Difesa della sovranità popolare dalla partitocrazia

Si riportano a seguire alcune delle idee emerse dalle discussioni all’interno del Centro Studi di politica della Confederazione Sovranità Popolare, in cui abbiamo un gruppo che si occupa dei temi della difesa della sovranità popolare.
Si tratta di idee, di proposte con le quali intendiamo dare il nostro contributo alla progettualità politica di chi intenda cambiare in meglio l’Italia.
Chi fosse interessato a partecipare ci può contattare segreteria@sovranitapopolare.it

In questo articolo presentiamo alcune idee emerse per difendere la sovranità popolare dalla partitocrazia, potenziando gli strumenti della Democrazia Diretta.

L’inevitabile degenerazione oligarchica dei partiti
Le critiche al sistema democratico e dei partiti furono descritte e spiegate da Moisei Ostrogorski, nato nel 1854 a Hrodna, in Bielorussia, e morto a Pietrogrado nel 1921, dopo avere studiato a Parigi ed avere esaminato i sistemi politici e la «degenerazione oligarchica» dei partiti in Inghilterra e negli USA. L’opera più importante di Ostrogorski fu “La democrazia ed i partiti politici”, pubblicata per la prima volta nel 1902.

Nel libro, frutto di lunghi studi ed indagini in Inghilterra e negli USA, Ostrogorski spiega le ragioni che spingono i partiti alla «degenerazione oligarchica». Con centinaia di pagine di esempi concreti Ostrogorski mette in evidenza che questi limiti sono “deterministici”: non legati alla volontà e tanto meno ai programmi iniziali dei partiti, ma sono determinati dalle necessità imposte dalla stessa democratica competizione elettorale e si impongono nei partiti per le intrinseche esigenze delle competizioni elettorali.

I partiti, proprio per vincere le elezioni e fare così vincere la loro “giusta causa”, hanno bisogno di lobbies, che li sostengano e ne aiutino la propaganda. Appena il partito comincia ad avere qualche successo elettorale, attira l’interesse di queste lobbies di potere e che hanno mezzi per influenzare l’opinione pubblica. Quindi all’interno del partito stesso si seleziona un gruppo dirigente capace di attirare gli “strumenti” per vincere le elezioni.

Dopo un lungo elenco di casi ed esempi, Ostrogorski afferma che: “non appena un partito, anche se creato per i più nobili scopi, perpetua se stesso, tende alla degenerazione”. E la «degenerazione» la sintetizza nel modo seguente: «Il potere è messo al servizio di interessi particolari … contro l’interesse generale; legislazione e amministrazione si vendono e si comprano; anche le cariche pubbliche sono virtualmente messe all’asta.»

Ad oltre cento anni dalla pubblicazione del libro di Ostrogorski, le sue analisi dei meccanismi di deriva dei partiti sono assolutamente attuali.

Le lobbies, anche quando condividono gli obiettivi originari del partito, ne hanno sempre anche di propri, specifici, ed in ogni caso una lobby, dopo avere prestato il suo sostegno, non tollera le divergenze di opinione sia nel partito che, e soprattutto, tra i “rappresentanti eletti” e il partito.

Ogni partito politico quindi, a prescindere dai propri obiettivi originari, è sostanzialmente “forzato” a:

– eliminare il naturale dissenso interno e la benefica discussione dovuta alle divergenze.

– eliminare gli strumenti di democrazia interni al partito.

Da queste dinamiche consegue che i partiti politici sono indotti, non per “cattiveria” o malevolenza di qualcuno, ma per esigenze oggettive, a diventare: “macchine di potere” (Enrico Berlinguer),

Gli obiettivi originari del partito restano solo dei vessilli, delle “bandiere ideologiche” per distinguersi dagli altri partiti quando ci si presenta alle elezioni, mentre il vero obiettivo del partito si trasforma nel “vincere le elezioni”. I partiti si trasformano in “comitati elettorali”, sistematicamente ed in modo “deterministico”, vale a dire: a prescindere dalla volontà ed intenti originari.

Con la trasformazione in “comitati elettorali”, si è sviluppata la tendenza al leaderismo. La presenza di leader politici capaci di calamitare il voto degli elettori risulta indispensabile ai partiti per vincere le elezioni (Berlusconi, Prodi, Renzi, Grillo, Salvini…). Si perde totalmente di vista la funzione costituzionale dei partiti.

L’esistenza dei partiti non deve solo essere vista come un fattore negativo. Un partito ben funzionante, con meccanismi democratici al proprio interno, presente sul territorio, che dispone di studiosi di politica che analizzano i problemi ed elaborano delle soluzioni, che seleziona la classe dirigente politica sulla base delle competenze e delle capacità è un fattore molto positivo per il paese.
E’ quindi necessario mettere in atto delle riforme che limitino i meccanismi di deriva dei partiti e che ne preservino agli aspetti positivi.

Potenziamento degli strumenti di Democrazia Diretta

Il potenziamento degli strumenti di Democrazia Diretta consente di togliere ai partiti il monopolio sulla formazione delle leggi. La formazione di leggi “su misura” è l’obiettivo delle lobbies che usano i partiti per curare i propri interessi. Se il Popolo ha il potere di legiferare indipendentemente dai partiti e di modificare qualunque provvedimento legislativo votato dai partiti, le lobbies riducono fortemente il loro potere di influenza e gli stessi partiti sono più liberi nell’operare negli interessi del Popolo.
Sarebbe opportuno riformare l’art. 70 della Costituzione (“La funzione legislativa è esercitata collettivamente della due camere”), riconoscendo che, ai sensi dell’art. 1 della Costituzione (“La sovranità appartiene al Popolo”), il primo organo legislativo è il Popolo stesso, che esprime la propria volontà ai sensi dell’art. 75 della Costituzione.
L’articolo 70 potrebbe diventare: “La funzione legislativa è esercitata prioritariamente dal Popolo, tramite l’istituto referendario [cf. art. 75] e viene delegata, per tutti gli altri casi, collettivamente alle due camere”.

In sostanza la sovranità popolare deve evidentemente prevalere, per principio, nella determinazione delle leggi, sugli organismi delegati a rappresentarlo (Camera e Senato)

Semplificazione della raccolta delle firme
E’ necessario che ogni cittadino disponga di una identità digitale, un documento che consenta di farsi identificare in modo univoco, mediante una carta di identità elettronica ed un apposito dispositivo elettronico lettore reperibile sul mercato.
I cittadini che intendono sottoscrivere una iniziativa referendaria possono in questo modo essere identificati univocamente tramite la propria carta di identità elettronica, senza bisogno di un notaio o simili.
La trasmissione delle firme deve avvenire tramite un sistema criptato e sufficientemente sicuro, per evitare manipolazioni.
Lo Stato mette a disposizione un software gratuito a disposizione di tutti i cittadini (scaricabile da un sito internet pubblico).

E’ noto che ad oggi il voto elettronico non è ritenuto sicuro, a motivo dei rischi di pirateria informatico dei risultati. Tuttavia nel caso di raccolta di firme di sottoscrizione in favori di iniziative referendarie il rischio è ritenuto accettabile, in quanto eventuali frodi non andrebbero a modificare un provvedimento legislativo.

Proposta di iter da seguire per la promozione di una iniziativa referendaria
Il Comitato Promotore Referendario scrive il testo della proposta e lo deposita telematicamente presso la Corte di Cassazione (o l’ente pubblico delegato ai controlli), dopo di che può organizzare la raccolta di sottoscrizioni, tramite internet o tramite banchetti collegati comunque ad internet.
Quando il numero delle sottoscrizioni raggiunge lo 0,1% del numero di abitanti residenti (uno per mille, pari, per un quesito di rilevanza nazionale, a 60’000 firme con l’attuale popolazione italiana) nel territorio interessato dall’iniziativa (comune provincia, regione, stato nazionale), il comitato ottiene i seguenti diritti:
a) Diritto a sottoporre il quesito a verifica della Corte Costituzionale, la quale deve pronunciarsi entro massimo 30 giorni dalla trasmissione del quesito.
b) Successivamente alla validazione da parte della Corte Costituzionale, il Comitato acquisisce il diritto a disporre per 30 giorni di sufficienti spazi informativi (da definirsi oggettivamente) nei mezzi di informazione pubblici e nei mezzi di informazione privati che usufruiscono di finanziamenti pubblici. In questo modo l’opinione pubblica viene informata dell’iniziativa referendaria in corso.
c) Successivamente a questi 30 giorni, il Comitato acquisisce anche il diritto di presentare il quesito al Parlamento e di un tempo di 60 minuti dedicato alla presentazione.
A questo punto il Parlamento deve obbligatoriamente calendarizzare la discussione della proposta ed esprimersi nel merito con una votazione. In caso di mancato adempimento, i parlamentari vengono penalizzati con il blocco del pagamento di stipendi e indennità, fino a che la votazione non abbia avuto luogo: la sovranità popolare deve essere rispettata! d) Se il Comitato si ritiene soddisfatto dell’esito della votazione parlamentare, può decidere se concludere o portare avanti l’iniziativa.
e) Nel caso in cui si intenda portare avanti l’iniziativa, il comitato ha ancora 60 giorni dalla data della votazione parlamentare per raccogliere (con le modalità di cui sopra) altre sottoscrizioni all’iniziativa, fino ad un totale dell’1% della popolazione residente nel territorio interessato all’iniziativa. Ovvero è necessario aggiungere allo 0,1% di firme già raccolte un ulteriore 0,9% di altre firme.
f) Una volta depositate telematicamente le sottoscrizioni raccolte (1%), con loro validazione entro 30 giorni da parte della Corte di Cassazione. La votazione dovrà avvenire dopo minimo 5 e massimo 8 mesi da questa data.

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