Demenza digitale: l’arma silenziosa del neoliberismo?

Cosa significa essere nativi digitali

Le ricerche in campo neuroscientifico sembrano parlar chiaro, almeno a chi ancora ha orecchie per sentire, e lo fanno ormai da più di vent’anni. Sta nascendo, nella culla delle prossime generazioni, l’effetto di una nuova ominazione, un nuovo homo digitalis, dalle caratteristiche sorprendenti, ridefinite dal mainstream, non raramente, come nuove capacità di essere “globali”. Ma andiamo con ordine: definiamo demenza digitale la perdita di intelligenza cognitiva di un individuo (memoria, attenzione focalizzata, concentrazione, etc.), causata da utilizzo costante e massivo di strumenti digitali (in ordine decrescente di importanza: smartphone, tablet, laptop, desktop). Ma, e qui sta il punto, tale esposizione alla radiazione digitale scatena i suoi effetti più profondi a condizione che essa avvenga particolarmente nella fase di costruzione cerebrale dell’individuo e con effetti via via più consistenti. A testimoniare, tristemente, questa rapida degenerazione delle capacità di lettura, di scrittura manuale, di comprensione dei testi e delle regole logiche di base (identità, non contraddizione, terzo escluso), sono principalmente i professori di Matematica e Fisica, Lettere e discipline che richiedono un certo grado di astrazione concettuale (Scienze Umane, Filosofia, in parte Storia). Manfred Spitzer,  direttore medico presso la  Clinica di Psichiatria e Psicoterapia e fondatore del Centro di Neuroscienze e Apprendimento dell’Università di Ulma, Germania, ci avverte da anni, tra attacchi, polemiche e tentativi di neutralizzazione dei dati scientifici ormai da tempo ampiamente disponibili: la massa cerebrale ha bisogno di costante esposizione agli stimoli più diversi, perché è “neuroplastica”. È, cioè, un continuo cantiere di ponti, strade, passaggi, che si rinnovano, si atrofizzano, e si intrecciano nella complessa rete dei percorsi sinaptici. Il cervello è come una enorme collina innevata, sulla quale le esperienze somatosensoriali (toccare, odorare, etc), cinestetiche e sensomotorie (muoversi nello spazio), visuali e uditive, imprimono plastiche tracce “sciistiche”. Queste sono come le scale della scuola di Harry Potter: mentre le sali cambiano destinazione, aprono e chiudono porte, creano nuovi percorsi e ne ostruiscono di vecchi. Tale complessità garantisce velocità associativa, capacità di rappresentazione, di comprensione di oggetti mentali complessi, mantenimento del focus attenzionale, capacità mnestica (memoria di lavoro e di allocazione), abilità linguistiche di vario genere, capacità di concentrazione a medio raggio e molte altre abilità che formano una mente pensante ad alto potenziale. Tutto questo, però, va costruito da piccoli, come nella musica. Il corpo di un undicenne si adatta bene ad uno strumento musicale: si “deforma” assumendo, con le correzioni del maestro, le giuste posture. Per un trentenne, invece, iniziare da zero è un problema: manca la necessaria plasticità funzionale di un corpo già deformato dalle vecchie abitudini. Questo, nelle neuroscienze, è il principio della “riserva cognitiva”: il danno da esposizione è inversamente proporzionale allo sviluppo evolutivo, che corrisponde ad un determinato livello di “neuralizzazione”. In parole povere: più sei avanzato nella costruzione del tuo encefalo (e quindi già dotato di una buona rete) meno l’esposizione ti danneggerà, perché hai avuto tempo di edificare e strutturare bene il cervello. Il mainstream, al contrario, passa il seguente ragionamento: per essere “competenti” nel digitale devi cominciare presto. Spitzer ci offre una divertente metafora: sostituiamo “competenza digitale” con “competenza alcolica”: per diventare competenti nel bere, seguendo il ragionamento, non dovremmo forse cominciare a somministrare a un bambino modiche ma costanti quantità di alcol? Le conseguenze cirrotiche sarebbero le stesse che i neuroscienziati oggi constatano, purtroppo, sugli adolescenti ad alta e precoce esposizione al digitale (sudcoreani al primo posto). Un disastro cognitivo certificato, insomma. Occorre, dunque, farsi alcune buone domande su cosa veramente significhi essere “nativi digitali” e su quali capacità tali nativi hanno effettivamente sviluppato. E quali sono? Assistiamo a un degrado del pensiero in profondità, della capacità di elaborazione personale e, al contrario, constatiamo navigazione “in superficie” attraverso gli  ipertesti, scarso controllo degli obiettivi, stili di ricerca casuale, modelli mentali multitasking, cioè dispersivi, scarso controllo delle fonti, elaborazione copia e incolla (non memorizzo il contenuto ma solo la sua allocazione nei dispositivi: informazioni a portata immediata, quindi perché impararle?), connessione e sincronizzazione dati continue (con effetti di sindrome da astinenza simili a quelli delle dipendenze più note)… e queste sono solo alcune conseguenze in uno solo degli aspetti della cognizione. Cui prodest hoc?

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