La crisi delle cooperative

Educatori assistenti sociali mediatori culturali indispensabili ma sempre più deboli

di Ilenia Sbrugnera

L’attuale crisi economica sta avendo pesanti ripercussioni anche sulle cooperative e sulle imprese sociali. Queste realtà, infatti, si trovano a fronteggiare una crisi di liquidità nell’immediato e un’incertezza di prospettive future che mettono a rischio anche posti di lavoro.

A tal proposito, dunque, è stato lanciato un appello al Governo per richiedere tutele e misure specifiche destinate anche al terzo settore.

Stando a quanto riferito dalla Swg-Legacoop il 72% delle cooperative italiane attualmente riporta una sostanziale riduzione delle proprie attività e quasi tre cooperative su quattro si aspettano che la crisi in atto possa permanere grave ancora a lungo. Se il 2019 è stato un anno all’insegna della transizione, il 2020 si configura cruciale, ma carico al tempo stesso di incertezze per il futuro.

Alla luce di tutto questo, dunque, il mondo delle cooperative lancia un SOS: metà delle realtà presenti nel nostro Paese, infatti, rischia concretamente di fallire. E i problemi più onerosi sono legati alla liquidità a breve termine (51%) e alla conseguente difficoltà nel pagare gli stipendi. Tanto che oltre un terzo delle attività prevede una possibile riduzione dell’organico, nonché una necessità immediata di poter richiedere la cassa integrazione. Di queste cooperative interessate dalla crisi l’82% si trova al Sud, il 70% opera nei servizi culturali e il 10% ha grandi dimensioni.

L’istantanea arriva da un monitoraggio condotto da Swg sulle cooperative associate a Legacoop che ha evidenziato anche ulteriori problematiche del settore (come una carenza generale di commesse e ordinativi (43%) o una crescente difficoltà nel mantenere costante l’offerta dei servizi erogati e nel garantire la continuità dei servizi stessi). I settori più colpiti sono il terziario (servizi), il turismo, il sociale, le costruzioni e il manifatturiero.

“Le cooperative sociali si trovano ad affrontare una crisi nella crisi: quella del lavoro” spiega Emanuele Bana, presidente della Cooperativa Comin. In questo periodo di emergenza sanitaria, infatti, si è profilato uno scenario di grande incertezza, sia per gli enti gestori di servizi sia per i propri lavoratori sociali. Tanto che le centrali cooperative stimano che per effetto dell’epidemia da COVID-19 le cooperative sociali della Lombardia abbiano subito una perdita economica giornaliera pari a quasi 5 milioni di euro.
Un danno immenso se si pensa che in Italia il settore dell’economia sociale coinvolge 350 mila soggetti e 20 mila imprese, con un fatturato complessivo che supera i 70 miliardi di euro.

Nello specifico, l’ultimo censimento Istat diffuso nel 2019 (ma relativo ai dati 2017) parla di circa 350mila enti del terzo settore (contro i 235mila di inizio secolo) e di circa 850mila lavoratori. Parliamo insomma di istituzioni senza scopo di lucro, ma non per questo prive di impatto economico. “In Italia ci sono circa 20mila enti del terzo settore che, pur mantenendo un orientamento no profit, hanno assunto una vera e propria struttura imprenditoriale- spiega a tal proposito Gianluca Salvatori, segretario generale di Euricse- Queste realtà rappresentano una minoranza, ma al tempo stesso costituiscono anche la locomotiva del settore, perché registrano un fatturato di 12 miliardi di euro, dando lavoro a 500mila persone”. Si tratta, infatti, di cooperative ed imprese sociali- riconosciute come tali dalla legge italiana- che hanno un impatto economico importante e che sono basate sul contributo volontario e gratuito di soggetti che operano con motivazioni di solidarietà e utilità sociale.

Alla luce dell’emergenza in atto, dunque, centinaia di imprese sociali, cooperative, associazioni e federazioni regionali hanno lanciato un appello congiunto a livello nazionale per chiedere soluzioni concrete ed immediate al Governo. “Dallo scoppio dell’emergenza coronavirus molte realtà dell’economia sociale hanno registrato un crollo del fatturato dell’80%- si legge a tal proposito- e il dato percentuale rischia di esplodere e provocare un vero e proprio default delle imprese, qualora non si mettano in campo interventi e misure adeguate”.

Se la crisi del 2008 ha dato una spinta al terzo settore, la recessione da Covid-19 rischia ora di produrre l’effetto opposto. “Il blocco delle attività imposto dall’emergenza sanitaria colpisce tutti e l’economia sociale sarà probabilmente l’ultima a ripartire” precisa a tal proposito Salvatori. Senza contare che Italia soltanto le 20mila imprese sociali riconosciute come tali avranno di fatto accesso agli aiuti pubblici previsti per le aziende, mentre gli altri 330mila soggetti resteranno sostanzialmente scoperti.

Alla luce di tutto questo, dunque, è evidente come siano necessarie delle tutele anche a favore del terzo settore. Come, ad esempio, una possibile proroga dei contratti e delle convenzioni fino a giugno 2023, maggior tutela dei lavoratori, un adeguamento dei contratti.

Ma non è tutto. “Occorre ripensare al welfare- spiega Simone Grillo, ricercatore presso Banca Etica- perché lo Stato non può tirarsi indietro e non può pensare di farcela da solo. Oggi, infatti, assistiamo già a collaborazioni tra profit e no profit e il terzo settore deve (e dovrà) innovarsi ancora per potersi espandere”.

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