La classe dominante e il popolo nel futuro dell’Italia

Chi ha rubato il futuro dell'Italia? Gli italiani spendaccioni? Oppure ci sono altre responsabilità? Le prospettive sociologiche per una liberazione nazionale

di Marco Castelli.

Molto spesso, quando si parla di politica, si concentra l’attenzione mediatica sui partiti, o meglio sui leader personalistici di questi, ma si trascura o si dimentica del tutto di analizzare le dinamiche profonde e strutturali che sono in atto o che sono avvenute negli ultimi decenni nella società italiana. Quasi che il mondo politico gravitasse su un’orbita a sé stante, distaccata e non irrelata con le dinamiche e gli eventuali conflitti di classe in essere; al contrario, si vorrebbe addirittura eludere ed eliminare dal dibattito l’idea stessa dell’esistenza di una società stratificata in classi nell’Italia del XXI secolo.

In realtà, i rivolgimenti occorsi con la crisi finanziaria ed economica globale del 2007-8 rendono ancora più urgente la ripresa di uno sguardo profondo, in grado di cogliere, oltre la polemica quotidiana tra i partiti, dinamiche di mutamento nell’assetto di potere di gruppi sociali, capaci di cambiare radicalmente il quadro della politica italiana nei prossimi anni.

La classe dominante italiana

Innanzitutto, chi ha governato e chi comanda in Italia in questo momento?

L’opinione di chi scrive è che con lo smantellamento della grande industria di Stato, avvenuta negli anni Novanta, una nuova aggregazione di potere sia venuta a costituirsi e a sovrapporsi in Italia. Non più (o non solo) i Capitani di Industria alla Agnelli o alla Raul Gardini, ma una nuova classe dominante, non radicata nella produzione, bensì nei gangli vitali della macchina statuale.

I parvenu che si sono arricchiti dalle privatizzazioni statali, la formazione di una Borghesia vendedora, che ha gestito questo processo, in primis.

Il passaggio da una Borghesia produttiva, che Agostino Spataro ha definito compradora ad una essenzialmente redditiera, che vive delle rendite accumulate dalle cessioni di aziende produttive a soggetti esteri, costituisce un elemento chiave per la comprensione del mutamento antropologico in seno alla classe dominante italiana in questi ultimi tre decenni.

Non solo un distaccamento fisico e spirituale dal mondo della produzione (che, in maniera asimmetrica, accomunava in un unico destino “padroni”, quadri e operai), ma anche un graduale allontanamento verso i destini della Nazione stessa (“Ciò che va bene per la Fiat, va bene per l’Italia” si diceva un tempo…).

I tratti antropologici di questa borghesia postindustriale sono da rintracciarsi, infatti, nella dipendenza dagli investimenti stranieri e dal grande capitale internazionale, nel cosmopolitismo culturale (che già al suo tempo Antonio Gramsci definiva come servilismo internazionale degli intellettuali italiani) e nella rendita finanziaria.

L’incontro tra il PD e la classe dominante italiana

Mentre si sconvolgeva l’assetto produttivo dell’economia nazionale, negli anni Novanta la stagione di Tangentopoli stava per spazzare via l’ancien régime politico. La fine dei tradizionali partiti comportò, infatti, l’affermarsi di un nuovo paradigma, di stampo angloamericano, incentrato su Bipolarismo e Maggioritario. E nuovi soggetti politici si formarono nei primi anni Novanta. Uno stravolgimento dell’intero quadro politico italiano, destinato anche a rimescolare le costituite relazioni di potere tra classi sociali.

Dopo la Caduta del Muro di Berlino (1989), infatti, un ulteriore fattore di discontinuità aveva fatto irruzione nello scenario della politica nostrana: il crollo dell’Unione Sovietica fu, infatti, l’elemento detonante dello scioglimento del PCI in Italia, che divenne, nell’ottica di un progressivo riavvicinamento al campo atlantico, un partito riformista occidentale prima e liberale poi.

Queste spinte di rottura nella società italiana favorirono l’avvicinarsi di mondi fino ad ora antagonisti tra loro. Da una parte, una borghesia svincolatasi dal limite nazionale e tesa alle nuove opportunità spalancatesi dal nuovo ordine internazionale post-1989, basato sulla libera circolazione dei capitali, dall’altra una “nuova sinistra”, desiderosa di arrivare al potere, ma bisognosa di apparire credibile e rassicurante agli occhi di quei settori, che l’avevano sempre ostracizzata.

La strana alleanza venne trovata nel corso di un processo di convergenza su un matrimonio comune di interessi; difatti, se la (Neo)Borghesia italiana vedeva nella sinistra postcomunista la possibilità di disporre per i propri scopi dell’immenso apparato burocratico eredità del vecchio PCI, questa nuova sinistra, d’altro canto, poteva finalmente trovare in questa borghesia quello sponsor, in grado di qualificarla come forza affidabile e responsabile, agli occhi delle Potenze straniere (in particolare, gli USA) e accedere così alle Stanze del Potere.

Inoltre, il terreno culturale si era stratificato nel corso dei due decenni precedenti e, nel dettaglio, la temperie scaturita dal Sessantotto aveva già profondamente mutato i tratti antropologici del Popolo italiano. La Borghesia si stava adeguando al nuovo dogma liberal-libertario (si veda “Il Capitalismo della Seduzione” di Michel Clouscard), mentre, come affermato profeticamente dal grande filosofo Augusto Del Noce, il Partito Comunista Italiano si apprestava a diventare un Partito Radicale di Massa.

In mezzo a tutto ciò, l’emergere di nuove tecnologie, come l’affermazione della televisione commerciale e le prime forme di ICT, che stavano già radicalmente trasformando la società dei consumi e i costumi degli Italiani.

Borghesia vendedora, transnazionale, burocrati e apparati di stato che prosperavano nella debolezza nel sistema partitico italiano dopo Tangentopoli e Industria Culturale, laddove la Sinistra poteva indubbiamente esercitare la sua gramsciana egemonia culturale sono stati gli elementi di saldatura del nuovo Blocco di Potere che ha unito la Sinistra italiana post comunista e la Borghesia post industriale dagli anni Novanta ad oggi. Il tutto all’interno della nuova cornice istituzionale costituita dall’Unione Europa sorta su Maastricht e i principi neoliberali.

Gli effetti sull’Italia del Blocco di Potere

La storia recente dell’Italia si intreccia indissolubilmente con l’affermazione di questo blocco di potere. Che ha guidato il processo di integrazione dell’Italia nell’Unione Europea, l’ingresso nella Moneta Unica (l’Euro, con conseguente abbandono della sovranità monetaria), legittimato culturalmente i processi di Globalizzazione, e legato la politica economica del Paese alla logica del vincolo esterno. A questo proposito, l’allora Governatore della Banca d’Italia, Guido Carli proferiva queste parole:

La nostra scelta del “vincolo esterno” nasce sul ceppo di un pessimismo basato sulla convinzione che gli istinti animali della società italiana, lasciati al loro naturale sviluppo, avrebbero portato altrove questo Paese

In pratica, come riporta Andrea Romani nel bellissimo articolo “Capitale e dominio politico” ne L’Intellettuale Dissidente:

al di fuori di ogni logica democratica, si suppone che l’Italia sia un paese abitato da minorati mentali incapaci di poter scegliere come e perché organizzare la propria società; per fortuna esistono degli aristoi in grado di poter anti-vedere e indirizzare, al riparo dal processo elettorale, tutte le scelte decisive della storia recente. Ecco l’adesione allo SME, ecco il 1992, ecco l’euro.

Gli effetti di queste decisioni intraprese dalla classe dominante hanno comportato lo smantellamento dell’industria pubblica, l’indebolimento del settore privato, finito sotto gli interessi dei grandi capitali stranieri, ridotto la capacità da parte dello Stato Italiano di dirigere l’economia nazionale ed orientarne gli investimenti nei settori strategici, aumentato l’indebitamento estero e, in ultima istanza: depresso il potenziale di crescita dell’intera Nazione.

A questo riguardo, è estremamente esemplificativo ricordare le previsioni di crescita del Fondo Monetario Internazionale (FMI), secondo cui l’Italia sarebbe dovuta diventare in un trentennio, a partire dal 1986,il Paese più ricco d’Europa, sopravanzando nel 2025 Francia e Germania.

Il Popolo da risvegliare; il Popolo che può risvegliarsi

Nel quadro di un complessivo depauperamento del complesso industriale nazionale, di assoggettamento dell’Italia all’interno della sfera di influenza dell’Europa germanica e di ridimensionamento del Paese all’interno della gerarchia tra i Paesi del G7, in Italia si è generato un tessuto prospero di piccole e medie imprese che ha saputo prosperare nel nuovo contesto della Globalizzazione e conquistare fette importanti di mercati internazionali, mantenendo elevato il valore del Made in Italy.

Sia pure dinamica, innovativa, questa galassia sta entrando in sofferenza, più che a causa della competizione globale, per via dei rigidi vincoli imposti dall’austerità teutonica e delle politiche di disciplina fiscale, che si scaricano su di esse sotto forma di inasprimento fiscale ed elefantiasi burocratica.

Questo Popolo dimenticato, non rappresentato sui giornali e Media, spesso sconosciuto alla classe politica, si sta organizzando e pare aver trovato nuovi soggetti di riferimento.
Il grande storico dell’economia Giulio Sapelli parla di una
borghesia nazionale che rappresenta le piccole e medie imprese e che avrebbe identificato nella Lega di Matteo Salvini il proprio interlocutore privilegiato.

Inoltre, sempre secondo Sapelli, il nuovo asse conflittuale della politica italiana sarà costituito proprio dalla dialettica tra Borghesia “vendedora” transnazionale, “europeista” e liberal-libertaria (per usare la grammatica di Clouscard) affiliata al Partito Democratico e la Borghesia nazionale che si aggrappa alla Lega per difendere le proprie aziende, e che non cede all’idea di dover vendere a capitali stranieri.

Se questo è vero, rimane da sollevare un altro Popolo, quello che Sapelli, definisce il Popolo degli Abissi: coloro che vivono di lavori precari, intermittenti, poveri, irregolari e dal reddito insufficiente a costruirsi un orizzonte progettuale. C’è cioè la grande questione sociale che rimane in penombra. L’alleanza M5S-Lega sembrava poter costituire un nuovo blocco sociale nazional-popolare. Tuttavia, ora che il M5S è in fase di dissoluzione, riusciranno la Lega e il nuovo alleato Fratelli d’Italia a rispondere alle esigenze anche di questo Popolo?

Il Popolo degli Abissi mormora sempre più insistentemente e, affinché esso non erutti del tutto, sarà necessario costituire al più presto una nuova classe dirigente che sia all’altezza di affrontare problemi incancrenitisi in decenni di noncuranza e mala gestione, ma, soprattutto, che sia aperta e recettiva a nuovi paradigmi e modi di pensare, diversi dal Pensiero Unico Dominante che ha tradotto nel baratro quella che solo nel 1991 era la Quarta Potenza Industriale Mondiale, l’Italia.

Questo è il momento di nuove sintesi; ci vuole coraggio e passione, perché, per ricostruire, tutto dovrà essere necessariamente diverso!

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