L’Iran: “Israele è diventato un peso per gli Usa”

"La decisione finale spetta a Washington"

Netanyahu & Biden

Importante intervista rilasciata dal Rappresentante di Teheran all’Onu sulla tragedia in corso a Gaza e gli equilibri geopolitici nell’intera regione.

di Jacopo Brogi

Secondo il Rappresentante Permanente dell’Iran presso le Nazioni Unite Amir Saeed Iravani, gli Stati Uniti devono decidere se seguire ancora ciecamente Israele. Se “continuare le politiche sbagliate e già dimostrate fallimentari, sia in linea con i suoi interessi, o se sia necessario tracciare una nuova rotta”.

Secondo Iravani, intervistato a New York, di recente ed in esclusiva, dal settimanale americano Newsweek:  “La causa palestinese si intreccia con l’essenza e il DNA della Rivoluzione Islamica del 1979. Le aspirazioni condivise mirano a segnare la fine dell’occupazione e ad affermare i diritti del popolo palestinese, ma i gruppi palestinesi impiegano indipendentemente strategie e tattiche diverse verso questo obiettivo comune”.

Iravani

Tel Aviv, secondo il diplomatico iraniano, è perennemente e fortemente condizionata dal ruolo iraniano nella regione: “I ritiri di Israele dal Libano meridionale nel 2000 e da Gaza nel 2005 non sono scaturiti da accordi formali, ma hanno ceduto alla pressione esercitata dai movimenti di resistenza”. E “Israele attribuisce queste trasformazioni direttamente alle conseguenze della Rivoluzione Islamica iraniana, riconoscendo il suo ruolo nell’alterare il corso della sua Storia”.

Newsweek chiede quale sia la posta in gioco per l’Iran nella guerra in corso a Gaza. Per Teheran “La massima priorità consiste nel salvaguardare le vite dei civili. Mentre i gruppi jihadisti hanno volontariamente abbracciato il percorso della lotta, sostenendo consapevolmente i costi associati per se stessi e per le loro famiglie, è imperativo proteggere le persone comuni, in particolare donne e  bambini”.

Il pensiero va alle migliaia e migliaia di vite umane spezzate, soprattutto in questi ultimi questi mesi: “La guerra tra la resistenza e Israele continuerà fino alla fine dell’occupazione; tuttavia, dovrebbe rimanere confinata al campo di battaglia e non invadere i civili”.

Per Iravani, anche la resistenza palestinese dovrebbe avere i suoi limiti di azione: “Non mira al crollo o alla rimozione di Israele, ma serve piuttosto a fermare l’espansione dell’occupazione e a costringere l’evacuazione dei territori occupati da questo regime. In sostanza, un regime dotato di armi nucleari e che si colloca tra le principali potenze militari del mondo non può essere smantellato solo attraverso azioni militari. Pertanto, la prospettiva di un crollo di Israele non avverrà attraverso mezzi militari, ma piuttosto attraverso fattori interni”. E continua: “Rimaniamo convinti che la crisi palestinese non possa essere risolta con mezzi militari; la soluzione risiede piuttosto nella fine dell’occupazione e nella difesa del principio fondamentale del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese.”

Quindi, il vero target di Israele è l’Iran? Secondo il Rappresentante di Teheran all’ Onu “Israele non ha la capacità di intraprendere invasioni senza il sostegno inequivocabile degli Stati Uniti”.

Per Iravani, viviamo “un momento critico in cui l’America deve prendere in considerazione la possibilità di condizionare e limitare questo sostegno o rischiare di cadere vittima delle ambizioni  della leadership israeliana. Israele è diventato sempre più un peso per l’America in termini di costi materiali, politici e, soprattutto, morali e di reputazione sulla scena globale. In queste circostanze, né gli interessi strategici dell’America, né le capacità di Israele richiedono l’inizio di un nuovo conflitto. Netanyahu trova il suo futuro politico legato alla continuazione della guerra a Gaza, mentre il Presidente Biden percepisce le sue prospettive di rielezione legate alla fine delle ostilità. Questo conflitto di interessi diventa sempre più ingestibile man mano che la guerra persiste, ponendo una sfida significativa”.

Appare evidente di come l’Iran non abbia intenzione di lanciarsi in guerre preventive, ma soltanto di adottare strategie difensive nei riguardi di una vicinissima potenza nucleare, sostenuta dalla prima Superpotenza su scala globale.

Tutti ricordiamo il grave atto di terrorismo di stato compiuto dagli Usa di Trump con l’uccisione in Iraq del comandante della Forza Quds delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, il Generale Maggiore Qassem Soleimani, nel gennaio 2020, colui che si adoperava da anni per costituire il fronte della resistenza e – al contempo – il polo islamico del nuovo mondo multipolare oggi in gestazione, che ha avuto, con la guerra d’Ucraina, un’accelerazione senza precedenti.

E ora Gaza. “Crediamo che gli Stati Uniti – afferma Iravani – debbano effettuare una rivalutazione completa della loro strategia di sicurezza nazionale per quanto riguarda il Medio Oriente.”

Il riferimento esplicito va agli interventi militari preventivi statunitensi, a partire dal 2001: Kabul, Bagdad e poi Damasco. “L’America si trova in una posizione precaria” – conclude l’Alto diplomatico: “Avendo assistito a un declino della sua influenza e del suo soft power, ha fatto ricorso all’hard power e al rafforzamento della presenza militare come misura compensativa. Tuttavia, le basi militari americane nella regione hanno contribuito a esacerbare i problemi regionali, anziché fungere da soluzione.  È imperativo che il Governo degli Stati Uniti giunga ad una conclusione strategica per decidere se continuare le politiche sbagliate e già dimostrate fallimentari sia in linea con i suoi interessi, o se sia necessario tracciare una nuova rotta. La decisione finale è nelle loro mani”.

NOTE

(1) = https://www.newsweek.com/exclusive-iran-warns-netanyahu-bringing-biden-down-gaza-1852669

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