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Cosa significa essere “europeista”?

di Davide Gionco

Il termine “europeista” è ambiguo.
Il significato dipende fortemente dall’opinione di chi lo usa.
Che l’Italia sia in Europa non è una scelta politica, è un dato geografico, storico e culturale. Innegabile.
Il concetto poco evidente a molti, ma molto chiaro a noi, è che “Europa” non coincide con l’istituzione “Unione Europea”.
Chi ha compreso, analizzando le politiche che la UE impone all’Italia (in modo acritico e non condizionato da quanto ci raccontano in TV e sui giornali), che la UE è una istituzione che persegue interessi privati delle lobbies finanziarie, a danno di centinaia di milioni di cittadini europei, non ha dubbi sul fatto che l’Unione Europea come è oggi configurata debba cessare di esistere.
Detto questo, se l’Italia si trova oggettivamente in Europa, è politicamente intelligente e saggio essere “europeisti”, intendendo per questo l’intenzione di sviluppare politiche di buon vicinato e, per quanto possibile, di collaborazione con gli altri popoli dell’Europa.
Per queste ragioni non ha alcun senso apprezzare o contestare chi si dichiara “europeista”, in quanto in un senso o nell’altro tutti siamo “europeisti”.
La questione fondamentale, invece, è capire che:
1) L’Unione Europea non equivale all’Europa
2) L’Unione Europea è una istituzione non democratica che sta distruggendo l’economia italiana per curare gli interessi di ristretti gruppi di potere economico internazionali.
Solo ieri registriamo le dichiarazioni pubbliche di Jean-Claude Junker “dobbiamo prepararci per lo scenario peggiore e il peggior scenario potrebbe essere nessun governo operativo” e “potremmo avere una forte reazione dei mercati finanziari nella seconda metà di marzo. Stiamo preparando questo scenario”
http://www.liberoquotidiano.it/news/esteri/13311928/elezioni-europa-jean-claude-junker-gufa-risultato-elezioni-italia-nessun-governo-operativo.html
La traduzione di queste parole è una evidente minaccia, simile a quelle recapitate all’Italia nel 2011, quando la “Troika” decise che l’Italia avrebbe dovuto inserire il pareggio di bilancio in Costituzione e che Mario Monti dovesse andare al governo al posto di Silvio Berlusconi.
In entrambi i casi lo strumento di minaccia è stata la “reazione dei mercati” nel caso in cui quanto richiesto dall’Unione Europea, alias Troika, non venga realizzato.
I “mercati” non sono un soggetto anonimo, hanno nome e cognome.
Ad esempio si chiamano Deutsch Bank
http://www.liberoquotidiano.it/news/economia/13289148/deutsche-bank-indagata-ha-causato-crisi-dello-spread-italia-.html
Ad esempio si chiamano Goldman Sachs
https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/09/12/barroso-a-goldman-sachs-il-contratto-dellex-presidente-ue-con-la-banca-daffari-sotto-la-lente-di-un-comitato-etico/3027226/
Ricordiamoci del “metodo” utilizzato da chi attualmente dirige la Commissione Europea.
Prima provano a fare passare le decisioni in loro favore senza che l’opinione pubblica se ne accorga, come ad esempio è avvenuto quando l’Italia ha sottoscritto il Trattato di Maastricht, di Lisbona o l’adesione all’euro, senza spiegare agli italiani le conseguenze di quella scelta.
Se devono imporre “riforme” (altro termine ambiguo) che la politica non è disposta ad appoggiare, allora prendono l’iniziativa i “mercati”, iniziando a speculare sui nostri titoli di stato, naturalmente con tutto il necessario supporto mediatico che terrorizza la popolazione.
Questa forma di dittatura è molto più raffinata rispetto a quelle del passato, in quanto la popolazione che la subisce non riesce a capire chi sia il vero dittatore.
Se essere “europeista” significa essere in favore di quanto sopra descritto, di questa Unione Europea che è uno strumento di potere in mano alle lobbies finanziarie, allora è evidente che nessuno di noi vuole essere europeista.
Se, invece, essere “europeista” significa pensare che i popoli europei debbano vivere con rapporti di buon vicinato, in pace fra loro e collaborando per quanto possibile, allora tutti siamo “europeisti”.
Essere “veri europeisti” significa, quindi, distruggere lo strumento dittatoriale che si chiama Unione Europea, per poi proporre nuove forme di cooperazione a livello continentale.

Verso un nuovo modello di società, verso un Nuovo Rinascimento Mediterraneo.

di Tiziana Alterio

Siamo in un tempo di naufragio. Il modello occidentale capitalistico e la stessa Europa, che ha totalmente sposato e promosso questo modello, sta navigando in acque molto tempestose.
Questa Europa che ha rivolto il suo sguardo più verso l’Oceano Atlantico che verso il Mediterraneo ha una sfida storica importante da affrontare. Continuare a percorrere la strada intrapresa oppure avere il coraggio di costruire una nuova Europa che sia in grado di proporre un modello di società alternativo alla massificazione e omogeneizzazione che la globalizzazione propone. Per cambiare direzione è necessario, innanzitutto, ripensare ad un rinnovato equilibrio tra il Nord-Europa e il Sud Europa.
Cosa sta vivendo il Nord Europa se non una fase di dominio e di imposizione della propria visione del mondo attraverso le politiche di austerità e di colonizzazione con l’acquisto di interi patrimoni del Sud-Europa? E, cosa sta vivendo il Sud-Europa se non una fase di subalternità economica, politica, culturale e sociale smarrendo sé stessa, la propria identità e la propria grandezza storica? Stiamo consegnando il nostro sé più profondo, la nostra unicità ad un modello di società distante dal nostro modo di vivere.
Se l’Europa capirà che questa sfida non solo la riguarda ma può aiutarla anche a costituirsi come soggetto nuovo rispetto al modello importato dagli Stati Uniti, saremo di fronte ad un Nuovo Rinascimento Mediterraneo e il luogo di questa rinascita è il Sud, non inteso geograficamente ma come ventre di quell’umanità che inizia a capire che le deviazioni della modernità e del progresso sono armi letali per la propria felicità. In questo senso il richiamo del Sud è la metafora del richiamo alla vita e alla felicità che si oppone al richiamo alla carriera e al denaro che ha reso l’uomo individualista e incapace di sentirsi parte di un universo più grande. Uno dei paradigmi fondamentali di una società ispirata ai valori Mediterranei sarà, invece, il recupero e la valorizzazione del saper fare che significa saper essere.
La meccanizzazione del lavoro e la conseguente industrializzazione hanno trasformato gli uomini in ingranaggi di macchine sempre più sofisticate alle quali apportare il semplice contributo di farle funzionare il meglio possibile. E lo stesso imprenditore, prostituendosi spesso alla logica del profitto e delle spietate leggi del mercato globale, è entrato a far parte del gioco del modello capitalistico perdendo la propria ricchezza. In questo processo l’uomo mediterraneo si è allontanato sempre di più dalla sua natura più profonda, dalla sua vocazione mediterranea, quella del saper fare creativo, perdendo la sua unicità e specificità. Un modo, per il sistema operante, per omologare e rendere le persone sempre meno soggetti pensanti e sempre più un consumatori funzionali.
Abbiamo permesso che chiudessero le nostre botteghe artigiane e il loro antico sapere legato allo spirito del territorio, per essere sostituite da negozi anonimi, multinazionali o rivenditori cinesi.
Il pensiero artigiano è, invece, un modus vivendi, è un pensiero che plasma la vita stessa poiché essere artigiano, qualunque lavoro si faccia, vuol dire pensare a quanto puoi crescere migliorando le tue abilità, ed avere tutto il tempo necessario per riuscirci, ce lo dice persino un noto sociologo americano Richard Sennett. I moderni artigiani sono quindi anche “i ricercatori di un laboratorio, le comunità che sviluppano sistemi di open source come Linux. L’artigiano si distingue per la sua capacità di unire al lavoro delle mani quello della testa e dell’immaginazione, al contrario di quanto avviene attualmente nel lavoro dove l’abilità tecnica è stata scissa dall’immaginazione”. Ma accanto al saper fare e alla ricerca dell’eccellenza, il nuovo paradigma di società dovrà capovolgere radicalmente il pensiero dominante di derivazione americana, per il quale nell’era della globalizzazione bisogna “pensare globale e agire localmente” (Think global, act local), un modo affinché il pensiero globale americano imposto a tutto il mondo diventasse un pensiero locale.
Nel Nuovo Rinascimento Mediterraneo bisogna invertire la rotta e “pensare locale e agire globale”. Ciò che è unico, ciò che è legato al territorio e alla sua storia deve diventare universale grazie ai nuovi strumenti offerti dalle tecnologie e dalle reti di comunicazione.
Dobbiamo dunque imparare a moltiplicare il valore dei talenti propri del Sud rendendoli globali e impedendo quello che sta invece avvenendo negli ultimi anni con l’acquisto di aziende italiane, greche, spagnole, portoghesi da parte di americani, coreani, cinesi che sono manchevoli del nostro saper fare ma che sanno molto bene moltiplicarne il valore, proprio ciò che noi dovremo imparare a fare.
Solo nella misura in cui il Sud riuscirà a recuperare il genius loci che vive nelle imprese artigiane e nelle Piccole e Medie imprese familiari – scrive Stefano Petrucci nel suo libro Comunicare Mediterraneo – ancora attente al prodotto e alla sua dimensione umana, allora si potrà rinascere indicando anche una nuova strada per uscire dalla crisi. Dunque, valorizzazione del genius loci, rispetto della natura e dell’ambiente, processi produttivi artigianali e fortemente caratterizzati dal luogo e adesione all’universo dei valori che si promuovono indicano anche un nuovo modo di pensare l’economia dove l’aspetto umano, la sinergia con la comunità del territorio, la salvaguardia della terra prevalgono sul mero profitto.
Ma cosa distingue questa nuova fase storica dal precedente periodo Rinascimentale? Sicuramente un modo nuovo di concepire l’uomo e il suo rapporto con la natura. Finita l’epoca buia del Medioevo, si entrò in una fase di splendore con un diverso modo di vedere il mondo e una nuova percezione dell’uomo in grado di autodeterminarsi, di coltivare le proprie doti e di dominare la natura, modificandola. Nel Nuovo Rinascimento Mediterraneo l’uomo dovrà invece integrare, dentro di sé e come coscienza collettiva, i valori sia maschili che femminili. Dovrà essere capace di armonizzare la parte razionale, e quindi la mente, con la parte più legata alle emozioni, e quindi al cuore. L’uomo del Nuovo Rinascimento dovrà chiedersi come contribuire ad un riequilibrio tra questi due eterni principi. E sarà colui che non dominerà più la natura, vista come terreno di conquista, ma sarà capace di integrarsi con la Grande Madre Terra, rispettandola. Sarà colui che saprà mettere l’uomo di nuovo al centro di ogni scelta e saprà, quindi, impostare una “nuova economia del dare” basata, innanzitutto, sulla qualità della vita piuttosto che sul profitto.

L’evoluzione storica delle norme e dei trattati, sono in linea con la nostra Costituzione?

di Filippo Abbate

Suggerimento di lettura

L’art. 47 della Costituzione “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito” ha radici storiche profonde e sancisce il legame tra Repubblica e cittadini, risparmio e banche, credito e imprese.
Prima della Legge bancaria del 1926 le banche rispondevano al diritto comune, senza avere controlli e limiti sulle partecipazioni azionarie nelle imprese, senza cioèseparazione dell’attività bancaria dai rischi propri delle imprese, con possibile esposizione a crisi di solvibilità. Lo scenario mondiale dal 1920 al 1933 è proprio caratterizzato da depressione economica e da numerosi salvataggi bancari.L’Italia non ne rimane indenne e a risanamento del suo sistema bancario interviene il Regio Decreto Legge 12 marzo 1936 XIV, n. 375, noto come seconda legge bancaria.
L’aspetto determinante di tale legge, oltre all’istituzione della separazione tra aziende di credito a breve termine e istituti di credito di medio-lungo termine,è quello di aver posto le basi per l’intervento dello Stato nell’attuazione della difesa del risparmio e del controllo del credito, attraverso l’istituzione di un Ispettorato, guidato dal Governatore della Banca d’Italia – avente natura di ente pubblico – e controllato politicamente da un Comitato di Ministri. Un’ architettura che consentiva al Governo di esercitare il suo naturale potere di politica economica, a difesa del risparmio. Perché ciò è importante?Da un lato si affermava la natura pubblicistica del credito con la nascita di istituti di credito di diritto pubblico e banche di interesse nazionale;dall’altro il risparmio veniva considerato valore da difendere. Nella Carta Costituzionale lo Stato riceverà il compito di incoraggiare e tutelare il risparmio, favorendone e salvaguardandone l’accumulazione, indipendentemente dalle crisi congiunturali economiche in atto, perché il risparmio è un bene di interesse generale, e come tale, dovrà essere tutelato sempre, proteggendo i risparmiatori a beneficio della società.
Ma se i padri costituenti recepirono integralmente le linee guida della legge bancaria del ’36, il Testo Unico Bancario (Decreto legislativo 1° settembre 1993 n.385), recepirà successivamente le direttive comunitarie suggellando il percorso di trasformazione in società per azioni degli istituti di diritto pubblico e delle casse di risparmio (introdotto con la legge Amato 218/1990). L’attività bancaria diventa attività d’impresa privata, allontanandosi dal concetto di esercizio pubblicistico del credito, recepito nella seconda parte dell’art. 47 della Costituzione. Allo stesso tempo, viene eliminata la distinzione tra aziende di credito ordinario e istituti di credito speciale, consentendo l’esercizio congiunto del credito commerciale a breve e del finanziamento a lungo termine.Le banche possono esercitare sia attività bancaria tradizionale, sia attività di intermediazione finanziaria; si aprono le frontiere; il sistema bancario italiano si trasforma gradualmente; nasce la BCE. Siamo nel 1998, le banche dei Paesi dell’Euro Zona sono banche commerciali che si rivolgono alla BCE per ricevere prestiti. La BCE controlla dunque l’offerta di moneta e l’inflazione. I suoi compiti istituzionali sono gestire l’euro e definire e attuare la politica economica e monetaria dell’Unione Europea. Sotto un’unica parola d’ordine: mantenere la stabilità dei prezzi (favorendo la crescita e l’occupazione, in secondo ordine).
Chi poteva immaginare poi che il 1° gennaio 2016, la Direttiva Europea BRRD, conosciuta come Direttiva sul Bail-in, avrebbe consentito di ricapitalizzare una banca in difficoltà con le risorse dei risparmiatori? L’intento originario di tale norma comunitaria voleva essere salvaguardare la fiducia nel sistema economico, ma di fatto, il risultato è opposto: i costi dei salvataggi bancari coinvolgono i risparmiatori, ribaltando totalmente il dettato costituzionale dell’art. 47.
Chiediamoci allora: l’evoluzione storica delle norme che ha recepito le indicazioni e direttive europee, è oggi in linea con la nostra Costituzione?

Moneta Fiscale per rimettere in moto l’economia

di Marco Cattaneo

Vignetta di Costantino Rover
www.economiaspiegatafacile.it

Il nuovo governo M5S – Lega deve affrontare con la massima determinazione i gravissimi problemi che affliggono l’economia italiana. Nonostante nel 2017 abbia fatto registrare una crescita dell’1,5%, il PIL reale (corretto per l’inflazione) è stato ancora inferiore di 100 miliardi ai livelli del 2007 – dieci anni prima! E i segnali attuali sono di rallentamento.
Le persone in povertà assoluta hanno raggiunto i cinque milioni (da 1,7 nel 2007). Solo tassi di crescita ben più sostenuti possono avviare una vera ripresa dell’occupazione e delle condizioni economico-sociali di vasti segmenti della popolazione.
Una situazione irrisolvibile? non sulla base della proposta elaborata da un gruppo di ricercatori, tra cui l’autore del presente articolo – Marco Cattaneo – insieme tra gli altri a Biagio Bossone, Massimo Costa e Stefano Sylos Labini.
Si tratta di introdurre un nuovo strumento finanziario, i Certificati di Credito Fiscale (CCF): titoli da assegnare gratuitamente a una pluralità di soggetti – lavoratori, aziende, pensionati, disoccupati, fornitori del settore pubblico.
Un CCF permette di ridurre pagamenti futuri dovuti alla pubblica amministrazione, per qualsiasi causale (tasse, imposte, contributi, tariffe, ticket sanitari). In pratica sono diritti a sconti fiscali futuri.
Il titolare può monetizzarli in anticipo: un CCF emesso oggi, e utilizzabile come sconto fiscale a partire (ad esempio) dal 2020, ha valore fin da subito. E’ infatti negoziabile e trasferibile, e avrà un prezzo di mercato pari al valore facciale (lo sconto fiscale usufruibile alla scadenza) al netto di un modesto fattore di attualizzazione che incorpora l’effetto del differimento.
Molto probabilmente, si diffonderà anche l’utilizzo diretto dei CCF come corrispettivo di compravendite di beni e servizi. I CCF costituiscono una vera e propria forma di “Moneta Fiscale”, integrativa rispetto all’euro.
Peraltro, non essendo una moneta ad accettazione obbligatoria (ma negoziata e transata liberamente dalle parti, su base volontaria) i CCF non ledono il monopolio della BCE. L’euro rimane la moneta legale e l’unità di conto per i bilanci pubblici e privati.
Emissioni di CCF che crescono gradualmente fino a 100 miliardi annui nel giro di tre anni possono produrre una forte ripresa del PIL, a ritmi intorno al 3% annuo.
La crescita inoltre aumenta il gettito fiscale lordo, compensando gli sconti ottenuti, a scadenza, dai titolari dei CCF. Il maggior denominatore riduce il rapporto debito pubblico/PIL, e la differenza tra spese e incassi pubblici annui (in euro) cala a zero.
Le assegnazioni di CCF andranno, inoltre, in parte alle aziende, in funzione dei costi di lavoro sostenuti. Questo riduce il costo del lavoro effettivo, migliora la competitività ed evita che la ripresa squilibri i saldi commerciali esteri: la maggiore competitività consentirà alle aziende di esportare di più e di guadagnare quote di mercato interno nei confronti della concorrenza estera, compensando le maggiori importazioni dovute alla ripresa.
Si raggiungono così anche le finalità del Fiscal Compact. L’Eurosistema prevede che la BCE garantisca i debiti pubblici purché ogni paese s’impegni al pareggio di bilancio e a ridurre il rapporto debito/PIL. In pratica la BCE garantisce gli attuali livelli di debito, purché non si incrementino.
Ma i CCF non sono debito da rimborsare. Lo stato emittente si impegna solo ad accettarli a riduzione di pagamenti futuri. Nessuna garanzia è richiesta alla BCE: il valore dei CCF è assicurato dall’impegno di accettazione dello Stato.
Tutto ciò risolve le attuali disfunzioni dell’Eurosistema senza rompere la moneta unica, e senza che l’Italia debba chiedere maggiori garanzie o sostegni finanziari a nessuno. Non è necessaria la revisione di alcun trattato. L’Italia si rimette in moto semplicemente riassorbendo la disoccupazione e quindi utilizzando l’enorme potenziale inespresso della sua economia.

La Costituzione Economica: un tema di nuovo attuale

di Luigi Pecchioli

Vignetta di Costantino Rover
www.economispiegatafacile.it

Quello che sta accadendo nel panorama politico e culturale italiano, con la rinascita di un pensiero meno direttamente “europeista” e più agganciato all’interesse nazionale, visto come prerequisito per potersi parlare successivamente di uno sviluppo di un corretto e sano europeismo, sta portando a riscoprire quella parte della Costituzione, diciamo meno “frequentata” ultimamente dai commentatori, ovvero quella dei diritti sociali.
Il tema del lavoro è stato toccato da riforme come il Jobs Act, ma non si è mai discusso se questa norma trovasse o meno legittimità nel dettato degli artt. 35 e 36 Cost.. Per un periodo si è ventilata una riforma dell’art. 41 Cost., in senso più “liberista” e si è tirato in ballo, vagamente e spesso a sproposito, l’art. 47 Cost. per giustificare riforme bancarie imbarazzanti dal punto di vista giuridico e per i risultati pratici, come il “bail in” o la nuova sorveglianza bancaria, ma nessuno degli articoli citati è stato veramente analizzato per mettere sotto osservazione da un punto di vista sistematico quanto il Governo, su impulso UE, stava attuando. Il crollo di consensi della sinistra, dettato anche e soprattutto da queste politiche che hanno impoverito le persone e tolto loro diritti e welfare, ed il sorgere recente di una corrente “sovranista” ed euroscettica all’interno della Lega, permette di riprendere oggi l’approfondimento di quel fondamentale problema il cui esame è stato interrotto troppo bruscamente in nome di un “Europe first”: i Trattati europei, che sono portatori di una visione macroeconomica liberista-hayekiana, possono integrarsi senza sforzo coll’ impianto della nostra Carta?
Non è questa la sede per dare una risposta, ma da qui può nascere un dibattito fra studiosi ed economisti che potrebbe essere ospitato in questa rivista e che permetterebbe di precisare il perimetro ed il contenuto di questioni fondamentali, come i limiti del diritto ad intraprendere, il lavoro come dignità, lo Stato “agente” in campo economico, il welfare ed il progetto di reddito universale e tanti altri. La base per la discussione a mio avviso è data dalle seguenti considerazioni: la nostra Costituzione è frutto di tre grandi correnti di pensiero: quella liberale, quella della Dottrina sociale della Chiesa, e quella socialista, ma sarebbe un errore pensare che la Carta sia una specie di “compromesso” fra queste posizioni, o peggio, una concessione fatta dai “deboli” democristiani ai comunisti, per paura di agitazioni sociali: le sue proclamazioni di principio, come spiega Mortati nelle “Considerazioni sui mancati adempimenti costituzionali”, “…risultano, se considerate nel loro nucleo essenziale, espressione univoca e coerente, in ogni loro parte, della volontà della grande maggioranza dell’Assemblea” ed in nota precisa “… Se alla concezione cristiana si voglia ricondurre il profondo motivo espresso dalla Costituzione essa deve essere intesa in un largo senso, non collegandola all’origine storica ed all’elaborazione dogmatica… Calata nella realtà di oggi quella concezione trova la sua più autentica espressione negli ideali del socialismo. Ed è a questa realtà che la nostra costituzione ha voluto adeguarsi.”. Nella costituzione c.d. “economica”, ovvero gli articoli dal 35 al 47 raccolti nel titolo III, questa influenza socialista è palese e si estrinseca, come afferma Federico Caffè, nel recepimento del modello economico keynesiano, nel nome dell’intervento statale a sostegno della domanda aggregata e dell’obiettivo del pieno impiego.
Questa è la chiave di lettura a mio avviso imprescindibile per iniziare un serio dibattito.

Rivoluzionare l’Europa – non facciamo gli struzzi!

di Guido Grossi

Nascondiamo la testa!!!

È un pensiero irresponsabile quello che rifiuta di vedere le tensioni che stanno già esplodendo, in Europa, e rischiano di diventare incontrollabili.
Eppure, il seguente pensiero: “l’Unione europea non è riformabile nella sua essenza”, è un pensiero tanto ingenuo, quanto diffuso.
L’idea va messa oggi alla prova: il pensiero “unico” da cui discende, trasversale alle élite europee, è in crisi evidente.
Perché schierarci? Da una parte, gli europeisti, e dall’altra, i sovranisti. Cambiamo parole, piuttosto, per cambiare il mondo, e iniziamo a sentirci, tutti e profondamente: sia europei, che sovrani. Ed anche Italiani, cittadini del mondo, particelle infinitesimali (ma preziose) dell’Universo. Staremo meglio!
Intanto, riflettiamo per pochi secondi: nulla è immutabile, a questo mondo.
Figuriamoci se possono resistere ancora a lungo, così come sono, queste strutture prive di democrazia e di trasparenza, che pianificano il mantenimento di elevati livelli di disoccupazione e sopportano livelli vergognosi di povertà, che fondano piuttosto l’Unione europea sulla stabilità della moneta e un elevato livello di competizione! Che coprono le attività delle istituzioni con segretezza dei lavori, inviolabilità della sede, insindacabilità degli atti e immunità personale dei burocrati. Le persone non sanno.
Scelte destinate, per natura, a generare meccanicamente squilibri gravi e tensioni sociali, oramai evidenti, figlie di un presente insoddisfacente per troppi, di un futuro oscuro per tutti.
Tv e giornali che ignorano i Gilet Gialli e “l’altra faccia della democrazia” (13 morti, più di mille feriti, migliaia di arresti) oscurano quanto accade in Grecia, a Londra ed a Bruxelles, e liquidano la protesta che monta in tutta Europa con etichette inappropriate, ci invitano, di fatto, a comportarci tutti come struzzi, che mettono la testa sotto la sabbia per non vedere in faccia il pericolo in arrivo.
Memento (ricorda): se un pensiero si diffonde, è perché qualcuno lo alimenta. E sa come farlo.
C’è chi trae un beneficio enorme – e fa quindi di tutto per mantenerlo – dall’attuale configurazione delle regole europee, e si tratta di pochissime persone al mondo: i signori che governano, direttamente ed indirettamente, i mercati finanziari sopra nazionali, strutturati per favorire la concentrazione di ricchezze enormi nelle mani di pochi, potenti, cinici e irresponsabili.
Il Grande Capitale Sopra Nazionale che ha comprato le università, le accademie del pensiero sociopolitico, il sistema mediatico fatto di grandi reti televisive e giornalistiche, e che si è insediato stabilmente nelle Istituzioni dell’Unione europea, diffonde imperterrito il suo mantra:
T.I.N.E.: There Is No Alternative, Non C’è Alternativa.
Ci vogliono rassegnati, e spaventati (la paura, istintivamente, blocca).
Per tutti quelli che non si rassegnano, ci sono poi etichette superficiali e prive di fondamento, scelte per “demonizzare”: fascisti, populisti, nazionalisti, sovranisti, incompetenti.
La manipolazione delle informazioni e del consenso, è efficace. C’è uno stuolo impressionante di persone che subisce danni enormi dal sistema ma, convinto dalla “propaganda”, lo sostiene in maniera acritica.
Il conflitto si radicalizza, e la popolazione si spacca. Confesso che io stesso sono tentato, ogni tanto, di radicalizzare le posizioni. Ma mi sforzo di resistere.
C’è bisogno infatti di “tirare la testa fuori dalla sabbia”, e questa azione riguarda proprio tutti: da una parte e dall’altra.
C’è bisogno di “abilità a dare risposte” e cioè di coraggio (cuore aperto) e di responsabilità (mente lucida). Sapendo che le risposte concrete e, possibilmente, non “suicidarie” per l’umanità, non saltano fuori da un giorno all’altro dal cilindro di un mago: vanno elaborate con fatica, tempo e dedizione, dall’intelligenza collettiva; con l’impegno di molti.
Se vogliamo evitare una guerra civile che, considerata l’entità degli interessi in gioco (e non solo europei, e non solo economici), appare più probabile di quanto non si creda, è necessario che le teste pensanti del mondo rifiutino di spaccarsi in due, e si assumano la responsabilità di studiare soluzioni “vere”, che affrontino e risolvano alla radice i problemi.
Bisogna chiamare, naturalmente, anche i sostenitori del “più Europa”, alle loro responsabilità: non è sufficiente una generica allusione agli Stati Uniti d’Europa. Ce li descrivano in un dibattito pubblico, alto, aperto, costituzionale.
Di una cosa possiamo stare certi: questa Unione europea non è affatto “unita” e di certo non dura, così com’è, basata sulla competizione. Ci porta alla guerra, se non ci svegliamo. La necessità è chiara perfino alla Commissione europea, che nel suo libro bianco del 2016 prevede, oltre ai possibili “passi in avanti”, anche l’ipotesi di un sostanziale passo indietro. Lo trovi qui, il libro bianco.

Se questo è dunque lo scenario, la cosa più ragionevole (e urgente) da fare, in grado di evitare la follia, è:
cominciare ad immaginare, per poi programmare, una forma di rapporti fra le nazioni europee (e mondiali), totalmente diversa da quelle attuali.
Qualcosa in cui la parola “democrazia” si riempia di significato concreto ed in cui la Politica torni a governare il mondo, ed i mercati.
Rapporti fra Nazioni, bada bene, che ancora non sono dissolte, ma che hanno già perso gran parte dei loro elementi costitutivi, a partire dal potere di governo dell’economia, mentre non sono state sostituite da altro livello di responsabilità politica.
Occorre prendere atto di una grande verità: il potere politico (la Sovranità) non è stato “trasferito”: si è dissolto. Sacrificato sull’altare del dio mercato!
Le “Riforme Strutturali”, che sono squisitamente politiche e incidono nella carne dei rapporti sociali, non sono forse concepite e scritte nelle istituzioni finanziarie (BCE, FMI, MES), e poi imposte al simulacro della politica dietro ricatto dei mercati: “o le attui, o ti faccio fallire”?
Dobbiamo allora domandarci, con apertura ed estrema serietà:

  • quali sono le vere priorità, per gli abitanti dell’Europa e della Terra?
  • siamo venuti al mondo per competere e accumulare profitti?
  • o siamo qui per creare forme di collaborazione, e solidarietà, verso tutti?
  • quali strutture sociali, giuridiche, politiche, economiche e finanziarie sono in grado di assicurare il raggiungimento di priorità “a misura d’uomo”?
  • per soddisfare i bisogni profondi degli esseri umani, c’è davvero bisogno di un governo centrale, in Europa o nel mondo, che prende decisioni valide per tutti e le possa imporre con la forza, o c’è piuttosto bisogno di rispetto delle autonomie, seppure incorniciate in un contesto culturale condiviso?
  • non è forse sul piano della condivisione dei valori e dei principi, che va cercata una unione che oggi in realtà non esiste, prima ancora che nelle istituzioni e nel governo dell’economia?
  • esiste davvero una economia che non è, sempre e comunque, scelta politica?
  • è più importante la stabilità della moneta, o la lotta alla povertà?
  • dobbiamo far crescere il PIL, o l’educazione civica?
  • dobbiamo garantire la “governabilità”, o la democrazia?
  • dobbiamo competere, o collaborare?
  • ha senso la politica, senza etica?
  • i popoli, sono sovrani, o sudditi?
  • c’è bisogno di leader, o di una diversa partecipazione dei cittadini?
  • quale è il ruolo dell’in-formazione, dell’educazione e della cultura, in questa ricerca?
    Temi e domande, queste abbozzate, che ci riguardano proprio tutti, e molto da vicino, e sui quali manca assolutamente, nel palcoscenico mediatico, una riflessione collettiva, pubblica, profonda, impegnata, aperta, onesta, leale.
    Se non ci decidiamo ad affrontarli, con la testa infilata sotto la sabbia come siamo, mentre montano rabbia e disperazione, la via della catastrofe continuerà ad allargarsi.
    È tempo di riunire gli sforzi, allargare il cuore, affinare la mente, superare ogni rimpianto del passato e ogni paura del futuro, per costruire un presente degno, proprio per tutti.

Sostenibilità e proponibilità dei 5 scenari che si delineeranno in Europa nel biennio 2019-2020

di Antonino Galloni

Caos in europa

1.INVARIANZA DELLA SITUAZIONE ATTUALE.
Tale prima ipotesi conduce alla insostenibilita’ sociale assoluta ed alla insostenibilità finanziaria relativa.
La insostenibilità sociale dipende dall’architettura dell’euro; esso, infatti, é stato introdotto per un modello economico prevalentemente – se non esclusivamente – orientato alla ricerca di competitività.
Ma quest’ultima è stata perseguita per ottenere le conseguenze di essa: vale a dire la deflazione salariale e la compressione della domanda interna, cioé minore e peggiore occupazione (precarizzazione).
Se si fosse voluta una maggiore competitività dei mercati, infatti, si sarebbe dovuti partire dalla convergenza tributaria, non dalla moneta unica.
Nel progetto apparente dell’euro e della Unione, l’obiettivo di ciascun Paese sarebbe stato quello di far aumentare le esportazioni, anche a costo di sacrificare i salari e l’occupazione, vale a dire la domanda interna.
Ma le esportazioni di un Paese sono le importazioni di un altro; quindi, il modello scelto presuppone l’esistenza di squilibrio nella bilancia commerciale che spinge sia all’aumento della remunerazione del capitale finanziario (per attirare capitali dall’estero onde riallineare la bilancia dei pagamenti), sia a perseverare nella deflazione salariale e occupazionale.
In questo modo si ottiene un duplice effetto negativo sui conti pubblici dovuto all’aumento dei tassi di interesse sul debito pubblico da una parte e all’esigenza di aggravare la pressione fiscale sui ceti meno abbienti e più numerosi, già provati dalla deflazione.
La società, dunque, si divide tra una maggioranza che si impoverisce sempre più per effetto della deflazione, dell’aumento del carico tributario e del peggioramento dei servizi pubblici – da una parte – ed una minoranza che puo’ scaricare sulla clientela i maggiori oneri compresi gli stessi incrementi di tasse.
Non deve stupire, quindi, se tale maggioranza cerchi di esprimere, nei vari modi possibili (dalle elezioni alle proteste di piazza alla prospettiva della disobbedienza civile) il proprio disagio.
Dentro l’attuale cornice dell’euro e dell’Unione, lo scenario sociale puo’ essere definito solo come insostenibile in maniera assoluta.
Sul fronte finanziario, benché i dati disponibili siano più che allarmanti, il sistema internazionale appare ancora in grado di resistere.
Cio’ accade perché le risorse monetarie producibili dalle Banche Centrali per gestire le incredibili tossicità debitorie create dai grandissimi intermediari, non hanno limiti: é sempre possibile collateralizzare un titolo, magari allungandone la scadenza, se la Banca Centrale lo accetta a garanzia in cambio di moneta a corso legale e a « costo zero ».
Tale capitalismo ultrafinanziario ha superato la scarsità dei mezzi di pagamento; e la sua sostenibilità (relativa) si basa sul fatto che la immensa liquidità non arriva all’economia reale. Il credito bancario all’economia reale, infatti, é bloccato dalle regole vigenti e gli operatori si arrangiano con metodi alternativi; detto credito, tuttavia, sempre per le regole vigenti, é ampiamente disponibile per le operazioni speculative e la giostra continua.
Essa sarà fermata: da un cambiamento delle regole imposto dalla politica; dalla applicazione alle grandi banche dei test vigenti in concomitanza di un restrigimento della disponibilità di liquidi illimitati da parte delle Banche Centrali (ad esempio, l’allineamento della BCE sui comportamento più restrittivo della FED, atteso nella seconda parte del 2019, se Trump non la spunterà con la FED, se la Germania manterrà le posizioni previste quando sarà alla guida della BCE).
Tornando alla insostenibilità sociale, essa sarà confermata dai necessarissimi – ma mancati – superamenti del paradigma capitalistico e di quello della scarsità.
Nei comparti produttivi ad elevata redditività, infatti, la domanda di lavoro è decrescente (sempre meno addetti garantiranno i beni materiali ed i servizi ad alto valore aggiunto di cui abbiamo bisogno) ; l’aumento dei profitti sarà consistente, ma inferiore all’effetto di riduzione del PIL dovuto al calo occupazionale dove le retribuzioni possono essere più elevate e sarà anche inferiore alla necessità di investimenti tecnologici. La soluzione, almeno parziale, sarebbe la riduzione di orario di lavoro a parità di salario, ma gli stessi percettori di profitti vi si oppongono perché ne percepiscono solo l’effetto reditributivo a loro avverso. Non ne percepiscono neanche l’effetto di insostenibilità sull’economia complessiva, sicché si puo’ considerare storicamente esaurita la spinta sociale del capitalismo stesso.
Quindi, crescono solo i profitti, non l’occupazione, non il PIL, non la convenienza ad investire nella tecnolgia perché la massa di essi cresce in assoluto e all’interno del valore aggiunto o PIL, ma decresce in rapporto alla massa degli investimenti: cio’ vuol dire che, presto, lo Stato dovrà riprendere a fare investimenti non solo « strategici » ma anche industriali.
Invece, nei comparti dove l’occupazione deve crescere (servizi di cura delle persone, dell’ambiente, del patrimonio esistente) il paradigma capitalistico non puo’ essere applicato perché il fatturato – che dipende dal reddito disponibile dei cittadini – é inferiore al costo (il lavoro necessario, appunto).
Che fare, dunque?

2.I MEMBRI DELL’UNIONE EUROPEA SI METTONO D’ACCORDO PER RIFORMARE LE REGOLE OVVERO ABBANDONARE L’EURO.
Scenario molto teorico, visti gli interessi di chi ha continuato a prosperare alle spalle degli altri consociati. Ma, almeno, allettante se si dovesse raggiungere consapevolezza di un modello economico sostenibile, vale a dire caratterizzato dal comune obiettivo di sostituire importazioni ovvero favorire le economie locali restituendo alla crescita della domanda interna il suo fondamentale ruolo di traino.
Le elezioni europee di fine maggio 2019 ci diranno qualcosa al proposito…ma, per ora, tale scenario appare il più improbabile.

3.ESPLOSIONE OVVERO IMPLOSIONE DEL SISTEMA DELL’EURO.
Meno improbabile appare tale terzo scenario, soprattutto alla luce dell’analisi iniziale; in tale caso occorre dotarsi – o, meglio, essersi dotati tempestivamente di un “Piano B” in grado di relizzare in tempi e modi accettabili un ritorno improvviso alla valuta nazionale.

4.GRANDE PAESE CHE LASCIA.
Premesso che l’abbandono di Italia, Francia o Germania porterebbe quasi sicuramente al crollo dell’euro, tale ipotesi, oggi, sembrerebbe più probabile per quest’ultima. Infatti, la Germania ha già capitalizzato tutti i vantaggi della situazione e, adesso, avrebbe più ragioni di guardare verso la Russia, soprattutto se l’Unione Europea dovesse continuare a manifestare una scarsa indipendenza internazionale dagli USA.
Ma gli USA vorrebbero uno sfaldamento della UE ? O, piuttosto, temono un allargamento dell’Europa – ma non certo di questa UE – alla Russia ?

5.UNA SOLUZIONE PARALLELA.
Sebbene un qualsiasi tipo di abbandono dell’euro non ponga più problemi di quanti ne risolverebbe (purché, ad esempio, nel caso italiano, si tornasse almeno alla situazione precedente il 1981, non certo a quella del 2001), prevale, nell’opinione pubblica, il disagio per un programma di immediato e diretto ritorno alla valuta nazionale.
Vi sono, invece, molte buone ragioni per proporre una soluzione più pratica e di facile applicazione: vale a dire l’introduzione di una valuta parallela statale, a sola circolazione nazionale, non convertibile, ma a corso legale, con cui sarebbe possile, soprattutto, pagare le tasse; essa non é contemplata e, quindi, nemmeno proibita, dal Trattato di Lisbona dove si parla, appunto, di banconote e non di statonote.
La competenza sottratta alle banche nazionali per essere attribuita alla BCE, infatti, riguarda la sola « moneta a debito », non la sovranità monetaria dello Stato che puo’ essere o non essere esercitata per sola volontà amministrativo-politica interna.
Il vantaggio di tale soluzione é che un’immissione di tali mezzi di pagamento per una percentuale moderata del PIL (non superiore al 3 % di esso perchè il resto sarebbe credito bancario) avrebbe il duplice vantaggio di consentire spese pubbliche necessarie (come le assunzioni nella pubblica amministrazione) senza aggravare disavanzi o debito: infatti tali risorse – a costo zero – avrebbero lo stesso segno algebrico delle tasse e si sommerebbero ad esse controbilanciando il livello della spesa.

6.CONCLUSIONI.
Atteso che l’intera impalcatura dell’Unione risulta in crisi – come evidenziano anche le tensioni tra Italia e Francia dall’ « affaire Gheddafi » ai Gilet Gialli – persino di più del capitalismo ultrafinanziario internazionale (considerate le luci dei Paesi emergenti come Cina, India, ecc.): bisognerebbe cercare convergenza su un « programma minimo » non massimo (come le parole d’ordine giuste ma divisive « fuori dall’Unione, fuori dall’euro »). Esso può trovare il primo e fondamentale elemento di coagulo nel superamento del paradigma capitalistico (in crisi) della scarsità attraverso la introduzione di una valuta parallela, a corso legale solo nazionale, non convertibile, capace di fornire mezzi ad una spesa pubblica – per occupazione ed investimenti necessari – senza creare ulteriore debito.

Modesta proposta al Governo italiano

di Maurizio Blondet

Popoli europei attendono

È interesse sommo del Governo italiano, del popolo italiano, e di tutti i popoli europei, affrontare di petto e nel profondo il tema delle riforme delle regole di convivenza in Europa. Tutti sanno quanto siano necessarie, nessuno entra nel merito!
Per questo chiedo a Giuseppe Conte, Capo del Governo, ed ai suoi vice, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, di aprire formalmente il dialogo sull’argomento, al livello che merita.
Il professor Paolo Savona è ministro degli Affari Europei. Ha espresso chiaramente e dottamente la necessità che l’Unione Europea sia riformata. Organizzi con i fondi e l’egida del ministero, ed il patrocinio del Governo intero, un convegno internazionale sull’euro, l’Europa e le riforme di cui abbisogna.
Ci sono una notevole quantità di economisti di fama internazionale che possono essere invitati a discutere. Personalità che i media italiani fanno finta di non conoscere, e che perciò il pubblico italiano non conosce.
Una breve scorsa su internet basta a identificarne una mezza dozzina.
Ashoka Mody, economista, Princeton, ha scritto un saggio “Eurotragedy”, pubblicato dalla Oxford University Press. I esprime con humour molto british su blog e articoli che compaiono sul Financial Times.
Adam Tooze, laurea alla London School of Economics, docente di storia dell’economia alla Columbia University, ha scritto un saggio (“Lo Schianto”, Mondadori) dove critica lucidamente e radicalmente il sistema del capitalismo terminale globale. E’ intervenuto nel dibattito sul deficit di bilancio italiano, dicendo che il braccio di ferro che la Commissione UE ha ingaggiato col governo populista “potrebbe scatenare una crisi finanziaria che porterebbe all’Italexit e alla fine della UE”.
Paul De Grauwe, docente di economia monetaria alla London School of Economics, già senatore, già assistente economico del presidente della Commissione UE Manuel Barroso, già economista al Fondo Monetario e alla Banca Centrale Europea – insomma un curriculum perfettamente istituzionale, niente che lo faccia assomigliare ad un economista selvaggio – ma da sempre spiega le tesi per le quali Borghi è stato schernito e sputacchiato: ossia che una banca centrale può annullare il debito pubblico quando vuole, e che gli economisti tedeschi che strillano che hanno paura che la BCE “fallisca” se compra troppo debito italiano (o spagnolo, o greco) sono degli ignoranti, che attribuiscono a una banca di emissione gli stessi limiti che ha una banca privata.
https://www.maurizioblondet.it/perche-la-bce-puo-cancellare-250-miliardi-e-chi-lo-nega-e-ignorante-o-in-malafede/
Emmanuel Todd, il grande antropologo, demografo e storico francese, credo non abbia bisogno di presentazioni: basti dire che previde il collasso dell’URSS in un famoso libro, La Chute Finale, già nel 1976. Oggi esprime critiche definitive sulla UE e si è dichiarato a favore dell’uscita della Francia dall’euro e del recupero della sovranità nazionale.
Jacques Sapir, economista, accademico, da anni propugna la “de mondializzazione” e l’uscita dall’euro, seguita da una svalutazione del 25% e dal controllo sui capitali. Il 10 novembre 2018, invitato da Bagnai, è intervenuto al convegno “Euro, mercati, democrazia – Sovrano sarà lei!” “, tenutosi a Montesilvano (Pescara), con un ottimo successo. Merita maggior visibilità.
Chi aggiungere agli invitati? Posso pensare ai tedeschi H. W. Sinn e Clemens Fuest, i capi dell’IFO Institut, che hanno almeno una consapevolezza (al di là della propaganda, che ha fatto credere ai cittadini tedeschi che loro stanno pagando per i debiti greci e italiani) delle storture e imperfezioni letali che un euro moneta comune “a metà” comporta per l’insieme delle economie.
http://vocidallagermania.blogspot.com/2018/11/la-tragedia-italiana-secondo-hans.html
Sarebbe bello organizzare con loro un convegno europeo per appurare quale sia la vera natura del Target 2, il misterioso ircocervo da 900 miliardi, che i tedeschi dicono che è un loro credito e nostro debito, che dobbiamo restituire, ma a cui mancano i connotati di un debito: non frutta interessi e non ha scadenza. Fuest e Sinn sembrano non troppo lontani dall’idea di una uscita ordinata dall’euro, consensuale, europea: sarebbe essenziale invitarli, ascoltarli e rispondere loro, per il professor Savona, per Nino Galloni, Borghi, Bagnai – e Sapir.
Questo sarebbe un vero esempio di civiltà europea.
E perché no, Stiglitz, il Nobel? E Varoufakis? Quest’ultimo si è espresso in termini offensivi contro il governo italiano, ha perfino incitato Mattarella a rovesciarlo: però è un testimone prezioso delle storture dell’euro e dei metodi “di tortura” (l’espressione è di Juncker) che ha subito nella sua carne nelle trattative con cui la UE ha devastato la Grecia per salvare le banche tedesche e francesi che al piccolo paese hanno prestato troppo e incautamente.
Lui, come Stiglitz, hanno in odio il governo italiano che vedono come “fascista”. Ma sono anch’essi critici della UE, dell’euro e dell’ordoliberismo. Così come sono a favore di una “riforma dell’Europa”, a parole, tutti gli oppositori italiani al governo giallo-verde, che hanno fatto il tifo perché i “mercati” lo punissero e facessero fallire il governo e l’Italia.
Sono anche loro d’accordo i piddini, i berlusconiani, i giornalisti, gli economisti bocconiani, che la UE va “riformata”. Quella che non ci hanno fatto sapere è in che cosa, per loro, devono consistere “le riforme” e dove si differenziano da quelle che ha elaborato il professor Savona.
https://www.startmag.it/mondo/trattati-europei-paolo-savona/
Perché in realtà, se scavo nella memoria, non ricordo da parte del PD analisi più solida di quella, famosa, di Bersani: “L’Europa sì, ma non così”. Vorrebbero per favore sviscerare il “non così”? Ah, è vero, hanno anche Lucrezia Reichlin, che scrive sul Corriere, vuol salvare l’euro a tutti i costi – e si è appena dimessa da vicepresidente di Carige. Vabbé, si inviti anche lei. In contradditorio con Ashoka Mody o Emmanuel Todd, o il professor Sinn, però.
Il punto è questo: che l’Italia prenda la guida intellettuale del dibattito sulle riforme dell’euro, e della UE, invitando chiunque ha qualcosa da dire e contatti nel potere politico, con lo scopo precipuo di arrivare ad una definizione di tali “riforme” – una definizione il più possibile condivisa e realizzabile concretamente. Al di là delle chiacchiere e al disopra degli insulti che riducono l’istanza populista e sovranista a “proto fascismo”, e ai colpi bassi degli “europeisti” che incitano i mercati a colpirci e Bruxelles a punirci – unire le menti accademiche “per fare qualcosa insieme” e suggerire soluzioni realistiche ai governi rispettivi.
SE posso osare, questo appuntamento dovrebbe essere ricorrente, e diventare una specie di “Davos per cambiare l’Europa”. Qualcosa di prestigioso che i media non possano tacere e far passare in secondo piano, qualcosa con cui aprano i tg della sera, qualcosa alle cui conferenze-stampa partecipino i “grandi media”. Ché il grande pubblico impari a conoscere gli accademici internazionali, con i titoli e fama adeguata, e le loro critiche allo status quo europeista. Magari anche per far vedere al presidente Mattarella che non esiste solo Mario Draghi, e che sull’Europa si deve “mercanteggiare”, mica è diritto divino.
La sede? Quella giusta sarebbe Roma-EUR con le sue architetture rappresentative. Ma per non costringere i prestigiosi ospiti di fama internazionale a scavalcare le montagne di spazzatura romana, che presto sommergeranno la capitale come una Pompei, sarà opportuno pensare ad altre sedi. Perché non la Sardegna, professor Savona? Un panorama più affascinante di quello di Davos, in una delle zone splendide liberate dalle servitù militari. In che stato sono le installazioni della Maddalena che Berlusconi fece approntare per quel G 8 del 2009 che doveva essere il suo trionfo d’immagine?… Ah, se ho detto una cosa sbagliata, mi scuso.

traduzione dell’intervento di Jacques Sapir,
la Commissione potrebbe pagare un prezzo altissimo per il suo tentativo di piegare il governo giallo-verde: potrebbe forse ottenere una vittoria temporanea, ma la conseguenza sarebbe un riposizionamento della politica italiana su linee ancora più populiste e nazionaliste, oppure potrebbe arrivare a scatenare una crisi finanziaria che porterebbe all’Italexit e alla fine della UE. Se Bruxelles non ha nulla di meglio da offrire che il rispetto della disciplina dell’eurozona, e se per farla rispettare da un paese grande come l’Italia non ha altro mezzo che i mercati, o si piega ad un compromesso che salvi la faccia a tutti o rischia una vittoria di Pirro. Dal New York Times.


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