Babele

Nel linguaggio ordinario le parole hanno spesso una grande quantità di connotazioni che permettono di mutarne il significato in funzione del contesto in cui vengono usate, se questo uso metaforico permette alla maggioranza degli italiani di comunicare utilizzando solo 47.060 vocaboli, dei quali solo 6.522 sono di base, a fronte dei 270.000 lemmi del lessico italiano del Novecento (Tullio De Mauro – Grande Dizionario Italiano dell’Uso), di contro, come ha annotato Antonio Gramsci nei suoi Quaderni dal carcere , “La vera Babele non è tanto dove si parlano lingue diverse, ma dove tutti credono di parlare la stessa lingua e ciascuno dà alle stesse parole un significato diverso”.

La perdita di aderenza delle parole ai concetti e alle cose contribuisce a fare in modo che non ci si accorga delle incoerenze o contraddizioni presenti in certi discorsi, definizioni, affermazioni o proclami di carattere politico in cui lo scopo ultimo della comunicazione è “ convincere, plasmare, modificare”. Che l’uso improprio delle parole si possa trasformare in una vera e propria manipolazione del vocabolario ne abbiamo avuti esempi drammatici, basta ricordare l’utilizzo del verbo “betreun” (accudire) fatto dai nazisti per indicare azioni quali deportare e uccidere oltre che controllare, influenzare, dominare. In “The simbolicuses of politics” il politologo statunitense Murray Edelman sottolinea che un linguaggio si definisce politico non solo perché usato dagli attori politici, ma perché è quello specifico di ogni espressione di relazione di potere. In una repubblica parlamentare, come quella italiana, l’espressione “ La sovranità appartiene al popolo” si traduce nel fatto che esso elegge il Parlamento e quindi concorre a determinare la composizione del Governo. Compete quindi agli elettori il diritto di scelta, diritto che implica non solo conoscenza dei messaggi dei propri rappresentanti ma anche comprensione degli stessi, comprensione sempre più ardua considerando la vaghezza delle informazioni fornite attraverso slogan, che ricalcando le modalità del linguaggio pubblicitario, fanno leva più sui meccanismi della sfera emotiva che su quelli della sfera razionale.

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