POLITICA: IL MALATO PIÙ DIFFICILE DA CURARE

Una metafora semiseria sullo stato comatoso della politica dei nostri giorni.

La metafora irriverente della politicia

di Massimo Franceschini
Se per politica intendiamo quella funzione civile attraverso la quale una comunità si governa per mezzo delle istituzioni di uno Stato di diritto, che dovrebbe essere la sua trasparente e leale espressione amministrativa, possiamo tranquillamente affermare il suo stato di “premorte”.
Questo perché la stessa comunità ha progressivamente e da un bel pezzo perso ogni capacità di comprendere la funzione che dovrebbe avere il suo “apparato cardio-circolatorio e respiratorio”, ammalandosi prima a causa dei comportamenti scorretti e politicamente irresponsabili che è abituata a tenere, ulteriormente aggravati da una forte eziologia mentale psicosomatica capace di procurare una forte amnesia, dovuta ad un effetto nocebo indotto e accettato acriticamente, costruito da un perverso mix di incapacità/imbecillità.
La comunità è stata così sedata, intubata e assistita per mantenerne le funzioni vitali minime, mentre dei particolari e quotatissimi “medici”, soprattutto agenti dall’estero in “smart-working”, ma in realtà non così bravi e/o professionalmente onesti, fanno esperimenti sul suo corpo.
Credo che la “simpatica” metafora medica possa essere utile a far capire quanto il corpo sociale dei nostri tempi sia sotto un attacco al quale ha fatto di tutto per favorirne la mira, convinta a far ciò da tutta una serie di “generali” passati da tempo al nemico.

Il malato più difficile da curare

Dall’apparato pensante a quello parlante, che dovrebbe correttamente informare, i generali si impegnano da decenni a convincere la comunità di non essere in grado di decidere da sé perché mal educata, viziata e incapace, oltre al fatto che non starebbe “democraticamente opportuno” rifiutare una responsabile governance globale.
La comunità ha così sviluppato delle pratiche autolesionistiche, in un tentativo di mostrare a se stessa di esser viva e in grado di fare ancora qualcosa.
Questo è particolarmente visibile in ogni pratica culturale e associativa deviante l’attenzione dall’ambito civile e all’avvicinarsi delle elezioni, quando vari personaggi, che si credono “generali alternativi”, cercano di parlare alla comunità “comatosa” senza mai riuscirvi, se non per una certa porzione di quelle unità a loro più vicine.
La verità è che questi “generali” non sanno come parlare a tutta la comunità, anche se probabilmente non ne hanno veramente l’intenzione perché preferiscono accontentarsi della remota possibilità di una poltrona inutile, se non per le loro tasche, riuscendo a scambiare il presunto eco virtuale alle loro parole come indice di una buona performance elettorale.
Invariabilmente, allo spoglio delle schede l’evidenza della pratica autolesionistica si mostra in tutta la sua carica distruttiva con i “generali alternativi”, incapaci di autocritica, impegnati a prendersela con i concorrenti “alternativi” e con il loro stesso pubblico, accusato di essere formato da traditori e incapaci.
Se alla base della malattia abbiamo amnesia ed incapacità autoindotte, dovrebbe esser chiaro che la “cura” potrebbe consistere nella riscoperta delle pratiche politiche precedenti tali dimenticanze e cattive abitudini.
Purtroppo, con tutta evidenza, oggi appare impossibile tale risveglio perché il corpo sociale è anche infettato dalla distrazione spettacolarizzata di massa, peggiorata dalla socialmediaticità, capace di anestetizzare i picchi di angoscia che possono manifestarsi qua e là: una distrazione che si sta facendo garanzia di una nuova realtà in cui non si sentirà più dolore e ci si muoverà verso una nuova dimensione promessa e “aumentata”.
Credo non resti altro da fare che ridere a più non posso, nella speranza di essere stati più pessimisti del necessario.

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