Le Tasse

A cosa servono realmente le tasse

di Andrea Tosetto

Nell’immaginario collettivo, le tasse sono viste come un flagello dal quale sarebbe bello poter sfuggire per poter sopravvivere. In parte questo punto di vista è condivisibile, tanto più, quando la percentuale di tassazione arriva a livelli così importanti da erodere, in pratica, tutto il margine operativo di un’azienda.

Ma le tasse a cosa servono?.

Secondo la narrativa corrente, in linea con il pensiero liberista, le tasse servono per coprire le spese correnti di uno stato. Se si avesse modo di intervistare tutti i cittadini di uno stato, forse un 90% e più, confermerebbe questo punto di vista.

Con questo articolo cercheremo, invece, di dimostrare che questa è una menzogna perpetrata da governanti, spesso “ignoranti” delle vere utilità delle Tasse. Governanti che sono stati formati da scuole di pensiero allineate a quanto teorizzato da economisti del calibro, a titolo di esempio, di Milton Fiedman, Harry Dexter White e altri.

Governanti che, come Margaret Thatcher, impostarono il loro mandato con l’idea che prima si raccolgono i soldi e poi si fanno le spese ( TepS – Tasse e Prestiti prima delle Spese) considerando uno stato come una famiglia e dimenticando che uno stato ha il potere di creare moneta mentre la famiglia ha solo la possibilità di usare la moneta. Da questo viene il motto che uno stato sovrano non finirà mai i soldi.

Ma allora se le tasse non servono per raccogliere i soldi da spendere successivamente per le spese di uno stato, a cosa servono?

Le Tasse, al di là di come sono percepite, sono un istituto molto importante. E’ proprio grazie a loro che una moneta diventa “La moneta” di uno stato. Per comprendere il concetto prendo a prestito un racconto letto recentemente su un libro, dove una persona facoltosa voleva insegnare ai propri figli la partecipazione ai lavori di casa. Istituì, per questo, la regola che prevedeva un compenso in biglietti da visita del padre, per ogni lavoro fatto nel mese. La cosa non ebbe successo perchè il biglietto da visita del padre non aveva alcun valore per i figli. Modificò allora la regola dichiarando che chi non partecipava ai lavori casalinghi, non avrebbe avuto in compenso alcun biglietto da visita. Senza questi compensi non avrebbero potuto “ripagarsi” la possibilità di uscire o di guardare la TV. Aveva imposto la sua moneta. In effetti il biglietto da visita, in sè, non ha alcun valore, ma il fatto di obbligare l’utilizzo di quello strumento per avere l’utilizzo della TV o la possibilità di uscire, di fatto ha dato valore al Biglietto da visita.

Lo stesso vale per lo Stato. Non avendo alcun limite di stampare moneta, potrebbe benissimo fare a meno delle Tasse. Ma il fatto di imporle e di esigere che il pagamento venga fatto con la propria moneta, obbliga i cittadini a usare quella moneta e a darsi da fare per guadagnare il denaro sufficiente per pagare le Tasse.

Oltre a essere lo strumento per imporre la moneta ” a corso legale”, le tasse hanno anche altri motivi di esistere. Uno fra tutti è il controllo dell’inflazione. Ascoltando i teorici liberali, il motivo per cui uno Stato non dovrebbe fare una politica espansiva, cioè spendere più di quanto incassa, è il pericolo che si possa verificare un eccesso di inflazione. Questa teoria non è completamente errata, ma si verifica, nella maggior parte dei casi, quando la Nazione ha raggiunto la piena occupazione e il massimo utilizzo delle potenzialità produttive. In tutti gli altri casi, e la storia ce lo insegna, questo pericolo è alquanto remoto.

Nella pratica lo Stato prima spende, per investimenti, per la salute delle persone, per la scuola, e via dicendo e poi, per controllare la massa monetaria circolante attiva una politica fiscale per drenare una quantità di denaro ritenuta eccessiva e potenzialmente pericolosa per innescare l’inflazione.

Un altro esempio che potremo utilizzare per comprendere l’utilità delle tasse, è il racconto dove un gruppo di persone naufragano in una isola deserta. Non hanno nulla tranne le capacità individuali dei naufraghi. Non avendo soldi trovano molto difficoltoso scambiarsi tra di loro quello che, grazie alle loro capacità, riescono a creare. Si organizzano e inventano una organizzazione per coordinare le necessità del gruppo, assieme alle regole di funzionamento inventano una moneta. Ma la moneta non c’è, non la trovano scavando il terreno, non la trovano su un albero. Si accordano, perciò, che ne stampano una certa quantità che verrà distribuita a tutti quelli che parteciperanno alla costruzione delle cose necessarie al gruppo. Per imporre l’uso di tale moneta si autoimpongono che con quella moneta dovranno contribuire all’uso di quanto costruito. E’ evidente che, in questo caso, prima si è speso e solo poi si tassato.

L’uso delle Tasse rientra nelle complesse pianificazioni fiscali con le quali un governo stimola o raffredda l’economia di un paese. Nel momento in cui la crescita è forte, si tende alla piena occupazione, alla saturazione della potenzialità di produzione, con una opportuna politica fiscale e quindi, con l’uso delle Tasse, il governo drena moneta e interviene per raffreddare la crescita. Allo stesso modo nel momento in cui si intravvede una crisi in arrivo, tramite una politica espansiva o una politica fiscale meno pressante si può lasciare più moneta circolante stimolando i consumi e di conseguenza gli investimenti che portano sviluppo e crescita.

Quanto esposto fino ad ora vale per uno Stato che esercita la sovranità monetaria, come, ad esempio, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, il Giappone, la Cina. Quando, invece, uno Stato non dispone di una moneta propria e non intende utilizzare una moneta parallela sovrana, allora le cose si complicano. Si realizza la situazione in cui uno Stato non è più un creatore di moneta, ma ne diventa, come una famiglia, un mero utilizzatore. In questo caso diventa più stringente il fatto che le tasse siano necessarie per far fronte alle spese dello Stato.

Questa è la situazione in cui si trovano tutti gli stati che sono all’interno dell’Unione Europea e che devono utilizzare una moneta “straniera” come l’EURO. Con l’euro e con la BCE che non agisce come una banca centrale sotto il controllo del governo, il denaro lo si deve andare a prendere in prestito e poi restituirlo appunto con le Tasse. Per riuscire in questo intento lo Stato deve fare avanzo primario. Deve perciò sottrarre più denaro di quanto non ne immetta. E’ evidente che questa modalità di intervento, ha come risultato quello di deprimere gli investimenti, di ridurre la ricchezza dei cittadini, di ridurre gli acquisti interni e quindi ridurre la produttività nazionale.

Dopo questa lettura, anche se molto semplicistica, avrete modo di ascoltare e comprendere che la narrazione usuale dove si racconta che non ci sono i soldi, è solo una grandissima menzogna.

 

 

 

 

 

 

 

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