CCF: perché il silenzio della politica?

E’ la via che evita deflagrazioni, compensa gli effetti economici della crisi sanitaria, supera le disfunzioni dell’eurosistema. Perché ancora non la si percorre ?

di Marco Cattaneo

Nella serata del 9 aprile, l’Eurogruppo ha partorito un accordo che nella migliore, anzi proprio nella più sfrenatamente ottimistica delle ipotesi, è completamente inutile.

Abbiamo un SURE (il meccanismo UE di gestione della disoccupazione) che è una partita di giro tra soldi dati e messi dagli Stati, e che erogherà cifre (al netto di contributi e garanzie) del tutto inadeguate.

Idem per il potenziamento dei fondi BEI.

Non parliamo poi del MES: l’utilizzo senza condizioni è reso possibile solo per i costi legati alla crisi sanitaria. Assolutamente no per gli ammontari, enormemente superiori, necessari a fronteggiarne le conseguenze economiche.

Quanto a un meccanismo d’intervento comune con debiti mutualizzati, c’è un riferimento molto vago e nessun impegno preciso. Non ho alcun dubbio che non si tradurrà mai in niente di concreto e operativo. E’ sempre stata la tattica tedesca, del resto: esprimere un vago possibilismo, non prendere nessun impegno definito, e poi non fare nulla.

In sintesi: un risultato inesistente (se il MES “condizionato” non verrà mai attivato) o pessimo (in caso contrario).

L’Italia aveva, e ha, strade diverse per fronteggiare l’impatto economico del Coronavirus ? certo. E senza chiedere niente alla UE, dalla quale niente di utile arriverà mai.

Le linee secondo le quali occorre procedere sono le seguenti.

La BCE ha deliberato un estensione del programma di QE che per l’Italia vale, pro-quota, 220 miliardi di lire.

Bene, l’Italia inizia a emettere questi 220 miliardi e completa il programma, compatibilmente con l’esigenza di non “ingolfare” il mercato, nei tempi più rapidi possibili.

Il rapporto debito pubblico / PIL dell’Italia a fine 2020, secondo alcune stime recenti, schizzerà a qualcosa tipo il 160% rispetto al 135% attuale, come effetto combinato di un deficit (quindi crescita del numeratore) del 10% e di un calo del PIL intorno, anche questo, al 10%.

Partivamo da 135 / 100, arriviamo a 145 / 90 = 160% (161% per i pignoli… ma sono stime approssimative, ordini di grandezza, non possono essere previsioni puntuali, a questo stadio).

Tutto ciò premesso, alla UE, come si diceva, non si deve chiedere assolutamente nulla.

Occorre invece sviluppare una serie di azioni di politica economica – investimenti e assunzioni nel settore pubblico (nell’immediato, specialmente nella sanità), integrazioni di redditi, spesa sociale, riduzione di tasse – emettendo CCF per alcune decine di miliardi all’anno.

Questo, in aggiunta alle azioni di “tamponamento” da attuare (il più rapidamente possibile: soldi a cittadini in difficoltà e ad aziende che rischiano di chiudere) con i 220 miliardi di BTP.

I CCF non rientrano nel debito pubblico secondo le definizione dei trattati (“Maastricht Debt”) e non devono essere collocati sul mercato.

Ancora più importante, i CCF non danno luogo a impegni di rimborso: quindi non è possibile forzare lo Stato italiano al default sui CCF.

L’Italia deve avviare tutto questo, dichiarando fin da subito, unilateralmente, come impegno non tanto o non solo nei confronti della UE, ma nei confronti dei mercati finanziari, della comunità internazionale, dell’universo mondo, che

l’Italia non darà luogo alla rottura dell’euro (non ne ha bisogno perché con i CCF ne risolve le disfunzioni), e che

il rapporto debito pubblico / PIL scenderà di cinque punti percentuali all’anno, rispetto al livello di fine 2020. Dal 160%, caleremo quindi al 60% in vent’anni.

La riduzione avverrà in primo luogo grazie al recupero del PIL, già nel 2021, per effetto dell’essersi lasciati alle spalle (speriamo !) l’emergenza sanitaria.

E il recupero sarà rafforzato delle azioni espansive attuate mediante i CCF.

Se mancherà qualcosa al raggiungimento dell’obiettivo, si aumenteranno le emissioni di CCF nella misura necessaria.

Non c’è da temere (da parte dei partner europei) un qualsiasi tipo di “indisciplina” nell’emissione dei CCF. I CCF non sono soggetti a rimborso in euro e quindi non c’è nessun rischio di default da “tamponare” (in uno scenario sfavorevole).

L’essenziale è che i CCF che giungono a scadenza ogni anno rimangano una modesta frazione del gettito fiscale lordo del settore pubblico (oltre 800 miliardi nel 2019).

Nel caso si esageri, ci sarà uno svilimento di valore dei CCF in circolazione (troppi CCF che rischiano di ingenerare “vischiosità” al momento di utilizzarli come sconti fiscali). Ma quand’anche questo scenario si verificasse, sarà esclusivamente un problema italiano.

Se tutto questo è vero, se questo percorso è noto, perché la politica è silente?

In realtà non lo è del tutto. Anzi.

Una proposta di legge è stata depositata per la discussione in Senato da parte dei deputati M5S Cabras e Trano (e firmata da 90 parlamentari).

Uno specifico ordine del giorno è stato messo ai voti dal senatore De Bertoldi di Fratelli d’Italia, e approvato.

I Minibot proposti da Claudio Borghi della Lega sono anch’essi uno strumento di Moneta Fiscale (come i CCF).

Un piano di salvezza nazionale che prevede, tra i vari strumenti, la Moneta Fiscale è stato sottoscritto da 23 membri del parlamento (e da 20.000 cittadini).

La politica non è silente, ma le voci di chi ha compreso la direzione in cui muoversi sono avversate da interessi costituiti fortissimi. E le ragioni non sono difficili da comprendere.

Il progetto CCF (e/o altre varianti sul tema “Moneta Fiscale”) ridanno discrezionalità di azione allo Stato.

Riducono, quindi, l’influenza dei mercati finanziari.

E limitano lo strapotere di un fortissimo sistema di interessi costituiti, tra loro collegati: la UE, la BCE, gli Stati Nordeurozonici, i grandi gruppi finanziari e industriali.

Le resistenze sono quindi fortissime. Ma la totale emergenza del momento può, anzi deve, essere la leva per far rompere gli indugi.

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