti dagli enti pubblici e segnando tale moneta, come non titolo e come dovuta ai cittadini, senza alcuna perdita né guadagno per l’ente pubblico se non l’aiuto ai suoi cittadini.
    Tale moneta, FACOLTATIVA, si chiamerebbe BUONO sulla falsariga della normativa che consente ai supermercati di emettere assegni di acquisto dei loro prodotti (da approfondire), ma sarebbe non in euro – sia pur con un valore iniziale 1 a 1 all’emissione – alla stregua della normativa inesistente sulle monete private bitcoin e criptovalute.
    Non sarebbe coperta da euro né sarebbe convertibile in euro. Un giro diverso e SEPARATO, dalla cattiva moneta euro. Sarebbe denominata in una moneta immaginaria di esclusiva proprietà del paese Italia, del suo popolo e del suo Tesoro/cassa delegato dai cittadini sovrani ad emetterla. Ciò consentirebbe di creare un GIRO alternativo alla moneta euro, senza apparentemente intaccare il GIRO EURO, e non offrirebbe alcuna sponda, o meno sponde, per gli appigli della speculazione finanziaria.
    Del resto approvo la moneta fiscale di Stefano Sylos Labini e di Marco Cattaneo, Massimo Costa e Biagio Bossone, sconto fiscale in euro, che nel sistema attuale, nell’attuale paradigma, rimane il migliore progetto in circolazione, ma la nostra analisi del sistema monetario attuale, ci porta in realtà a dovere immettere nel dibattito intellettuale e politico il virus del cambio di paradigma, da moneta-liability (passività) a moneta “res” diritto reale di proprietà – conformemente alla concezione implicita nel Codice civile, derivante dal diritto romano. O moneta cassa.
    Se fossimo davvero sovrani o se pensassimo di contare qualcosa nei consessi geopolitici, beh non avremmo neanche accettato le IAS – le norme contabili internazionali che ci sono da qualche anno imposte senza alcun dibattito parlamentare – in quanto incompatibili con il concetto di moneta del Codice Civile.
    Non siamo noi ad avere inventato la carta moneta, la banconota-e la partita doppia? Cosa aspettiamo per ritirare fuori i nostri geni?