L’epopea delle monete complementari

Strumenti come riserva

di Davide Gionco

La nascita della moneta si perde nella notte dei tempi. Le società umane hanno molto presto adottato degli strumenti come riserva di valore, unità di conto e mezzo di scambio, utili a facilitare gli scambi di beni e servizi, il che consentiva di garantire a tutte le parti di disporre di un maggior valore aggiunto. All’inizio come strumento-moneta furono adottate soluzioni molto concrete, come gli animali (pecus = pecora → pecunia), come il sale (salario). In seguito si passò a strumenti più facilmente trasportabili, come dei pezzi di metallo nobile (oro, argento) facilmente pesabili. La moneta è nata dal popolo, come esigenza per gli scambi economici.
Solo successivamente il potere politico si è interessato alla moneta, prima di tutto per ragioni di potere e poi per ragioni di servizio al popolo ed agli scambi (garantire la composizione ed il peso della moneta tramite l’effige del re). Le prime monete della storia furono probabilmente coniate ad Efeso (Asia Minore) nel VII secolo avanti Cristo.

Da quando il potere politico si è impadronito del diritto di monopolio sulla creazione della moneta, la gente ha iniziato ad utilizzare sistematicamente le “monete a corso legale” per i propri scambi.
Tuttavia ogni qual volta la “moneta a corso legale” sia venuta, per qualche motivo, a scarseggiare, il popolo ha provveduto a creare delle forme di moneta complementare.

Nell’Inghilterra dell’XI secolo, sotto il regno dei primi re normanni, l’oro e l’argento per necessari alla monetazione scarseggiavano. Di conseguenza la gente creò una moneta complementare costituita da dei bastoncini di legno (tally sticks) su cui venivano segnati crediti e debiti. Il sistema era talmente efficace per l’economia che lo stesso re Ernrico I il Chierico dovette legiferare in materia e stabilirne l’uso ufficiale, che perdurò con successo per diversi secoli.

La piccola isola di Guernsey, possedimento britannico nel Canale della Manica, era stata duramente colpita dai bombardamenti di Napoleone. Finite le guerre napoleoniche, nel 1815, il governo inglese si dimenticò di quel remoto territorio, in cui c’erano edifici distrutti, mancavano le strade e persino il porto e in cui, soprattutto, non circolavano più sterline, essendo rimasta l’isola tagliata fuori dai circuiti commerciali inglesi. Gli abitanti dell’isola decisero quindi di emettere una propria moneta locale, che consentì il rapido sviluppo economico del territorio nei decenni successivi.

Nei primi anni 1930 in Germania c’era una durissima crisi economica, causata dalle politiche di austerità adottate in conseguenza del crollo di Wall Street del 1929 (l’economia tedesca dipendeva fortemente dall’esportazioni verso gli USA, che erano crollate). Per evitare il ripetersi dell’iperinflazione della Repubblica di Weimar le autorità tedesche limitarono la circolazione della moneta, il che portò ad un altissimo tasso di disoccupazione ed alla fame, causa mancanza di soldi per pagare i lavoratori. Con l’avvento del governo Hitler nel 1932 il geniale ministro dell’economia Hjalmar Schacht, pur permanendo i limiti all’emissione di moneta a corso legale basata sule riserve della banca centrale tedesca, risolse il problema emettendo i Metallurgische Forschungsgesellschaft (abbreviati in MEFO), che erano sostanzialmente una moneta complementare pubblica, la quale consentì di portare sostanzialmente a zero la disoccupazione nel giro di 3 anni, mettendo in circolazione più massa monetaria, tale da consentire il pagamento di un maggior numero di stipendi.

Sempre negli anni 1930, a seguito della crisi di Wall Street, in Svizzera nacque nel 1934 la banca WIR (in tedesco: “noi”) che diede vita ad una moneta complementare sotto forma di compensazioni fra crediti e debiti, che serviva a fare fronte alla scarsità monetaria causata dalla crisi.

Nel 1970 in Irlanda ci fu uno sciopero dei dipendenti bancari per 6 mesi impedì ai cittadini di ritirare i propri depositi in banca da usare per i pagamenti e che impediva di incassare gli assegni. Per quei 6 mesi gli irlandesi regolarono i propri pagamenti usando degli assegni girabili, dietro garanzia del gestore del pub del paese, il quale conosceva tutti e sapeva chi era una persona seria (solvibile) e chi no. Delle semplici scritture su dei pezzi di carta diventarono la moneta complementare. Grazie a questa soluzione l’economia irlandese non subì contraccolpi, in quanto tutti continuavano a pagare i beni e servizi che acquistavano, a motivo delle garanzie fornite sulla copertura degli assegni.

In Italia negli anni 1960-1970 il boom economico fu sostenuto dall’emissione di cambiali e (come in Irlanda) dagli assegni girabili, che erano forme di moneta parallela generata dai cittadini stessi.

In questi anni di euro-austerità il fenomeno si ripete.
Di moneta in circolazione, in Italia, ce n’è moltissima, ma questa circola in grandissima parte solo nei circuiti finanziari, mentre è diventata sempre più rara nei circuiti dell’economia reale, causando una crescente disoccupazione e la stagnazione dei salari.
Oggi la moneta è costituita per la maggior parte da crediti bancari (circa il 95% della massa monetaria che usiamo) e in parte minore da banconote a corso legale, emesse dalla BCE a fronte di nuove emissioni di titoli di stato pubblici ovvero di nuovo deficit pubblico (lo Stato finanzia il deficit con nuove emissioni di titoli).
Nel momento in cui, causa crisi economica, le banche fanno meno credito e nel momento in cui, causa le politiche di austerità europee, gli stati fanno meno deficit, la moneta nell’economia reale tende a scarseggiare, causando una ridotta capacità per la gente di acquistare beni e servizi , quindi mancanza di pagamenti, crollo degli investimenti e distruzione di posti di lavoro.

Per fare fronte alla scarsità di moneta si stanno diffondendo sempre di più le monete complementari, sotto varie forme, di cui tutti abbiamo certamente sentito parlare.

Fra le monete complementari adibite allo scambio di beni e servizi e che, quindi, consentono di contrastare gli effetti negativi causati dalla scarsità monetaria, ce ne sono sostanzialmente di 2 tipi.

Il primo tipo sono i mezzi di pagamento emessi sotto forma di compensazione di crediti con debiti. Oltre allo storico WIR svizzero abbiamo in Italia il Sardex, l’Oros-Pay, nonché il Barter-Fly a cui sta lavorando il nostro presidente Guido Grossi.
Sono monete che circolano intorno all’equilibrio fra crediti e debiti: quando faccio un acquisto nel circuito lo posso pagare con il credito maturato in una precedente vendita nel circuito. Completata la compravendita, il venditore avrà a sua volta maturato un credito da spendere nel circuito.
Il vantaggio di questi circuiti è quello di potere far fronte ai pagamenti senza usare euro e senza indebitarsi con il sistema bancario.
Il loro limite è che gli acquisti possono essere effettuati solo all’interno del circuito e non sempre nel circuito si trovano in vendita i beni e servizi di cui si ha bisogno.

Il secondo tipo di moneta complementare sono i mezzi di pagamento emessi sotto forma di buoni sconto. Funzionano similmente ai ticket-restaurant o ai buoni carburante. C’è una centrale di emissione che li mette in circolazione, vengono assegnati a delle persone, le quali li usano come forma di pagamento parallela all’euro. Questi buoni vengono accettati, in quanto hanno un valore certo di spendibilità finale, come può essere l’acquisto di un pasto o di carburante, ma che potrebbe anche essere la garanzia di ri-conversione in euro dopo un certo tempo.
Il vantaggio di questi circuiti è quello consentono di aumentare la massa monetaria in circolazione e anch’essi di far fronte ai pagamenti senza usare euro e senza indebitarsi con il sistema bancario. Non richiedono un circuito di “aderenti ufficiali” per essere utilizzati.
Il loro limite è che non è sempre facile garantirne la spendibilità finale, in quanto rappresenta un “costo reale in euro” per la centrale di emissione. Alla fine qualcuno rischia di ritrovarsi con il buono sconto in mano, senza riuscire a spenderlo.

Il problema comune delle monete complementari è che una parte consistente delle spese necessarie per vivere non può essere pagato con le monete complementari.
Se le tasse rappresentano (semplifichiamo) il 45% della spesa media di una famiglia e le bollette (luce, gas, telefono, acqua) rappresentano un altro 10% e l’affitto rappresenta un altro 30%, siamo già arrivati all’85% di spese che dobbiamo necessariamente sostenere in euro. Questo significa che, bene che vada, nel circuito della moneta complementare di nostra fiducia riusciremo al massimo ad acquistare il 15% del nostro fabbisogno, cosa che impedirà alla moneta complementare di affermarsi come mezzo di pagamento veramente alternativo all’euro.

Dal punto di vista tecnico la maggior parte del denaro che oggi utilizziamo, che proviene dall’emissione di crediti bancari, funziona allo stesso modo. Oggi il 95% del denaro che utilizziamo è emesso dalle banche quando fanno credito. Si tratta di una moneta del tipo “camera di compensazione”. La grande differenza rispetto alle monete complementari “dal basso” è che questa forma di moneta viene accettata dallo Stato per il pagamento delle tasse. Che rappresentano il 45% della spesa di una famiglia, ma di tutte le famiglie d’Italia, quindi tutte le famiglie (tutti i lavoratori) accettano questa moneta. Questo fa sì che anche gli erogatori di servizi (le bollette) la accettino, per cui tale forma di moneta è così ampiamente diffusa che la gente neppure percepisce la differenza fra la moneta a corso legale (gli euro emessi dalla BCE) e la moneta-credito bancaria. Esse vengono ritenute equivalenti.

Se lo Stato accettasse per il pagamento delle tasse altre forme di moneta, come fa con la moneta bancaria, le monete complementari potrebbero certamente diffondersi in modo significativo e contribuire, con la loro diffusione, alla ripresa economica del Paese, come già avvenuto in passato nei casi sopra citati e in molti altri. Il caso dei MEFO di Scacht sopra citato dimostra questa affermazione.

La moneta complementare più famosa del mondo è probabilmente il bitcoin. Il fatto che si tratti di una criptovaluta e che venga emesso tramite la tecnologia block-chain è irrilevante per la sua utilità. Il bitcoin non è accettato per il pagamento delle tasse ed è molto poco utilizzato per il pagamento di scambi economici reali. In compenso è stato scelto, per motivi che non intendiamo trattare in questo articolo, come mezzo di speculazione finanziaria. Questo spiega la sua ascesa apparentemente inarrestabili, ma anche la sua sostanziale inutilità per sostenere l’economia reale in una situazione di scarsità monetaria: non sarà il bitcoin a salvare la nostra economia.

Un secondo problema delle monete complementari è che sono inevitabilmente in concorrenza fra di loro.
Se una persona o una impresa decide di utilizzare una moneta complementare per i propri acquisti, non avrà l’interesse di fare gli stessi acquisti in altri circuiti di moneta complementare.
Se molti circuiti coesistono, gli utilizzatori si ripartiranno in molti circuiti composti da poche persone.
La conseguenza è che se in un ipotetico circuito monetario che coinvolge un milione di persone sarebbe relativamente facile trovare venditori di quasi ogni tipo di beni e servizi, arrivando persino a sconti sulle forniture di energia, sulla telefonia e sulle assicurazioni, in un piccolo circuito di sole 1000 persone sarà certamente difficile trovare dei venditori di beni e servizi che producano tutto quanto richiesto dagli acquirenti. Ovvero la moneta complementare di un piccolo circuito è molto meno spendibile della moneta complementare di un grande circuito. E se è meno spendibile, coprirà una quota inferiore dell’economia famigliare, risultando meno efficace come mezzo di rilancio dell’economia.

Se gli italiani convinti che sia possibile fare fronte alla crisi economica ricorrendo all’uso di una moneta complementare si riunissero tutti insieme, adottando la stessa moneta complementare, probabilmente potrebbero raggiungere la massa critica necessaria a coprire il 15-20 o forse anche il 25% delle proprie spese, conseguendo un beneficio significativo sulla propria situazione economica.
Se, invece, permane l’attuale situazione di alcune decine di monete complementari esistenti in Italia e fra loro non coordinate, la loro diffusione risulterà sostanzialmente irrilevante per l’economia del Paese. In ogni caso difficilmente si arriverebbe oltre il 25% di spesa di una famiglia media.

L’attuale proliferare delle monete complementari, come già avvenuto nei secoli passati ogni volta che la moneta veniva a mancare nell’economia reale, oggi si configura come un’arma spuntata soprattutto a causa dell’alta pressione fiscale (in euro), che mai era stata così alta in passato, nei casi storici sopra citati, ma anche a causa delle multinazionali che forniscono una parte importante dei nostri acquisti, le quali sono strettamente legate alle banche, per cui useranno di preferenza la moneta bancaria (in euro).

La soluzione ideale sarebbe l’emissione di un’unica moneta complementare utilizzabile per pagare le tasse e, quindi, facilmente accettabile da tutti come mezzo di pagamento parallelo all’euro. In tal modo questa moneta porterebbe realmente benefici all’economia del Paese, andando ad aumentare la liquidità circolante e facendo aumentare il potere di acquisto delle famiglie.
Ma per fare questo è necessario che entri in gioco lo Stato, che sia esso stesso ad emettere la moneta complementare e che sia esso stesso ad accettarla come mezzo di pagamento delle tasse.
In questo modo lo Stato potrebbe disporre di moneta per pagare molti più lavoratori, per aumentare gli stipendi pubblici, per finanziare lavori pubblici anche al di là dei fondi raccolti mediante le tasse.
Si tratta della proposta della moneta fiscale, che probabilmente è la migliore soluzione per tirare l’Italia fuori dalla trentennale crisi economica.
Di questa proposta ne abbiamo già parlato in molte occasioni su questo giornale. Se qualcuno volesse aiutarci a diffondere l’idea, affinché venga politicamente attuata, è pregato di contattarci.

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