Figlio della Terra

L’arte poetica per una missione sociale

“Accettati, non cambiare, sii chi vuoi, non modificare in base al dolore”

di Ilaria Rocco

Figlio della Terra

Abbi la forza di pretendere

Trattieni a te i tuoi pezzi

lima solo quelle schegge

che ti portano a scontri con chi ami

Pretendi, figlio, di restare la persona che vuoi

senza che tu cambi per chi non ti dice

“Vai bene così”.

Il mondo oggi ci vuole con occhi profondi

e domani chiede di cambiare la concezione.

Sono mode, figlio mio.

Tu scegli chi essere, prendi posizione

ma valuta ogni idea, cambiala.

Cambia in base alle tue esigenze dell’oggi,

sbaglia, scusati, siedi a terra

vivi intensamente

Ma sii chi vuoi tu,

non modificare in base al dolore.

La gentilezza sia il tuo unico credo

anche se sembra non essercene

sii tu quello che la insegna e la rinnova

Tocca con le mani lo sporco del pubblico

ma ricorda che quando mangi alla tua tavola

le tue mani devi lavarle,

cosicché tu possa vedere il mondo

ma andar a dormire pulito per te stesso

Tu amor mio, tu figlio della terra

togli ciò che ti pesa, togli ciò che puoi togliere,

perdonati senza uccidere le vene per uno sbaglio,

tu parla alle persone di chi sei,

spiegati e non pensare che una scelta

ti descriva del tutto

il tuo quadro generale, il tuo essere

va visto nell’intero foglio bianco di purezza.

 

Chiedi tempo per reagire e dona tempo

ché è la migliore forma di rispetto per chi ami

E cambia quando hai paura di non saper fare

e chiedi, insisti, pretendi amore mio

quel rispetto per il tuo essere umano

e per il tuo essere animale,

quando la vena del collo si fa largo spazio:

Non accettare meno di quanto credi

che un essere umano meriti

e non dire mai che tu non lo meriti

tu hai il tatto, hai il pensiero

e hai sangue che corre dov’è giusto.

Tu hai occasione di cambiare ogni giorno,

tu pretendi le scuse quando ti tagliano

ma non restare arrabbiato

ché le energie ti servono

per investire su te stesso

per alzarti immenso

Oh figlio mio, figlio della terra

abbi la pretesa di conservare pezzetti di te,

pezzi che non dedichi a nessuno,

a cui aggrapparti quando va male

e a cui ringraziare quando va bene.

Fa’ che i profumi del mare e degli abeti

siano la tua unica fonte di luce

ma fa’che sia tu la tua unica fonte di gioia,

quando ti guardi e sai che sei come vuoi

e che ami quel neo

e quella smagliatura che sa di mare

e quello che chiami difetto

tu chiamalo caratteristica, ché a ridere si sé di fa prima

e che ad amare c’è sempre un battito regolare.

Tu figlio mio, sii tu

 

Intervista a Ilaria Rocco a cura di Alessio Felicetti

 

Un messaggio di forza e coraggio alla società

La poesia Italiana, terra dei poeti e sognatori, è da sempre un orgoglio mondiale. Quell’arte che nasconde l’infinito tra una parola e l’altra. Per secoli la nostra nazione ha dato al mondo il bello e, anche grazie ad una giovane ragazza, possiamo continuare una tradizione culturale.

Ilaria Rocco di appena 22 anni, nata a Corigliano Calabro, nel cosentino, è una giovane poetessa. Dopo aver vinto due concorsi per la sua straordinaria poetica, viene selezionata per comparire nell’enciclopedia dei Poeti Italiani Contemporanei. La sua è una poetica raffinata, sensuale, che arriva infondo all’anima, nel proprio “io” interiore. Ci parla della quotidianità di tutti i giorni raccontando i dolori, i momenti drammatici e gioiosi della vita umana, osservando le maschere sociali, per poi arrivare alle incessanti fiamme alimentate dalle sofferenze amorose e dalle depressioni adolescenziali, sempre più frequenti in questo clima pandemico. Tutta via, se un adolescente può aver timore delle vampate quotidiane, Ilaria le spegne come fossero candeline, affrontando tutto con una grinta e forza che ben riconoscibile è nell’artista di grande spessore. Parlare dell’ovvio è semplice, tramutare una normale giornata quotidiana in poetica, in arte, non è da tutti. Così, la poesia, diventa un messaggio per chiunque, persino per la classe politica affinché si evidenzino i giovani e l’arte italiana. Affinché si possa creare una società di successo. Una giovane poetessa per un traguardo culturale, per imparare ad essere migliori.

 

Come nasce la passione per la poesia?

La poesia nasce in contemporanea con il fascino che nutrivo fin da bambina per la lingua italiana: ricca di termini, capace di esprimere lo stesso concetto con educazione, rabbia, delicatezza, frustrazione, sarcasmo. La retorica, capacità di argomentare giocando con le parole per offrire nuovi spunti in maniera soffusa, anche con le persone poco propense all’ascolto. La lingua offre l’opportunità di arrivare a qualsiasi animo, filtrando frasi e parole abbinandoli a diverse tipologie di persone. Come uno studio perenne: osservo e costruisco un modo per spiegare la mia idea cucita sul carattere della persona che ho dinanzi a me.

Scrivere mi ha permesso, da sempre, di non inaridirmi, non marcirmi dentro un macigno che prima avevo posato sulla schiena, squarciata, e che ora ho posato con una catena al collo: il macigno sta giù e io sto in piedi, tira dal collo e mantengo la schiena diritta. Non va mai via, ma è dietro di me. Ciò che non potevo urlare, le ingiustizie che vedevo sottomettere le persone, il dolore che provavano le persone accanto a me, l’impotenza distruttiva del veder morire lentamente dei sorrisi, ha espresso meglio che con le lacrime, tutto ciò che poteva scolpire in me una muraglia rigida. Ho osservato, ho chiesto e ascoltato le storie di chiunque. Ho esasperato le energie del mio cervello per immedesimarmi nel passato e delle emozioni delle persone: volevo raccontarle, raccoglierle e custodirne la lusinga di avermi scelta per affrontare insieme le nostre storie. Ho stimolato l’empatia in maniera quotidiana, lavorativa per permettere a chi non ha voce o non riesce sfruttarla in maniera ottimale, di ritrovarsi e di scoprirsi nelle fragilità comuni ma segrete. La poesia ha tolto un dolore a me, lo ha custodito nei fogli, nelle pagine bianche violate di inchiostro: ha come posato il mio male dicendomi “Mettilo qui e cammina più leggera.”. Figlio della Terra vuole essere una speranza, un consiglio consapevole per una serenità con benefiche conseguenze: amarsi e perdonarsi.

 

Quali difficoltà riscontrano oggi i giovani poeti?

Oserei dire che i poeti riscontrano il peso del coraggio nell’esporsi, nel mostrarsi delicati, di vetro attraverso il quale si osservano le scritture e i dolori: la manipolazione di chi gioca con i sentimenti è sempre dietro l’angolo. E per come cerco io gli stimoli, l’esasperazione della mente e dell’emotività: il coraggio di assorbire le storie di ognuno, ricordarsele, cercare strategie per esporre i pensieri che neanche loro riescono a interpretare, adattarle alla scrittura e alla quotidianità per offrirle come testimonianze in futuro. Tutto questo, se non si crea una barriera come distacco emotivo diviene impossibile: il distacco è una distrazione, una forza che permette di saper dire di no, spegnere il cellulare e spostare la concentrazione su un’altra cosa. L’unico modo per capire le emozioni è chiedere alle persone cosa sentono e come le si può aiutare, ma non può distruggere un equilibrio e dunque diviene necessario trovare un modo per chiudere una situazione godere di un’altra. Inoltre, fra le difficoltà c’è la poca voglia di leggere testi lunghi, comprenderne una metafora chiedendo aiuto alla propria fantasia. È un’arte che non è semplice da apprezzare: ogni poeta ha uno stile e se nel linguaggio è semplice modellare le frasi, scrivere lo stesso testo cercando arrivare a tutti, ne mortifica il contenuto. Tuttavia, scrivere secondo uno stile metaforico, mortifica la fetta di popolazione che non riesce a immaginare e associare l’oggetto del paragone a un sentimento. Ciò nonostante, è una delle arti più raffinate che io conosca.

Cos’è e come è nata “Figlio della Terra”?

“Figlio della Terra” nasce in una notte di Giugno, con i pensieri che albergavano nella mente. L’irrefrenabile e bramoso impegno di espandere il bene, di aiutare mi ha riempito i polmoni di un desiderio: mettere per iscritto ciò che direi a un figlio, a un’amica o a me stessa quando le giornate col cielo scarabocchiato mi costringono a un’automedicazione e rendere questi consigli e questi ideali di purezza e gentilezza uno stile di vita. Questo lavoro viene percepito da me come una carezza sulla pelle ma anche come un insegnamento alle reazioni: ho sempre avuto l’idea che ciò che è stretto vada ridimensionato lottando strenuamente e che in molti ambiti, soltanto chi vive una situazione possa realmente mutarla e renderla vantaggiosa per sé. Spesso agli adolescenti non viene detto “Ok, non ti piace, come vogliamo risolvere?”. Piuttosto li si lascia dondolare nei loro pensieri distruttivi circa la loro autostima nella speranza che essi non facciano troppi danni e poi passino da soli. Un esempio? A quanti giovani è stato detto “Non è vero, sei bellissimo/a, non farti paranoie” piuttosto che ascoltare realmente il loro disagio fisico e poi proporre un modo per cambiare ciò che sentivano stretto? Questa modalità problematica di non affrontare le situazioni, genera vittime inconsapevoli di avere soluzioni in mano, e di potersi rivolgere a persone competenti (parrucchiere, nutrizionista, dermatologo, psicologo) perché viene inculcata l’idea di dovercela fare da soli, tutto passa, l’adolescenza è così per tutti e soprattutto che non si è padroni del proprio corpo e delle proprie emozioni ingestibili e spesso esasperate. Figlio della Terra è la consapevolezza del dolore come parte innegabile della vita di ognuno, ma anche il consiglio di trarre vantaggio dalle situazioni, dal beneficio della gentilezza alla freschezza del voler essere se stessi afferrando i pregi che un individuo sente di voler cucire su di sé e limando quei difetti o spigoli che scheggiano la persona. Questo lavoro interiore è capace non solo di suscitare una autostima embrionale che bisogna poi curare, ma forma un carattere peculiare aderente al desiderio dell’individuo circa chi vuole essere.

Parliamo della tua poesia che appare come un messaggio materno. Cosa vuol dire Figlio della Terra?

Significa “Uomo figlio del tuo tempo e della tua cultura”: ognuno di noi è figlio dell’ideologia del proprio periodo storico, delle mode e delle battaglie sociali e mondiali sollevate in quegli anni. Soprattutto, è figlio della propria educazione in quanto, seppur determinate caratteristiche siano innate, fino a quando un bambino non inizia a porsi domande e a notare un confronto, un’altra possibilità e modalità nello svolgere le cose, conoscerà soltanto le idee e le reazioni del proprio ambiente e le riterrà esatte per molto tempo.

non bisogna avere timore di pretendere amore, rispetto, attenzioni e carezze, non ritenerle oggetto di colpa, di egoismo o richiesta eccessiva: spesso chi ci fa sentire come se chiedessimo troppo, lo fa perché non vuole offrirlo a noi. Non a caso il meccanismo successivo che viene scatenato è sempre l’invidia nei confronti di chi riceve in maniera spontanea i gesti che antecedentemente avevamo mendicato noi. La questione non è “pretendi” nel senso di “elemosina”, ma va interpretato come “non consentire a nessuno di innescarti un senso di colpa per aver preteso una cosa così naturale come una carezza o rispetto”.

Si può dire che vi deve essere equilibrio e rispetto nei rapporti umani, ma anche nel rapporto con se stessi?

Nei rapporti, spesso, ci si dona in maniera smisurata, incontrollata, allucinata perdendo interamente lati del proprio carattere, passioni, gusti, quasi come a vivere assecondando i vizi dell’altro. Trattenere a sé significa esattamene l’opposto: custodisci un segreto tutto tuo, una passione, un momento della giornata o della settimana da vivere solo per ricominciare da esso quando ci si perde nei momenti bui. Ma la convivenza nel mondo è innegabile e inevitabile: necessario è dunque limare le schegge che causano dolore e limare esclusivamente coloro che non mancheranno: metaforizzando una scheggia con un lato del carattere, si può affermare che, a mio parere, bisogna rimuovere solo ciò che causa male a qualcun altro a patto che non sia una priorità o un’assenza troppo estrema.

 

Il mondo chiede di cambiare in base alle mode? Dovremmo quindi adeguarci per essere accettati dal sistema?

Modellarsi in base alle mode, alle frequentazioni e alle critiche è molto vicino alla manipolazione globale. Il terrore di una critica psicofisica ha il potere di mutare la sfera caratteriale e corporea di un individuo. La conferma circa “l’andare bene”, non potrà mai giungere dalla totalità delle persone in quanto tutti hanno gusti differenti sia nei riguardi di uno stereotipo fisico, sia un’idea differente dell’atteggiamento e comportamento, ergo modellarsi arrampicandosi e tenendo conto del piacere di ognuno porterebbe a un annullamento della persona in quanto plasmata e a non essere un punto fermo ma una mina precaria in cerca di mode da seguire periodicamente, col rischio di impazzire o col danno, più lieve, di stremarsi.

Hai un consiglio per “sfuggire” al cambiamento delle mode o per differenziarsi dalle masse?

Io dico: “associa alla tua persona una visione di te che deve piacerti, fai aderire alla tua mente ciò che ti descrive meglio, non temere di esprimere la tua opinione o di offrire al mondo il tuo contributo”. È necessario però che ogni idea vada valutata, le ragioni differenti ascoltate e mescolate senza rigidi muri innalzati: solo così ci si può migliorare. Noi cambiamo idea in base a ciò che siamo oggi, al bisogno odierno, alla necessità, alla voglia, alla paura che oggi ci trattiene o che affrontiamo: è disumano imporsi una coerenza seguendo rigidamente ciò che si è detto in passato. Quindi sii ciò che vuoi essere oggi anche se pensavi che non lo saresti mai stato, sbaglia per imparare e attrarre vantaggio e maestro da esso e siedi a terra, nella totale umiltà e nel divertimento o nella stanchezza, tu coccolati abbracciando le gambe sedendo a terra e torna il bambino che vive con intensità.

scegli sempre le qualità più gioviali e non modificare la tua realtà in seguito a un dolore che causa indeformabilità nelle espressioni del viso o tremori quando si accede a un altro rapporto trascinando i difetti delle esperienze trascorse. Non importa se non c’è gentilezza nel mondo. Tutto è stato creato dall’immaginazione: se non c’è la inventiamo, la insegniamo, la portiamo con noi nella quotidianità, qualcuno ci seguirà.

Lavare le mani/dormire pulito”, è anche un modo per dire “sii in pace con te stesso”?

Necessitiamo di interfacciarci con le persone, di sperimentare le tipologie di personalità, di esprimere noi stessi in mezzo al mondo. Il mondo va toccato, anche se non tutto ci piace, anche se ci può donare un dolore o una insicurezza, un fastidio. Imporsi una prigionia in una bolla di sole belle notizie o persone identiche, non permette la crescita personale né la stimolazione di idee, la quale può avvenire soltanto con stimoli e pulsioni nuove da interiorizzare, esplorare e analizzare. Nel proprio ambiente, è un fattore cardinale poter mantenere i propri spazi ideali senza che ciò che è sporco entri nelle proprie tavole. Io ritengo che tutto vada conosciuto e toccato, ma poi le proprie abitudini, che qui sono metaforicamente igieniche, non possono essere strappate da un fastidio percepito in giornata.

Cosa intendi per “Fogli bianchi di purezza”?

Ho sempre fatto una distinzione fra i problemi: problemi “facoltativi” e “problemi che non puoi togliere”. Mi sono imbattuta spesso in persone che mi raccontano di non riuscire o non poter risolvere un problema perché “sembra brutto”. Io paragono il nostro cervello a un serbatoio che quotidianamente ci fornisce energie, attenzione e soluzioni. Occuparlo per una persona non proprio simpatica a cui non vogliamo rispondere al telefono o per un piccolo intoppo che non risolviamo perché significherebbe dire qualcosa di sgradevole, spende e sperpera in maniera non ottimale e inadeguata il materiale intellettivo di cui ci nutre questo serbatoio. Questo danno comporta una conseguenza: la stanchezza e arrivare non neutrali né ottimali nella risoluzione di quei problemi che invece sono impossibili da togliere e che vanno affrontati in maniera lucida e consapevole, con reazioni non estreme o drammatiche. Chiedo dunque all’uomo figlio della terra, di togliere da sé ciò che comporta un danno alla sua persona o che non gli permette di gestire al meglio le sue risorse. Un altro concetto a cui sono legata è il perdono di se stessi: commettere un peccato, restituire una cattiva risposta, avere una brutta giornata che causa errori, trascorrere un brutto periodo e sciupare dei rapporti, non possono in alcun modo essere motivo di uccidersi emotivamente o mettere in pausa il proprio sangue per pensare continuamente al peccato commesso. Comprendere di aver sbagliato, le motivazioni, scusarsi e impegnarsi per migliorare la propria condizione è una soluzione di vantaggio e beneficio, al contrario del rimuginare e morire dietro un errore. Il problema è sempre legato alle persone però: “Cosa penseranno?”. L’unico modo per tollerare questo pensiero è il dialogo, ammettere uno sbaglio, raccontarlo, spiegarlo e rimettere a posto i pezzi. Non tutti crederanno o cambieranno idea, ma il numero delle persone che avranno conosciuto l’errore sarà sempre meno di coloro che avranno vissuto il cambiamento e apprezzato il miglioramento. Ecco perché prima ci si conosce e ci si perdona per migliorarsi, ancor prima è facile curare l’idea altrui e restituire quella corretta. “Il quadro generale” così chiamo, metaforicamente, il carattere di un individuo e le sue azioni. Una brutta giornata è solo un punto di matita in una tela bianca. Non può in alcun modo rappresentare la persona. Se il quadro resta visibilmente bianco, i puntini non sono altro che insegnamenti che non possono identificare un uomo e una donna descrivendoli come unicamente sbagliati. Solo alunni degli errori Maestri.

Qual è il fattore più importante in una qualsiasi vita, di qualsiasi persona in una qualsiasi giornata?

Il tempo. Quanto ci stremano le scadenze, le sveglie, gli appuntamenti, il bisogno di metabolizzare notizie e atteggiamenti, interiorizzare eventi, affrontare e comprendere le nostre ragioni e quelle altrui, superare atteggiamenti e abitudini. Tutto il nostro percorso si svolge per un tempo indefinibile necessario e bisognoso di comprensione. La sola possibilità di parlare e ricevere nuovi spunti fra dialoghi cinematografici, scritti in un libro o ascoltati nel quotidiano, consente una realizzazione più puntuale delle emozioni.

Tu nella tua poesia dici di chiedere tempo, ma anche di donarne per rispetto. Poi parli di cambiamento, cambiare è un atto di coraggio, non credi?

il cambiamento dev’essere inteso come un’accurata analisi del presente come comfort zone e della ricerca bramosa di una luce migliore. Paradossalmente, viene più semplice fermarsi e dormire in una posizione scomoda e lamentarsene, piuttosto che cercare disperatamente e afferrare con i denti una luce anche lontana. Il mostrarsi deboli, indecisi, confusi è un dono di cui beneficiano i silenziosi del fallimento, vivendo di rendita, aumentando il loro ego nutrendosi delle insicurezze altrui che consentono di capire che non si è soli. Pochi hanno il coraggio di ammettere di non saper fare qualcosa, pochi riescono a giurare fedeltà alle proprie fragilità abbattendo la muraglia delle domande “Penserà che io sia stupido? Sono l’unico che non ha capito?”, di queste domande che tutti si pongono, chi non le formula a voce alta, disseta il proprio ego cosciente d’esser in compagnia a non aver capito, ma senza dirlo. E io qui dico che non importa. Per imparare bisogna non solo chiedere, ma anche insistere, approfondire, ricercare, accudirsi da malelingue e trattenere l’arte appresa. Un mondo dove si parla di debolezza, seppur lontano ancora dal mostrarlo apertamente, è un mondo buono, gentile, che accoglie gli insicuri e li innalza cucendo le capacità di ognuno. Qui ritorna anche la pretesa del rispetto di cui avevo accennato in precedenza: pretendere ciò che è dignitoso per ogni essere vivente e non vivente: il rispetto, la non mortificazione dell’animo e del corpo. Rispetto che dev’esser costante sia quando ci si sente fragili, custodendo sentimenti delicati come cristalli, sia quando la rabbia cresce insieme alla vena del collo poiché non c’è rispetto reale che non si possa vedere nelle situazioni di contrasto. Mantenere alta la stima quando ci si propone in un ruolo scontroso significa aver scelto una persona che tiene conto dell’essere umano.

Non accettare meno di quanto un essere umano meriti”. Sembra e dovrebbe essere un fondamento della costituzione di qualsiasi nazione. Tu cosa intendi?

quanto ti viene difficile pensare “non lo merito”, quante volte invece hai accettato una situazione che ti ha inorridito? Il mio consiglio a volte è provare a estraniarsi, non vedersi da dentro con tutti i dettagli di una persona o una situazione, non provocarsi dolore e costrizione a restare se poi, quando accade la stessa cosa a un esterno, gli diciamo di allontanarsi. “Dirlo agli altri è facile”, non se ci trattiamo noi stessi con rispetto e con estraneità dall’affetto e dal legame per una situazione. A volte, con freddezza, bisognerebbe solo chiedersi “Voglio stare qui? Accadesse a lui, gli consiglierei di restare?”, porci questa domanda in maniera schematica, senza trascurare il lato emotivo-affettivo, ne permette un’analisi più puntigliosa, più rispettosa di se stessi. La difficoltà appare solo nel momento in cui la propria autostima non permette neanche di accettare un complimento o un bel gesto. Convincersi o dire anche scherzando, ripetutamente “Non lo merito, andrà male, la mia vita fa schifo”, innesca un meccanismo di convincimento tale da cambiare umore e di conseguenza distrarre la mente da dettagli che poi causeranno danni, romperanno o graffieranno qualcosa, offenderanno qualcuno. La mente va cullata, abbracciata, arricchita di positività per ottimizzarne le funzionalità. Il solo essere consapevoli di poter cambiare alcune cose, di poter parlare, chiedere, esprimere, afferrare, mettere a posto, giocare e ridere è un ottimo passo per vivere meglio. Cambiare le cose… quanto è potente il sedersi, piangere, respirare, analizzare e cercare una soluzione da mettere in atto? Dalla storia del mondo l’uomo ha inventato e reinventato oggetti per facilitarne la funzionalità e la propria vita. Perché fermarci adesso che necessitiamo di reinventarci noi? Alzarci immensi, fieri della nostra persona, ricchi di respiro che gonfia il petto. Per ottenere questo, agisce sempre il serbatoio, le energie bisogna investirle, suddividerle con scrupolo, offrire mansioni a ogni piccola forza per sostenerci nelle giornate. Quale arrabbiatura o offesa può mai interrompere questo meraviglioso meccanismo? Eppure accade e quando avviene questo deficit si può solo rompere un equilibrio, compensare riorganizzando le energie con le scadenze urgenti e recuperare man mano le forze per ricomporre un bilanciere ordinato e diritto.

Siamo giunti all’ultima strofa della tua poesia. Tanti messaggi dietro ogni concetto! Cos’è per te quella fonte di luce?

Ricordo la notte di giugno, avevo letto una curiosità sulle stelle marine: rigenerano il loro intero corpo partendo da un solo arto. La totale dedizione di una persona nei confronti di un rapporto, di una situazione o di uno studio, annichilisce un corpo che non può ripartire se smarrito nella totalità. Trattenere un sogno, un’abitudine, un tratto assicura una sopravvivenza in caso di distruzione dell’evento scatenante o un meritato ringraziamento a se stessi se il tutto combacia e funziona mantenendosi equilibrato. Ci si aggrappa a una piacevole abitudine e una coccola quando si viene annientati, ma se questo non accade, mantenerla offre in dono la chance di restare una persona intatta anche lontana da un insieme. Nei momenti bui, un sostegno fondamentale corre in soccorso dalla natura: il mare, il profumo degli abeti, il rumore delle onde, il fischio del vento fra le foglie. Essi rappresentano come la natura vada avanti a stupirci e come tutto prosegue, anche quando noi non proseguiamo e ci fermiamo, attendiamo tempo per guarirci e medicarci scrupolosamente. Fonte di luce l’ho definita, perché la consapevolezza che il sole sorge, anche se non lo percepiamo, arriva come una batosta violenta, come un egoismo di questa luce che imperterrita e crudele ci costringe ad alzarci e reagire, una luce meschina che non tiene conto dei nostri malumori ma sorge, illumina e brilla e ci sfida: “Brilla più di me, non lamentarti, brilla.” Sembra affermare con nonchalance e un visetto vispo e sorridente. E noi veniamo alla luce, accogliamo sempre di buon grado questa battaglia e qualcuno riesce a vincere rendendosi la propria fonte di gioia. Ecco il segreto, scoprirsi piacevoli nella propria compagnia, viversi pienamente tutte le ore del giorno con dialogo e perdono piuttosto che puntarsi il dito allo specchio e punirsi violentemente. Amarsi, scegliersi, curarsi e cambiare terminologia: non difetto, caratteristica, non pelle non elastica ma onda di mare impressa sulla pelle. Associazioni quasi tenere, ridicole anche nella semplicità di una risata. Ma è l’autoironia che ci salva, il togliere le parole di bocca alle critiche, anticiparle, giustificarle e riderne fieri consapevoli che quando si è umani tutto capita a tutti. Basta riderne, basta amarsi. E quando ci si ama il corpo collabora pacificamente, non strilla aiuto, non chiede supporto al cuore, non velocizza il sangue per sopportare nulla, non affanna i polmoni, non strema i muscoli, non scheggia la pelle. Collabora semplicemente, per quanto può non fare i capricci un corpo anche non sano. Ma una mente serena, addormenta con una ninna nanna anche i vizi del cuore e lo rende più pacifico. Mano nella mano, una passeggiata in compagnia di se stessi e del coraggio di esistere nella propria interezza.

Occorre investire sulla cultura per creare una società migliore. Considerando che gli artisti odierni non hanno le attenzioni che meritano, può secondo te, l’arte poetica, assumere anche un significato politico e trasformarsi in una missione sociale? Può e deve essere oggetto di un investimento adeguato da parte delle istituzioni?

Ovunque posiamo lo sguardo, è possibile scorgere lotte, battaglie sociali, sofferenza: la mente sta attraversando un periodo di attenzione particolarmente accorto. Gli strumenti per arrivare nelle menti devono maturare insieme alla società e creare arti novelle o modellarle in base alla necessità odierna: i giovani usano molto frasi estratte da testi di canzoni, aforismi, didascalie per esprimersi e aprire gli occhi, perché dunque non sfruttare questo per inserire messaggi speranza, educativi o taglienti? Il potere dell’arte è un colpo, una fitta che resta impressa anche dopo anni e crea legami con pensieri nuovi. Oltretutto può essere uno sfogo e una testimonianza di eventi accaduti, ci si può ricordare di un dolore o una gioia rileggendo i propri sentimenti. Ritengo che possa essere un investimento oltre che educativo, anche molto salutare. L’arte accura lo spirito, l’anima delle persone.

 

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