di Guido Grossi

Sono almeno quarant’anni che ci siamo distratti dalla gestione della cosa pubblica, (noi italiani, ma non solo), apertamente invitati ad “andare al mare” ed a “lasciar fare ai mercati”. Dopo la caduta del muro di Berlino, poi, “ce lo ha chiesto l’Europa”. Salivano le borse, il credito arrivava facile, aprivano sfavillanti supermercati a propinarci, con prezzi accessibili, i nuovi gadget tecnologici e meraviglie da tutto il mondo. Le televisioni private, mentre ci ammaliavano con la pubblicità di prodotti a portata di portafoglio, ci facevano eccitare abbattendo, assieme al senso del pudore ed al rispetto per la verità, vari tabù moralistici (spogliando le donne in TV). In quel tempo, tutti potevano andare in vacanza all’estero, più o meno comodamente. E chi non poteva ancora permetterselo, mentre sfogliava il National Geografic, si impegnava a diventare “più competitivo”, per meritarsi quel premio. La meritocrazia, il bello della competizione, il bello della diretta, ci venivano raccontati un po’ dal “Grande Fratello”, un po’ dai talk show: quel tipo di trasmissione televisiva dentro la quale la politica diventa, letteralmente: “rappresentazione (show) della chiacchiera (talk)”. Fra uno scandalo e l’altro, da “mani pulite” alle leggi “ad personam” fatte per mettere a tacere i problemi giudiziari di vari personaggi politici, abbiamo perso il senso dello Stato, il rispetto per la “res pubblica” (la cosa di tutti noi) e della legalità. Quest’ultimo, affogato nelle leggi illeggibili, che nessuno è più in grado di individuare e capire, e sempre più lontane dal disegno della nostra Costituzione (fate un esperimento di persona per verificare, che aiuta a capire e a ricordare: sparate un numero a caso da 1 a 200 (xxx), poi un altro da 1 a 18 (yy), e poi cercate su internet la legge, o il decreto, o il regolamento, che risulta dalla combinazione di quei numeri: xxx/yy, e ci raccontate cosa avete capito. Fatelo, vi prego).
Negli ultimi due anni, per varie ragioni, l’interesse verso la politica si sta risvegliando. Anche perché è diventato evidente, a tutti, che la politica, i mercati e l’Europa, entrano prepotentemente a sconvolgere le nostre vite, molto di più di quanto non avremmo mai potuto immaginare, e lo fa, direi, in senso sorprendentemente negativo per tutti (salvo rarissime eccezioni, che si sono arricchite eccessivamente, e meriterebbero uno studio approfondito).
Il processo di risveglio collettivo sembra procedere più per lo stimolo di vari “stregoni del web”, che per un sano invito alla riflessione da parte del mondo accademico o di quei giornali e TV che sono un po’ troppo appiattiti sugli interessi della pubblicità che gli dà da mangiare, per poter essere sinceri. La pubblicità (e chi la paga), lo sappiamo, è ben contenta di lasciare le cose come stanno, dato che il messaggio pubblicitario è tanto più efficace, quanto più mirato ad un cervello della maturità di circa tredici anni.
Il mondo s’è fatto complicato, nel frattempo, e abbiamo l’illusione di non capirci più nulla: globalizzazione, trattati internazionali che qualcuno vorrebbe mettere al posto della Costituzione, organismi sopra nazionali privati che giudicano la politica e ne impediscono lo svolgimento, interessi geopolitici ed economici che scatenano improbabili “guerre di pace”, e maree di persone che scappano da casa per finire in avventure da incubo. L’intreccio fra mercati e politica, su tutti i piani, rende oggettivamente complicato capire come fare a fare l’unica cosa che va fatta: tornare, tutti, a occuparsi in prima persona della gestione della cosa pubblica: tutti, per sforzarsi di capire, molti, per proporre e per fare. Ma insieme.
Una cosa è certa, e chiunque la può riconoscere senza difficoltà, semplicemente guardandosi intorno: i mercati, i professori, i tecnici, assecondati dai vari “salvatori della patria” che li hanno osannati, e salvatori non erano, insomma, tutti quelli da cui ci siamo lasciati guidare in questi decenni, hanno fatto il loro tempo: hanno, oggettivamente, fallito.
È tempo di responsabilità condivise.
Questo, d’altronde, è il senso vero della democrazia, fatta di “cultura della cosa pubblica”, e di partecipazione diffusa. Attenzione: la partecipazione attiva del popolo al processo di comprensione dei problemi e di elaborazione della proposta politica, vale di più di mille meravigliosi articoli di Costituzione! Abbiamo la più bella del mondo, infatti, ma, siccome ci siamo distratti, e abbiamo smesso di partecipare, dimenticandoci di mettere tutto il nostro impegno personale, per attuarla, stiamo rischiando di perderla. Negli anni sessanta e settanta tutti si interessavano di politica e, al di là dei diversi schieramenti, e degli schiaffi che volavano, tutti avevano a cuore il bene della comunità, e rispettavano le opinioni degli “avversari politici”! Andremo avanti.
Allora, con pazienza, in questa rubrica dal titolo “Le cose da fare, cum grano salis”, ci ripromettiamo di affrontare un tema ogni mese, da capire e approfondire.
Proponiamo uno studio dei problemi “politici”, affrontato con il linguaggio più semplice possibile, alla portata di tutti, e delle possibili soluzioni. Non salveremo il mondo, con le nostre proposte. Ma non è affatto escluso che la riflessione comune, lanciata in uno spazio materiale e virtuale esteso, dove oggi le idee non solo viaggiano velocemente, ma si arricchiscono della elaborazione di tantissime teste pensanti, connesse, che vedono le cose da punti di vista diversi, alla luce di esperienze diverse, possano stimolare una nuova coscienza collettiva, in grado di individuare soluzioni che rispondono, guarda un po’, agli interessi diffusi, anziché agli interessi del gruppo ristretto di specialisti che, in questi decenni, ha governato il mondo arricchendosi sulle spalle degli altri.
Quando parlo di “nostre proposte”, non sto usando un plurale maiestatis. Penso invece allo spazio online di “Sovranità Popolare” nel quale, dal giorno dopo in cui è stampata la rivista cartacea, tutti sono invitati ad interagire e collaborare, per rendere sia l’analisi che le proposte sempre migliori, più ragionate, più solide, più adatte ai bisogni di tutti. È una sfida importante, che punta molto sulla crescente maturità che il dialogo su internet sta dimostrando in questi ultimi mesi, dove attacchi personali e polemiche sterili – che pure persistono – stentano ad alimentare la polemica, che è sempre inutile, e lasciano sempre più spazio all’ascolto, ed alla ricerca seria di soluzioni ragionevoli, buone per tutti. Nessuno ha tutta la verità. Ognuno di noi ne ha un pezzetto. E non solo questa rubrica, ma tutto il progetto editoriale è dedicato al dialogo costruttivo, quello che ci consente di mettere insieme i vari pezzetti, alla ricerca di una verità comune e più grande. Al dialogo, all’ascolto, alla collaborazione, ci possiamo educare.
Possiamo farlo liberamente, senza conflitti di interessi, perché non “dipendiamo” da nessuno, tranne che dal popolo dei lettori editori, che sceglie, con responsabilità, di partecipare. Per diventare, finalmente, sovrano.
Non esiste bacchetta magica per trovare soluzioni (ancora). Poi un giorno l’Umanità scoprirà di avere poteri divini.
Nel frattempo, procediamo con ordine: prima si eliminano gli ostacoli sul cammino, che impediscono perfino di pensare e proporre; poi cominciamo a domandarci: “ma cos’è che ci rende felici?”; poi studieremo, tutti insieme, cosa fare in concreto per incamminarci sulla strada per la felicità. I tempi, sono maturi.
Nel prossimo numero parleremo di banche, domandandoci: “a cosa serve una banca messa al servizio della comunità, e perché una banca privata non è adatta a raggiungere certi scopi”. Ci confronteremo con i paesi esteri, dentro l’Unione europea, che mentre ci invitano a privatizzare quello che resta della nostra finanza, custodiscono gelosamente importanti soggetti bancari pubblici, che fanno letteralmente la differenza, nelle strategie di politica economica, rispetto a noi che, in Italia, quelle politiche le abbiamo delegate interamente ai mercati privati, ed ai loro entusiasti sostenitori.

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