Omicidio Andy Rocchelli processo d’Appello il 29 settembre a Milano

Lo Stato ucraino proverà a ribaltare la sentenza di primo grado

Kiev febbraio 2014 Piazza Indipendenza, la protesta pacifica si muove verso il palazzo del gorverno e si trasforma in guerriglia urbana, sono una parte di Ucraina che vuol sentirsi europea e un’altra che guarda a Mosca.

A maggio prima le milizie irregolari e poi l’esercito ucraino concentrano armamenti ed uomini nella regione del Donbass, un’ area di giacimenti di carbone dove le radici sovietiche sono ancora vive. Si apre un nuovo fronte segnato dalla ferrovia alle porte della città di Sloviansk: da un lato c’è una fabbrica di ceramiche dove sono trincerati i cittadini di Sloviansk; dall’altro, appostata sulla collina del Karachun, la guarda nazionale ucraina sostenuta anche da miliziani irregolari.
Andy Rocchelli, Andrej Mironov e William Roguelon, sono li per scattare delle foto. Improvvisamente diventano un bersaglio e per 30 lunghissimi minuti vengono colpiti da una serie di colpi di mortaio, uno dopo l’altro, confrequenza di 10 secondi, un colpo raggiunge ed uccide Rocchelli e Mironov. Roguelon, che ha ripreso quegli istanti in un video, riesce a sopravvivere. E’ lui uno dei testimoni dell’agguato.

Pavia 2016 il giovane pm Andrea Zanoncelli sta per chiedere l’archiviazione dell’inchiesta, ma

i ROS (Carabinieri) ricostruisce la dinamica dell’agguato sotto la collina del Karachun e individua uno dei presunti responsabili: Vitaly Markiv, cittadino italiano, oggi, sergente della guarda nazionale ucraina, cresciuto nelle Marche.

Markiv viene arrestato in Italia nel 2017. Il militare, nel suo telefono-tablet conserva foto e video scattati da quella collina, prove importanti per le indagini. Ma dove sono le ultime foto scattate da Andy Rocchelli prima di morire?

Dopo quasi tre anni gli amici e colleghi di Cesura Lab ritrovano le ultime foto scattate da Andy Rocchelli al Karachun. Queste foto, la testimonianza di William Roguelon, le intercettazioni telefoniche e ambientali, e il materiale sequestrato all’arrivo in Italia sono gli elementi nelle mani dell’accusa contro Vitaly Markiv.

Il processo inizia nel 2018 e si trasforma in uno scontro diplomatico tra Italia e Ucraina. Per Kiev, Markiv è un eroe.

Luglio 2019 secondo la Corte d’Assiste di Pavia, il giorno dell’uccisione di Rocchelli, il 24 maggio 2014 (il fotoreporter stava documentando le sofferenze della popolazione del Donbass in Ucraina, Markiv era al comando della milizia che sparò dalla collina Karachun, di fronte alla città di Sloviansk e condanna, in primo grado a 24 anni di carcere, il sergente italo-ucraino, per aver sparato sui giornalisti e averne indicato la posizione ai superiori della milizia perché li centrassero con il mortaio.

La tesi dell’accusa

La Corte di Assise di Pavia (presieduta da Anna Maria Gatto) ha riconosciuto anche l’aggravante della crudeltà: “Markiv avrebbe agito deliberatamente contro persone inermi, durante un attacco condotto con aggiustamento progressivo del tiro” Secondo le motivazioni della sentenza fu proprio Markiv, con il suo fucile, un Ak74 con mirino di precisione, a dare le indicazioni alla batteria dei mortai, sulla collina, per bersagliare il taxi sul quale viaggiava il gruppo di reporter. La convinzione dei giudici, quindi, è che da parte di Markiv e degli altri militari vi fosse la piena consapevolezza che stavano sparando contro civili disarmati.

La difesa

Una ricostruzione contestata dagli avvocati di Markiv e per l’appello del 29 settembre sperano che la Corte di Assise di Appello di Milano, accolga la richiesta di rinnovazione dell’istruttoria, per lo svolgimento di un sopralluogo sul luogo dell’agguato. «Non è mai stata fatta una ricognizione dei luoghi, come da noi chiesto – spiega l’avvocato Rapetti –. Nel ricorso ribadiamo che in Ucraina in quella data era in corso un conflitto a fuoco.

L’Ucraina

Il ministro dell’Interno ucraino, durante una conferenza a Kiev ha spiegato – purtroppo i funzionari degli organi di Polizia italiani non sono venuti in Ucraina neanche una volta e non hanno visitato il posto dove è morto il fotoreporter, così l’istruttoria non è stata effettuata in modo completo».

Le autorità di Kiev hanno dichiarato che i soldati ucraini «in quel periodo, in quel posto, erano armati soltanto con armi di tiro teso (cannoni)», mentre «il giornalista è stato ferito mortalmente con pezzi di proiettili di mortaio». Inoltre, secondo gli investigatori ucraini, «il fatto più importante che è stato stabilito è che la distanza alla quale si trovava in servizio Vitaly Markiv e il luogo di morte di Rocchelli e Mironov rappresenta un chilometro e 760 metri».

Il 29 settembre a Milano inizierà il processo d’Appello e gli avvocati della famiglia Rocchelli, Emanuele Tambuscio e Alessandra Ballerini, hanno ottenuto la citazione a giudizio dello stato ucraino attraverso l’ambasciatore a Roma, «in qualità di responsabile civile» dell’omicidio per la violazione degli obblighi delle parti in conflitto e dei doveri nei confronti dei civili.

Lo stato ucraino, insieme ai fan nazionalisti di Markiv, proverà, con ogni mezzo possibile, a ribaltare la sentenza di primo grado.

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