Usa – Iran ingegneria della disinformazione in prima linea

Siamo alle solite, i fatti, anche gravi riportati dal mainstream sono alterati, faziosi, di parte e …pericolosi per l’umanità oltre per le coscienze, ammesso che ce ne siano ancora di coscienze libere.

I fatti bellici, della notte tra il 2 e 3 gennaio us, avvenuti in ran sono parzialmente noti, le dichiarazioni farneticanti pure, ma e leggo con sgomento dichiarazioni imbarazzanti, anche di politici di spicco… italiani, ho detto politici, uomini che fanno politica, ma che mai saranno statisti. Di quelli morti Moro Craxi, Fanfani, Forlani, La Pira, De Gasperi, e pochi altri, sembra che in Italia non ne nascono più’.

Accontentiamoci di felpe, gazzose e/o ministri  con terza media.

Riporto integralmente parte di uno scritto dell’amico Reporter Giorgio Bianchi , che è sempre nei territori  di guerra in prima linea, che dovrebbe essere illuminante, grazie Giorgio.

Uno dei primi atti conseguenti all’elezione di Trump è stato l’uscita dal trattato sul nucleare civile iraniano.

Questa presa di posizione del tutto illegale, che ha letteralmente mandato in fumo contratti miliardari che avrebbero garantito all’Iran crescita economica, in combinato disposto con un embargo altrettanto illegale dal punto di vista del Diritto Internazionale, ha innescato una spirale recessiva che sta mettendo in ginocchio il paese.

Questo processo è culminato nell’ennesima Rivoluzione Colorata targata Usraele, repressa dal governo poche settimane fa con metodi spicci.

Anche in questo media governi e intellettuali al guinzaglio hanno parlato di governo liberticida, sorvolando come al solito sulle ragioni storiche che hanno condotto alle proteste.

Gli stessi intellettuali e giornalisti che un giorno sì e l’altro pure accusano le autorità iraniane di violare i diritti umani, ovviamente tacciono sistematicamente sulle violazione dei governi Occidentali, delle petromonarchie ma soprattutto di Israele.

Ma veniamo all’oggi.

Diverse migliaia di manifestanti hanno preso d’assalto l’ambasciata americana nella capitale irachena, Baghdad, in preda alla rabbia per gli attacchi aerei statunitensi che hanno ucciso oltre oltre 25 combattenti filo-iraniani nel fine settimana a cavallo del 29/12. Chi protestava ha superato posti di blocco che di solito limitano l’accesso alla Green Zone ad alta sicurezza della città, cantando Death to America, bruciando bandiere americane e tenendo manifesti che chiedevano la chiusura dell’ambasciata

Se i manifestanti protestano per sei mesi ad Hong Kong mettendo a ferro e fuoco un’intera città è democrazia; se protestano a Baghdad per dei raid stranieri su di un territorio sovrano che hanno causato 25 morti è terrorismo.

Senza contare che ogni iracheno con un minimo senso patriottico ha più di un motivo per identificare nell’ambasciata USA a Baghdad il simbolo della rovina del suo paese.

Per inciso l’ambasciata Usa a Baghdad non è solo la più grande del mondo, anzi della storia – protetta da tre muraglie di cinta, estesa su oltre 40 ettari, con 16 mila dipendenti. E’ anche – come rivela Eric Zuesse in un documentatissimo articolo – la sede diplomatica che spedisce in giro per il mondo enormi carichi di “cose” non identificate e non identificabili – migliaia di tonnellate in cargo e containers – in giro per il mondo. Sicuramente non sono merci prodotte in Irak. Né si può immaginare che l’ambasciata USA produca merci fisiche (e pesanti) al suo interno.

Come ho scritto in un post   al riguardo:

Sui cadaveri dei leoni festeggiano i cani credendo di aver vinto. Ma i leoni rimangono leoni e i cani rimangono cani.

Ora tornate a pure a giocare alle “sardine” contro i “sovranisti”, i due wrestler del momento e lasciate le faccende serie agli adulti.

Gli impresari dello show ringraziano. Buona Giornata

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2 Commenti

  1. Non so se il presidente Trump si rendesse conto veramente dell’importanza del gesto che stava per compiere, anche considerando il suo (probabile) proposito di distrarre l’attenzione dai suoi guai istituzionali. E’ un fatto che l’ordine sia partito. Ed ai guai che ha già dovrà aggiungerne altri nelle prossime settimane, non tanto in casa dove l’ “America first” ha sempre il suo appeal, ma nel mondo dove politica, economia e finanza sono insensibili a certe giustificazioni di comodo. Per non parlare della recrudescenza nei rapporti USA – Iraq e Medio Oriente in genere. Un altro tentativo di esportare la democrazia sui generis
    andato fallito.

    • certo potrebbe essere una ipotesi, personalmente guardando e analizzando la reazione delle borse e dei titoli legati al petrolio e ai beni rifugio (non solo oro), mi sembra che sia tutto sospeso , per far decantare.

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