La politica della prima opera di misericordia

I politici ed i partiti non hanno una visione sulla base del bene comune perché tendono a imitare i commercianti

di Giannozzo Pucci

Nessun documento, laico o religioso, ha la profondità e ricchezza dell’enciclica “Laudato sì” per indicare il bene comune in questa epoca così devastata dall’elefantiasi dei diritti individuali e degli interessi di parte.

In una democrazia elettorale i politici, salvo eccezioni, hanno difficoltà a elaborare una visione sulla base del bene comune perché tendono a imitare i commercianti. Per don Milani “dicesi commerciante colui che vuol contentare i gusti dei suoi clienti, dicesi maestro colui che vuole contraddire e mutare i gusti dei suoi clienti”. La Pira ha fatto da maestro reinterpretando nell’oggi la vocazione storica di Firenze.

Il coronavirus non ha provocato idee di riorganizzazione sulla base delle esigenze sanitarie e produttive che ha fatto emergere. Si continua a pensare come se non ci fosse da far altro che tornare a prima, con la crescita del PIL e annessi. Potrebbe darsi invece che occorra al più presto riorganizzare l’economia ripartendo dalla bonifica delle attività primarie, del cibo e dell’acqua.

Se ai politici manca la visione in un’epoca millenaristica come questa, l’unica possibilità è che la cultura del bene comune si diffonda nel maggior numero di votanti/clienti, cioè che sia la domanda a indicare la strada. Il che ha già cominciato a succedere se è vero come è vero che non esiste ormai supermercato che possa fare a meno dello scaffale dei cibi biologici.

Dar da mangiare agli affamati cibi sani della nostra campagna, rigenerata da ogni inquinamento, è la prima opera di misericordia. Attuarla è la chiave della civiltà, che la salva dalla barbarie del saccheggio, perché la rende capace di stabilire con la natura un rapporto di armonia tale da aumentare la fecondità, la biodiversità e la salute per umani, piante e animali. Mangiare cibi sani è infatti un diritto primario di tutti.

La produzione industriale di alimenti è andata nella direzione opposta e non vale la pena ripeterne i disastri. Occorre pensare a come potrebbero rinascere le campagne col miglior uso delle attuali risorse pubbliche e private, passando dall’economia dei consumi a quella della sovranità alimentare.

L’alimentazione sana è il primo campo d’azione per una società che smette di immolarsi all’inquinamento per progredire nell’armonia con la terra.

Rigenerare le nostre campagne con le nuove forme di agricoltura scoperte nell’ultimo mezzo secolo come l’agricoltura biologica, la biodinamica, l’organica-rigenerativa, la naturale, la permacoltura, la radicale, la sinergica, la plurivarietale, l’agricoltura forestale e le altre è un grande progetto che implica ulteriori interventi, dalla forestazione e/o piantumazione con grandi assorbitori di anidride carbonica, alla moltiplicazione della biodiversità, alla trasformazione delle monocolture in policolture, al restauro eco-compatibile di edifici e insediamenti rurali e a tutte le forme più sane di trasformazione di prodotti agricoli.

Se si aggiunge la liberalizzazione della vendita diretta degli alimenti sani nei mercati locali delle città più vicine, secondo “il tragitto più breve dalla terra alla bocca”, si capisce come la conversione delle campagne possa contribuire anche alla riorganizzazione delle città in comunità rionali. Del resto quando le campagne si sono svuotate anche i rapporti umani nelle città sono diventati più virtuali.

Per un progetto simile merita attivare grandi energie, impegnando anche le scuole, le onlus, i privati, gli immigrati, con interventi pubblici, sotto forma di terre da bonificare, borse di studio, sostegni al lavoro volontario, contributi a specialisti, corsi per la diffusione di agricolture agro-ecologiche.

Il risanamento del territorio potrebbe avvenire per bio-distretti, cioè unità territoriali capaci di rinaturalizzare tutte le loro produzioni, con accorgimenti come:

  1. sospensione immediata di tutti i permessi di costruzione su terreni coltivabili da chiunque concessi e non attuati sull’intero territorio italiano. I terreni già agricoli cementificati e inutilizzati da più di 25 anni devono essere recuperati alle colture, in caso contrario possono essere espropriati dal pubblico per tale scopo;
  2. eliminazione di ogni inquinamento nelle attività esercitate sia nelle abitazioni che nei terreni dagli utenti del territorio di un biodistretto che inizia il processo verso la totale rigenerazione.  Salvo rare eccezioni motivate, sostituire le monocolture con colture promiscue o policolture nei biodistretti in rigenerazione;
  3. istituzione in ogni biodistretto risanato del catasto agricolo e esenzione dei fabbricati rurali da IMU e imposte analoghe;
  4. esclusione per l’agricoltura risanata dall’obbligo di iscriversi alla camera di commercio e da tassazioni (eccetto il reddito agrario);
  5. liberalizzazione della vendita diretta su aree pubbliche dei prodotti dell’agricoltura sana riportando in vigore le leggi in materia esistenti da tempo immemorabile fino al 1982;
  6. istituzione per i coltivatori di cattedre ambulanti di eco-agricoltura, di un medico condotto comunale per l’istruzione e di controlli delle pratiche igieniche e della qualità dei prodotti alimentari;
  7. regolamentazione di ogni pratica burocratica relativa a questa eco-agricoltura in modo che sia espletata da funzionari pubblici e non dalle organizzazioni sindacali o dai coltivatori , a cui deve essere riconosciuto il diritto all’analfabetismo burocratico ed elettronico;
  8. sostituzione delle certificazioni biologiche con controlli sul territorio risanato che verifichino l’assenza di inquinanti e di chimica di sintesi dai prodotti che ne escono;
  9. imputazione normativa dell’agricoltura industriale – una delle attività più inquinanti – al settore industriale e introduzione dell’obbligo di indicare in etichetta le sostanze chimiche usate nei suoi processi produttivi;
  10. interruzione dei contratti di affitto di terreni agricoli usati per monocolture o inutilizzati ed eventuale sostituzione con nuovi contratti di enfiteusi, di colonia parziaria e altri contratti in compartecipazione per un minimo di 7 anni, in funzione della rigenerazione del territorio;
  11. deducibilità dalle imposte degli importi spesi per acquisto di terreni agricoli trasformati in beni comuni sottratti al mercato, i quali diventerebbero demanio locale dato in coltivazione per minimo 7 anni a chi li rigenera.
  12. concessione in via sperimentale, per un minimo di due anni, di terreni demaniali anche a coltivatori privi di garanzie sostituendo quel periodo di verifica alle garanzie economiche per l’accesso alla terra;
  13. limitazione della produzione di carne ai soli allevamenti non intensivi e/o a ciclo chiuso nel podere o fattoria con mangimi autoprodotti nelle vicinanze.

Certamente dei gruppi d’interesse saranno pronti a combattere un progetto simile, ma le opere di misericordia non si preoccupano di contentare le rivendicazioni di questa o quella classe, bensì di rispondere al meglio ai bisogni degli ultimi, rispettando i diritti primari di tutti e migliorando la qualità della società nel suo insieme.

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