Alle radici dell’Europa

Identità, identitarismo e multiculturalità

Le ondate migratorie, importando rappresentazioni altre del mondo e della società, e i nazionalismi, dimenticando le radici comuni, stanno mettendo in discussione quell’identità collettiva europea che si è manifestata nella cultura della ceramica cordata, dell’ascia da combattimento e della sepoltura singola e si fonda sul retaggio dell’ideologia tripartita delle funzioni giuridico-sacrale, guerriera e produttiva, elementi culturali propri dei popoli di stirpe indoeuropea.

Quando si parla di popoli di stirpe indoeuropea non si sta facendo una differenza di razza, in quanto a livello umano le razze non esistono, ma di etnia, cioè di comunità caratterizzate da omogeneità di lingua, cultura, tradizioni e memorie storiche, stanziate tradizionalmente su un determinato territorio. Emerge infatti dall’intreccio degli studi di linguistica comparata e archeologia in relazione con i dati provenienti da antropologia ed etnografia e in congiunzione con la sintesi operata da G. Dumézil tra mitologia comparata e indagine storica che gli indoeuropei erano una vera e propria unità etnica di cui è possibile tracciare un profilo, localizzabile oltre che in Europa anche in Iran e nell’India settentrionale, che vede riflettersi nella totalità dei fatti sociali la tripartizione funzionale che caratterizza il corpus delle loro mitologie.

Guardando alle culture dei popoli non indoeuropei che non sono stati esposti alla loro influenza, Dumézil ha messo in luce che in nessuna di esse, sia che si trattasse di organizzazioni indifferenziate di nomadi che di organizzazioni teocratiche di popoli sedentari, si è potuta riscontrare una struttura sociale che rispondesse in maniera funzionale alle tre esigenze fondamentali di un popolo, cioè a essere governato, difeso e nutrito. Per individuare invece quanto l’ideologia tripartita sia stata pervasiva nella cultura europea basta guardare alle teorizzazioni etiche e politiche di Platone e al Diritto Romano.

Senza sottovalutare il ruolo del Cristianesimo nel preservare le radici greco-romane non solo nel senso più materiale, dato che i codici degli autori antichi sono stati copiati nei monasteri, ma per il suo contributo alla crescita della mentalità razionale, fondamento dell’individualismo europeo e occidentale, non si può non concordare con D. Sabbatucci che in “Lo stato come conquista culturale” osserva“non c’è stata la cristianizzazione di Roma, ma c’è stata la romanizzazione del cristianesimo”.

L’opera di romanizzazione del cristianesimo operata dall’imperatore Costantino per utilizzarlo come instrumentum regni, non si limitò all’armonizzazione delle festività cristiane con quelle romane separandole nettamente da quelle ebraiche, ma diede il via al compromesso tra la visione tripartita indoeuropea e quella giudaica, che porterà nel secondo Concilio Ecumenico di Costantinopoli all’implementazione del dogma trinitario per cui il dio unico degli ebrei è diventato un dio “in tre persone”. 

Nonostante l’opera di sincretizzazione, il Cristianesimo, che ai tempi di Costantino contava non più del 10% di aderenti nella popolazione dell’impero e che nel 380 d.C. Teodosio proclamò religione di Stato definendo al contempo i non cristiani come “ripugnanti, eretici, stupidi e ciechi”, impiegò secoli per diffondersi in Europa con un lento, costante e spesso violento processo che debellò l’antica fede assimilando i suoi seguaci. La definizione dei non cristiani data da Teodosio è esplicativa della problematica insita nel rapportarsi a culture altre utilizzando le proprie categorie concettuali come metro valoriale. Problematica quanto mai attuale nell’Europa contemporanea in cui il processo d’integrazione sembra svolgersi all’insegna di un multiculturalismo ideologico, espressione di una volontà politica che, pur basandosi sulla rivendicazione e la ricerca del riconoscimento delle differenze e affermando la pari dignità delle singole identità culturali, non è supportata da scelte normative volte all’individuazione di un modello di convivenza coerente con il principio della distinzione tra sacro e profano vigente nelle democrazie occidentali, enunciato nel diritto romano nel sistema di opposizioni espresso dalla relazione publicus sta a privatus come sacer sta a profanus e vergato dal dettame evangelico “date a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare”.

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