Sovranità Popolare APS - La Rivista

FATTO

Abbiamo fatto nascere l’Associazione di Promozione Sociale Sovranità Popolare, che ha ideato e stampato il “Numero Zero”dell’omonimo mensile cartaceo e dato vita ad uno spazio sul Web.

Quel nome, Sovranità Popolare, respinge le etichette denigranti di sovranismo e populismo, per mantenere puliti e intoccabili i concetti cristallini della sovranità e di popolo che sono nelle fondamenta del nostro patto sociale: la Costituzione.

Il numero zero aspetta solo la tua adesione e il tuo indirizzo, per esserti spedito: ti propone oltre 50 approfondimenti e contributi importanti. 

Stiamo ampliando lo spazio virtuale che, oltre a proporre nuovi articoli su base continuativa, ospita il tuo contributo.

Viviamo il tempo nuovo delle responsabilità condivise, dove ogni essere umano è invitato ad offrire alla Nuova Umanità nascente, il suo pezzetto di verità e la sua preziosa esperienza. È tempo di responsabilità condivise.

IMPRESA

Siamo tutti editori

L’invito.
Se: pensi che troppi argomenti importanti siano trascurati da giornali e TV;
l’Economia ti appare oscura e la Politica inadeguata;
hai voglia di ragionamenti pacati e, oltre ai problemi,cerchi proposte e soluzioni;
sai che l’indipendenza di un progetto editoriale dipende dalla capacità di soddisfare migliaia di utenti, piuttosto che da pochi finanziatori;
unisciti a noi: diventa anche tu un Editore Popolare, mentre ti abboni alla rivista.
Non guadagnerai dei soldi: lo statuto lo impedisce.Guadagnerai in salute: la buona informazione fa bene al cuore!
 
L’idea.
Siamo partiti in pochi e con le idee chiare; un grande lavoro di preparazione; una fitta rete di contatti. Ora, ci apriamo alla collaborazione di chiunque desideri condividere il progetto che porterà alla evoluzione del soggetto editore, che si apre alla collaborazioni di tutti, ma resterà sempre: senza scopo di lucro, con struttura democratica e trasparente,grande e plurale. 

Cose fatte.
Abbiamo fatto nascere l’Associazione di Promozione Sociale Sovranità Popolare, che ha ideato e stampato il “Numero Zero”dell’omonimo mensile cartaceo e dato vita ad uno spazio sul Web.
Quel nome, Sovranità Popolare, respinge le etichette denigranti di sovranismo e populismo, per mantenere puliti e intoccabili i concetti cristallini della sovranità e di popolo che sono nelle fondamenta del nostro patto sociale: la Costituzione.
Il numero zero aspetta solo la tua adesione e il tuo indirizzo, per esserti spedito: ti propone oltre 50 approfondimenti e contributi importanti. 
Stiamo ampliando lo spazio virtuale che, oltre a proporre nuovi articoli su base continuativa, ospita il tuo contributo.
Viviamo il tempo nuovo delle responsabilità condivise,dove ogni essere umano è invitato ad offrire alla Nuova Umanità nascente, il suo pezzetto di verità e la sua preziosa esperienza. È tempo di responsabilità condivise.
 
La Visione.
La cultura italiana ha un ruolo importantissimo,nella storia dell’umanità.  Le vogliamo restituire le sue responsabilità, da condividere ora, perché viviamo un momento storico denso di rischi, ma anche di splendide opportunità. Tutti i nodi stanno arrivando al pettine della storia, e noi vogliamo essere presenti e vigili.
Entro pochi anni, nulla sarà come è ora, fra le cose intollerabili:
–  dal sistema finanziario privato e sopra nazionale, oggi al servizio della speculazione e delle grandi compagnie sopra nazionali, pericolosamente più potenti degli Stati;
–  alle pretese del “dio mercato” che scansa la politica, sconvolge equilibri sociali,  produce cibi insicuri e viaggi della disperazione, prodotti inutili e cambiamenti climatici, minaccia il senso dell’umano;
–  per finire al controllo privato dell’informazione. 
L’Europa intera attraversa una crisi profondissima di identità e ci mostra, solo ora, le incongruenze di un impianto istituzionale che non abbiamo mai conosciuto, dove la Sovranità Popolare s’è persa. I popoli europei si impoveriscono ovunque a favore di élite finanziarie che gonfiano la ricchezza di carta, mentre strozzano l’impresa e il lavoro.
L’illusione che il processo di integrazione europea potesse passare per la forzatura dei ricatti dei mercati, è smentita dai fatti.
In Italia, sottoposta più di altri paesi a pressioni enormi, è in atto un vero e proprio Risveglio. Prima timido, poi sempre più forte, oramai inarrestabile. E’ qui che sta partendo un processo di totale ripensamento dei rapporti politici, economici e culturali, per passare dalla competizione alla collaborazione; dalla crescita dei profitti privati,alla crescita di una umanità che ha ben altre aspettative e potenzialità.
A questo Risveglio, vogliamo dar voce. Per fare esplodere la creatività di una cultura che è capace di cambiare il mondo, con la parola e con il pensiero, come più volte ha saputo fare, nella storia dell’umanità.
Vogliamo essere stimolo ed esempio per la diffusione di una nuova cultura del rispetto e del dialogo. Perché queste sono le fondamenta ignorate della democrazia.
Promuoviamo una nuova cultura umanistica, liberata dai tecnici e dagli  economicismi che non meritano la nostra fiducia, per rimettere l’essere umano, con tutta la sua natura che condivide il divino, nuovamente e per sempre al di sopra dei capitali e delle merci. Che sappia vivere in armonia con le conquiste della tecnologia e della scienza.
Se l’umanità è la natura che riflette su sé stessa,internet rappresenta l’abbozzo della rete neurale della nostra consapevolezza collettiva. Critica e vigile.
Lo vogliamo raccontare su internet, ma anche su una rivista cartacea, per sottolineare l’importanza di mantenere salda la saggezza antica, mentre ci si libera verso orizzonti inesplorati. Per raggiungere tutti.
Diventeremo grandi, perché grande è la sete di verità!
Di quella verità che un sistema soggiogato dalla pubblicità e dagli interessi che le corrono dietro, ha costante bisogno di negare.
Grande è stata la tenacia e la caparbietà di innumerevoli concittadini, studiosi, scrittori improvvisati, che grazie ad internet ed ai social network si sono opposti alla narrazione improbabile di un sistema informativo triste e incapace, oramai, di interessare, tanto meno di convincere.
È tempo di unire gli sforzi.
 
Fondamentale, è la diffusione recente della psicologia umanistica e delle pratiche di lavoro interiore, che si sono affiancate agli studi di economia, di politica e di finanza, permettendo nuove capacità di ascolto, di interazione, e l’incontro sinergico fra idee che solo fino a ieri apparivano inconciliabili.
 
Il Progetto.
L’APS Sovranità Popolare, nata come editore di una Rivista, è un’incubatrice: si evolverà in un “soggetto editoriale del terzo settore” che diventa operativo anche nei settori dell’Informazione Radio e TV,stringendo alleanze e collaborazioni, per dare vita ad una informazione a tuttotondo che risulti:
– indipendente da interessi economici o partitici;
–  seria,documentata, responsabile;
–  basata sulla ampia partecipazione popolare, concreta nella proprietà diffusa, e nella interazione attiva dei lettori.
Nuovi articoli saranno pubblicati con continuità nell’ambiente online, per stimolare dialogo e contributi di pensiero di chiunque sia interessato.
Lo statuto potrà essere adeguato alla nuova dimensione, ma non potrà eludere tre rigidi confini, neppure nell’ipotesi in cui si ritenga opportuno dar vita ad un nuovo soggetto giuridico. Principi necessaria garantire la non scalabilità, la partecipazione democratica e il mantenimento della rotta verso lo scopo sociale originario:
– “una testa un voto”, qualunque sia stato l’apporto economico del singolo socio;
– “la volontà dell’assemblea prevale sempre su quella degli altri organi sociali”;
– “divieto di distribuzione di utili”, che saranno sempre reinvestiti;
 
Come puoi contribuire
A) Abbonati per un anno alla Rivista cartacea o in digitale, e scegli se diventare socio, 25,00€
B) sostieni il progetto costituente: con 100 euro ti abboni, diventi socio e partecipi attivamente ai lavori di evoluzione del progetto editoriale
C) sostieni il progetto in maniera rilevante, ma disinteressata: versa da 500 euro ad un milione, ed avrai la gratitudine eterna del Popolo Sovrano, della Nuova Umanità e la rivista gratis finché esiste.



Utopie e in-formazione

di Guido Grossi

Viviamo nella migliore delle società possibili? Il progresso è sinonimo di miglioramento? Abbiamo più

libertà oggi di quante non ne avessimo in passato? Sono domande alle quali la sensibilità comune tende a

dare risposte scontate: oggi siamo finalmente liberi, le grandi democrazie occidentali garantiscono i nostri

diritti fondamentali, concorriamo alla vita pubblica attraverso libere elezioni e così via. Di contro,

guardiamo al passato con un misto di sollievo e timore: che fortuna non essere vissuti ai tempi dei faraoni,

o nell’antica Roma, o nel Medioevo! Certo, le condizioni della nostra esistenza sembrano migliorate,

almeno a giudicare dall’allungamento dell’aspettativa di vita. La medicina ha fatto passi da gigante, la

tecnologia anche di più. Ma siamo più felici oggi di quanto non lo fossimo qualche secolo addietro? Questa

è la domanda fondamentale: qual è l’obiettivo della nostra esistenza? Avere 23 gradi in casa tutto l’anno,

rinchiusi il più a lungo possibile in una prigione dorata, o vivere serenamente, in armonia con il creato e con

la nostra specie, il tempo che ci è stato regalato su questa Terra? A ben vedere, tutte le domande in

apertura di questo articolo possono essere messe in discussione. Siamo sicuri, ad esempio, di vivere in una

democrazia compiuta? Winston Churcill, nel 1947, disse che la democrazia è la peggior forma di governo,

ad eccezione di tutte la altre. Sta di fatto che alla base di una democrazia ci sono i diritti politici, i quali si

fondano a loro volta sulla libertà di scelta dei cittadini, che prende corpo nel diritto di voto, che poi a sua

volta deve sostanziarsi in una concreta attuazione dei programmi che hanno ottenuto una maggioranza.

Tutto il castello crollerebbe se la scelta che esprimiamo alle urne non fosse libera. E quand’è che si sceglie

liberamente? Quando si hanno tutte le informazioni utili a formulare un giudizio. Tutto nella nostra vita è

informazione, sin dai tempi in cui i primi uomini, per sopravvivere, dovevano sapere con precisione dove

sarebbero passati i branchi di bisonti, perché se avessero avuto informazioni sbagliate sarebbero morti di

inedia. Allo stesso modo l’uomo moderno occidentale deve conoscere quante più informazioni possibili sul

suo paese, sulle istituzioni che lo amministrano, sugli uomini che le presiedono, su quelli che si candidano a

sostituirli, sui problemi che affliggono l’economia, il lavoro, l’ambiente, le politiche sociali, la salute e su

come risolverli. Se queste informazioni fossero manipolate, per la convenienza dei pochi a discapito dei

molti, allora la scelta sarebbe falsata, teleguidata, sbagliata, illusoria, dannosa. Però, da Heisenberg in poi

sappiamo che non esiste informazione senza manipolazione: l’osservatore cambia ciò che sta guardando, e

dunque quello che racconta non è altro che la sua personale rappresentazione della realtà. Forse non esiste

una verità assoluta, dunque, ma tante verità che rappresentano le angolazioni parziali dalle quali si guarda

il mondo. Così come la luce bianca, tuttavia, è composta da tutte le frequenze luminose sommate le une

alle altre, la migliore approssimazione della verità allora non può che passare attraverso la pluralità delle

fonti di informazione. Non a caso l’articolo 21 della nostra Costituzione garantisce la libertà di pensiero e di

parola, cioè la libertà di espressione che si deve ad ogni singola opinione. E da dove passano tutte le nostre

informazioni, oggi? Sono “plurali”? Per lungo tempo ci siamo informati attraverso un medium piramidale,

verticistico, appannaggio di pochi, da subire passivamente: la televisione, veicolo elettivo della propaganda.

La televisione ha sostituito quello che per gli antichi greci era l’Olimpo, e gli opinionisti dei talk show hanno

preso il posto delle divinità. Dopo la costituzione dei grandi network televisivi, dalla metà del secolo scorso

in poi, non siamo stati mai liberi. Se allora ci ponessimo di nuovo la domanda iniziale, “abbiamo più libertà

oggi di quante non ne avessimo in passato?”, forse dovremmo convenire che rispetto ad altre epoche

storiche, dove la comunicazione tra le persone era diretta, oggi viviamo in una immensa caverna di Platone

controllata da chi ha idonei mezzi finanziari, e che questo ci rende tutti molto poco liberi di scegliere. Certo,

da qualche anno è arrivata internet, la più grande rivoluzione dell’informazione dopo Gutenberg, ma i

tentativi di infiltrarla e censurarla sono innumerevoli e molto insidiosi. Sta ad ognuno di noi rivendicare e

difendere la pluralità delle fonti e, soprattutto, avocare a sé il diritto incomprimibile di ragionare fuori dagli

schemi, secondo il nostro insindacabile giudizio. Ogni volta che ci viene detto che non siamo in grado di

capire, che dobbiamo fidarci di altri – non importa chi lo dice – quello è il momento invece di chiedere

spiegazioni, di studiare e di compiere ricerche personali, perché siamo di fronte al chiaro, inequivocabile

segnale di un padrone in cerca di schiavi. E gli schiavi no, non sono liberi.

Viviamo nella migliore delle società possibili? Il progresso è sinonimo di miglioramento? Abbiamo più

libertà oggi di quante non ne avessimo in passato? Sono domande alle quali la sensibilità comune tende a

dare risposte scontate: oggi siamo finalmente liberi, le grandi democrazie occidentali garantiscono i nostri

diritti fondamentali, concorriamo alla vita pubblica attraverso libere elezioni e così via. Di contro,

guardiamo al passato con un misto di sollievo e timore: che fortuna non essere vissuti ai tempi dei faraoni,

o nell’antica Roma, o nel Medioevo! Certo, le condizioni della nostra esistenza sembrano migliorate,

almeno a giudicare dall’allungamento dell’aspettativa di vita. La medicina ha fatto passi da gigante, la

tecnologia anche di più. Ma siamo più felici oggi di quanto non lo fossimo qualche secolo addietro? Questa

è la domanda fondamentale: qual è l’obiettivo della nostra esistenza? Avere 23 gradi in casa tutto l’anno,

rinchiusi il più a lungo possibile in una prigione dorata, o vivere serenamente, in armonia con il creato e con

la nostra specie, il tempo che ci è stato regalato su questa Terra? A ben vedere, tutte le domande in

apertura di questo articolo possono essere messe in discussione. Siamo sicuri, ad esempio, di vivere in una

democrazia compiuta? Winston Churcill, nel 1947, disse che la democrazia è la peggior forma di governo,

ad eccezione di tutte la altre. Sta di fatto che alla base di una democrazia ci sono i diritti politici, i quali si

fondano a loro volta sulla libertà di scelta dei cittadini, che prende corpo nel diritto di voto, che poi a sua

volta deve sostanziarsi in una concreta attuazione dei programmi che hanno ottenuto una maggioranza.

Tutto il castello crollerebbe se la scelta che esprimiamo alle urne non fosse libera. E quand’è che si sceglie

liberamente? Quando si hanno tutte le informazioni utili a formulare un giudizio. Tutto nella nostra vita è

informazione, sin dai tempi in cui i primi uomini, per sopravvivere, dovevano sapere con precisione dove

sarebbero passati i branchi di bisonti, perché se avessero avuto informazioni sbagliate sarebbero morti di

inedia. Allo stesso modo l’uomo moderno occidentale deve conoscere quante più informazioni possibili sul

suo paese, sulle istituzioni che lo amministrano, sugli uomini che le presiedono, su quelli che si candidano a

sostituirli, sui problemi che affliggono l’economia, il lavoro, l’ambiente, le politiche sociali, la salute e su

come risolverli. Se queste informazioni fossero manipolate, per la convenienza dei pochi a discapito dei

molti, allora la scelta sarebbe falsata, teleguidata, sbagliata, illusoria, dannosa. Però, da Heisenberg in poi

sappiamo che non esiste informazione senza manipolazione: l’osservatore cambia ciò che sta guardando, e

dunque quello che racconta non è altro che la sua personale rappresentazione della realtà. Forse non esiste

una verità assoluta, dunque, ma tante verità che rappresentano le angolazioni parziali dalle quali si guarda

il mondo. Così come la luce bianca, tuttavia, è composta da tutte le frequenze luminose sommate le une

alle altre, la migliore approssimazione della verità allora non può che passare attraverso la pluralità delle

fonti di informazione. Non a caso l’articolo 21 della nostra Costituzione garantisce la libertà di pensiero e di

parola, cioè la libertà di espressione che si deve ad ogni singola opinione. E da dove passano tutte le nostre

informazioni, oggi? Sono “plurali”? Per lungo tempo ci siamo informati attraverso un medium piramidale,

verticistico, appannaggio di pochi, da subire passivamente: la televisione, veicolo elettivo della propaganda.

La televisione ha sostituito quello che per gli antichi greci era l’Olimpo, e gli opinionisti dei talk show hanno

preso il posto delle divinità. Dopo la costituzione dei grandi network televisivi, dalla metà del secolo scorso

in poi, non siamo stati mai liberi. Se allora ci ponessimo di nuovo la domanda iniziale, “abbiamo più libertà

oggi di quante non ne avessimo in passato?”, forse dovremmo convenire che rispetto ad altre epoche

storiche, dove la comunicazione tra le persone era diretta, oggi viviamo in una immensa caverna di Platone

controllata da chi ha idonei mezzi finanziari, e che questo ci rende tutti molto poco liberi di scegliere. Certo,

da qualche anno è arrivata internet, la più grande rivoluzione dell’informazione dopo Gutenberg, ma i

tentativi di infiltrarla e censurarla sono innumerevoli e molto insidiosi. Sta ad ognuno di noi rivendicare e

difendere la pluralità delle fonti e, soprattutto, avocare a sé il diritto incomprimibile di ragionare fuori dagli

schemi, secondo il nostro insindacabile giudizio. Ogni volta che ci viene detto che non siamo in grado di

capire, che dobbiamo fidarci di altri – non importa chi lo dice – quello è il momento invece di chiedere

spiegazioni, di studiare e di compiere ricerche personali, perché siamo di fronte al chiaro, inequivocabile

segnale di un padrone in cerca di schiavi. E gli schiavi no, non sono liberi.

Viviamo nella migliore delle società possibili? Il progresso è sinonimo di miglioramento? Abbiamo più

libertà oggi di quante non ne avessimo in passato? Sono domande alle quali la sensibilità comune tende a

dare risposte scontate: oggi siamo finalmente liberi, le grandi democrazie occidentali garantiscono i nostri

diritti fondamentali, concorriamo alla vita pubblica attraverso libere elezioni e così via. Di contro,

guardiamo al passato con un misto di sollievo e timore: che fortuna non essere vissuti ai tempi dei faraoni,

o nell’antica Roma, o nel Medioevo! Certo, le condizioni della nostra esistenza sembrano migliorate,

almeno a giudicare dall’allungamento dell’aspettativa di vita. La medicina ha fatto passi da gigante, la

tecnologia anche di più. Ma siamo più felici oggi di quanto non lo fossimo qualche secolo addietro? Questa

è la domanda fondamentale: qual è l’obiettivo della nostra esistenza? Avere 23 gradi in casa tutto l’anno,

rinchiusi il più a lungo possibile in una prigione dorata, o vivere serenamente, in armonia con il creato e con

la nostra specie, il tempo che ci è stato regalato su questa Terra? A ben vedere, tutte le domande in

apertura di questo articolo possono essere messe in discussione. Siamo sicuri, ad esempio, di vivere in una

democrazia compiuta? Winston Churcill, nel 1947, disse che la democrazia è la peggior forma di governo,

ad eccezione di tutte la altre. Sta di fatto che alla base di una democrazia ci sono i diritti politici, i quali si

fondano a loro volta sulla libertà di scelta dei cittadini, che prende corpo nel diritto di voto, che poi a sua

volta deve sostanziarsi in una concreta attuazione dei programmi che hanno ottenuto una maggioranza.

Tutto il castello crollerebbe se la scelta che esprimiamo alle urne non fosse libera. E quand’è che si sceglie

liberamente? Quando si hanno tutte le informazioni utili a formulare un giudizio. Tutto nella nostra vita è

informazione, sin dai tempi in cui i primi uomini, per sopravvivere, dovevano sapere con precisione dove

sarebbero passati i branchi di bisonti, perché se avessero avuto informazioni sbagliate sarebbero morti di

inedia. Allo stesso modo l’uomo moderno occidentale deve conoscere quante più informazioni possibili sul

suo paese, sulle istituzioni che lo amministrano, sugli uomini che le presiedono, su quelli che si candidano a

sostituirli, sui problemi che affliggono l’economia, il lavoro, l’ambiente, le politiche sociali, la salute e su

come risolverli. Se queste informazioni fossero manipolate, per la convenienza dei pochi a discapito dei

molti, allora la scelta sarebbe falsata, teleguidata, sbagliata, illusoria, dannosa. Però, da Heisenberg in poi

sappiamo che non esiste informazione senza manipolazione: l’osservatore cambia ciò che sta guardando, e

dunque quello che racconta non è altro che la sua personale rappresentazione della realtà. Forse non esiste

una verità assoluta, dunque, ma tante verità che rappresentano le angolazioni parziali dalle quali si guarda

il mondo. Così come la luce bianca, tuttavia, è composta da tutte le frequenze luminose sommate le une

alle altre, la migliore approssimazione della verità allora non può che passare attraverso la pluralità delle

fonti di informazione. Non a caso l’articolo 21 della nostra Costituzione garantisce la libertà di pensiero e di

parola, cioè la libertà di espressione che si deve ad ogni singola opinione. E da dove passano tutte le nostre

informazioni, oggi? Sono “plurali”? Per lungo tempo ci siamo informati attraverso un medium piramidale,

verticistico, appannaggio di pochi, da subire passivamente: la televisione, veicolo elettivo della propaganda.

La televisione ha sostituito quello che per gli antichi greci era l’Olimpo, e gli opinionisti dei talk show hanno

preso il posto delle divinità. Dopo la costituzione dei grandi network televisivi, dalla metà del secolo scorso

in poi, non siamo stati mai liberi. Se allora ci ponessimo di nuovo la domanda iniziale, “abbiamo più libertà

oggi di quante non ne avessimo in passato?”, forse dovremmo convenire che rispetto ad altre epoche

storiche, dove la comunicazione tra le persone era diretta, oggi viviamo in una immensa caverna di Platone

controllata da chi ha idonei mezzi finanziari, e che questo ci rende tutti molto poco liberi di scegliere. Certo,

da qualche anno è arrivata internet, la più grande rivoluzione dell’informazione dopo Gutenberg, ma i

tentativi di infiltrarla e censurarla sono innumerevoli e molto insidiosi. Sta ad ognuno di noi rivendicare e

difendere la pluralità delle fonti e, soprattutto, avocare a sé il diritto incomprimibile di ragionare fuori dagli

schemi, secondo il nostro insindacabile giudizio. Ogni volta che ci viene detto che non siamo in grado di

capire, che dobbiamo fidarci di altri – non importa chi lo dice – quello è il momento invece di chiedere

spiegazioni, di studiare e di compiere ricerche personali, perché siamo di fronte al chiaro, inequivocabile

segnale di un padrone in cerca di schiavi. E gli schiavi no, non sono liberi.

di Guido Grossi
Perché abbiamo laCostituzione più bella del mondo ma non l’abbiamo attuata? La vediamo come un’utopia:sogno irrealizzabile, rassegnati ad un (in)sano realismo. Eppure, le utopie diventanorealtà.
Ci viviamo già dentro adun’utopia e non ce ne rendiamo conto, né l’abbiamo vista arrivare. Si chiama“neoliberismo”: è il sogno sognato dai ricchi aristocratici di tutto il mondo didiventare sempre più ricchi e potenti, senza incontrare resistenze. Non usanola forza ma il sistema in-formativo per confonderci le idee e farcelo accettarepassivamente. In questo sogno divenuto realtà i poveri si sentono colpevoli dinon essere capaci di diventare ricchi. La borghesia scivola lentamente verso ilbasso senza capire il perché né da che parte stare e diventa compliceinconsapevole dello sfruttamento dei poveri e della propria condanna all’emarginazione.Non l’abbiamo visto arrivare: si è nascosto dietro parole accattivanti come meritocrazia, competizione, governabilità. Dietrouna complicazione tecnica, figlia di quelle parole, inutile e oscura, servita asdoganare regole meccaniche incomprensibili (il “pilota automatico”) che cihanno spinto in direzione opposta a quella che avevamo creduto e desiderato.
Le parole sono potenti incantesimi:plasmano la realtà. Creano le idee e spingono verso scelte determinate. Leavanguardie dei ricchi lo sanno, usano le parole con grande attenzione. Studiano,sanno cosa dire, e lo ripetono all’infinito! Investono decenni e miliardi perinfilare nell’immaginario collettivo un uso distorto di poche parole chiave. Noi,popolo ingenuo che ha imparato a leggere, scrivere e far di conto, abbiamo unalaurea e viviamo su internet, ci scivoliamo sulle parole senza scendere inprofondità, sommersi da una valanga di informazioni inutili: leggi che non possiamoleggere; proposte lontane dai nostri bisogni; notizie oscure di economia efinanza riservate agli addetti, commentate da giornalisti ignoranti, a voltepiù di noi. Nella scuola dell’obbligo non siamo stati educati a prevedere glieffetti che le parole producono. Nei licei che preparano le classi dirigenti nonsi insegna la Legge, l’Economia, la Finanza, la Psicologia, la Sociologia, laProgrammazione Neuro Linguistica. Nelle Università ne puoi studiare una sola diqueste “materie” ma sei condannato ad ignorare tutte le altre. Per governarecomunità complesse, invece, tocca usarle tutte quelle conoscenze. Una nonbasta. Con quali criteri andiamo a votare se non siamo in grado di capire se ecome le diverse proposte elettorali modificano le nostre vite? Basterebberopoche informazioni elementari, ma ci vengono accuratamente negate.
Prendiamo la “meritocrazia”e per capirla meglio, spezziamola in due. Merito, dal latino meréri, vuol dire acquistare. Il suffisso “crazia” dal greco Kratosci parla del potere didominio, cioè del diritto diesercitare violenza!“ Applicare criteri meritocratici” vuol direbrutalmente: “accettare che qualcuno acquisisca il diritto di esercitareviolenza sugli altri”. Non è questo che volevamo! Noi, ingenui, avevamo credutoche qualcuno stesse “mettendo le personegiuste al posto giusto”! Scoprirlo ci fa stare male, ci sentiamo traditi.
In nome della“governabilità” abbiamo accettato leggi elettorali maggioritarie che mentre cihanno tolto il diritto di scegliere le persone che ci rappresentano, hannopermesso a minoranze organizzate di trasferire altrove le leve di governodell’economia, compromettendo di fatto gravemente il potere delle istituzionistatali di governarci.
Osserviamo la“competizione” e la “concorrenza”.  Se avessimo riconosciutoil significato profondo di queste parole non ci saremmo lasciati trascinare inquesto luogo della follia collettiva dove è necessario sgomitare per emergere esopravvivere, condannati a diventare più produttivi ed a “lasciare indietro iperdenti che ci rendono “meno competitivi”.Ci siamo messi a correre per non rimanere indietro in maniera insensata. Prestiamoattenzione al significato corretto: cumpétereecon correre ci dicono esattamente ilcontrario. Per “cercare di raggiungere la meta” (questo è il significato del latino:pétere), dobbiamo “farlo insieme” (cum). Per andare più veloci (correre)dobbiamo essere tanti e uniti (con). Allora è giusto competerema solo se usiamo il senso pieno e vero della parola:tendere tutti insieme verso una meta comune. Risuona con le nostre profondeaspirazioni e ci fa stare bene. È quello che credevamo di fare, quando ciparlavano di Europa unita. Ma se ci lasciamo trascinare nell’uso distorto delleparole e delle idee che rappresentano, finiamo invece per sgomitare perarrivare primi per meritarci il diritto di esercitare violenza sugli altri o,peggio, di accettare rassegnati che altri lo facciano. Sta succedendo!
Vogliamo allora dirci cheè più bello il nostro, di sogno? Quel modello di società disegnato nellaCostituzione fatto di sovranità popolare, di solidarietà, laboriosità, rispettoed accoglienza per tutti, nessuno escluso. Equilibrio mirabile di doveri ediritti, di responsabilità, di formazione, di comunità, di Res Publica: casa comune. L’avevamo scolpito nella legge delleleggi, l’avevamo appena iniziato a realizzare… ma ci siamo distratti.
Questo lo dobbiamo capire:non basta scrivere una buona legge. Non è bastato scriverla col sangue di dueguerre. Bisogna piuttosto imparare a conoscerla vivendola, studiando eimpegnandoci in prima persona a darle forma e vita. Se vogliamo realizzare lanostra utopia, noi che siamo ancora popolo sovrano ma abbiamo smesso disentirci tali, dobbiamo ritrovare noi stessi. Ricordare che la democrazia nonsi esaurisce in un voto (che tanto ci fregano con le leggi elettorali!). Lademocrazia ha senso se molti partecipano, studiano, si impegnano, insomma: seil popolo sovrano decide, diffusamente, di assumersi le proprie responsabilità.Se ci sono riusciti i ricchi aristocratici, a realizzare la loro utopia, e lohanno fatto usandole parole, possiamo farlo tutti noi. Le nostre parole e lenostre intenzioni, oltretutto, sono più belle, più vibranti di amore:facciamole vivere!
Si comincia trovando ilcoraggio di staccarci dal flusso caotico di informazioni devianti e rumorose. Scegliendoresponsabilmente di fare silenzio, spegnendo la televisione e le radio eaccartocciando i giornali finché controllati dai ricchi aristocratici. Quelli cirimbambiscono di pubblicità di prodotti e, soprattutto, di idee, pensate per ilbeneficio di pochi. Per accenderne un altro, di canale per l’in-formazione.Tutto nostro.
Tutti quelli che ci in-formanovogliono anche formarci. Se ci immergiamo nella parola In-formare, infatti, scopriamoche di questo si tratta: (in) di metteredentro al destinatario una forma,quella contenuta nel significato delle parole.
Anche io in questoarticolo provo ad instillare nelle vostre coscienze una forma particolare: ungrande desiderio di silenziare i canali di in-formazione che usano i ricchi perrimbambirci e portarci dove non vogliamo andare. Un silenzio interiore nelquale imparare ad ascoltarci e riconoscerci, che ci dia la forza di competere ma nel senso vero e profondodella parola, questa volta. Per tendere, tutti insieme, alla realizzazione diuna buona, libera, plurale, onesta in-formazione. Che ci restituisca quelle conoscenzeelementari necessarie a riprendere il cammino verso il sogno collettivo cheabbiamo lasciato in sospeso. L’attuazione della nostra Costituzione. Utopia cheabbiamo il dovere, ma anche il potere, ed il piacere, di realizzare insieme.