Dal testo alla rappresentazione teatrale

Il teatro, consente un'immersione dentro noi stessi che non dimentica mai l'altro polo, quello collettivo

di Persefone48

Nel caso delle letterature antiche, segnatamente la greca, la produzione teatrale rappresenta in termini qualitativi e quantitativi, una invenzione peculiare oltre che un’ eredità, passata attraverso il mondo latino, estremamente vitale ( pensiamo ai cicli annuali di rappresentazioni classiche in Italia e all’estero).

In termini di opere, senza contare i frammenti, abbiamo 31 tragedie di Eschilo, Sofocle, Euripide, 11 commedie di Aristofane, 2 di Menandro, 21 di Plauto, 6 di Terenzio, 9 tragedie di Seneca.

Benché si legga e traduca, soprattutto in terza liceo, una di queste opere, cospicue sono le letture in traduzione italiana, senza le quali lo studio storico-letterario risulterebbe incompleto e forse incomprensibile.

Tutti i testi teatrali classici sono in versi, sia le parti corali che quelle dialogiche, quindi per intenderli appieno dobbiamo considerare il loro statuto poetico ben diverso dalla prosa del teatro moderno che siamo abituati a frequentare.

Ma il teatro, a differenza di altra letteratura o poesia, presuppone l’azione: infatti si chiama dramma dal verbo ‘dran’, ‘agire’ e il teatro, dal verbo ‘theasthai’, ‘guardare’ è, in origine, il luogo in cui si assiste a qualcosa che si svolge sotto i nostri occhi.

Di qui la necessità per noi di metterli in scena.

La messinscena è, innanzitutto, un’analisi testuale, durante la quale, proprio per la necessità di tradurli in atti, emergono elementi che sfuggono ad una lettura per quanto accurata. In altre parole, i testi sono densi e stratificati e si offrono alla rappresentazione con tutto il carico di polisemia che un’azione umana comporta. Rispetto a ciò il lavoro di messinscena è dominato dalla responsabilità di non tradire due volte il testo: la prima volta, al momento della traduzione, la seconda, nelle scelte registiche. Il punto è coglierne la verità. Il che non vuol dire realismo, categoria inadatta al concetto di ‘mimesis’ degli antichi che, anzi, basano la loro arte sulla finzione, cioè sulla costruzione di un mondo che potrebbe essere tale quale lo si rappresenta. Fingere, infatti, non è mentire.

Le radici del teatro sono antropologiche e religiose. Esso è inserito nei culti dionisiaci, fondati sulla con-fusione e sul travestimento, ma la gestione del sacro, in età storica, è monopolio maschile e, come i ministri del culto, anche gli attori sono maschi e lo saranno, in occidente, fino a Shakespeare, anche per i ruoli femminili.

Poiché la materia di cui si nutrono queste azioni sacre è il mito ed esso contiene la stratigrafia culturale del popolo greco, le tragedie, soprattutto, sono abitatate da figure femminili singole o collettive di straordinaria grandezza (Clitennestra, Antigone, Medea, Ecuba, le Troiane, le Baccanti, per citare le più note) che dobbiamo pensare scelte agite e rappresentate da uomini per uomini in un mondo dove le donne non hanno capacità giuridica come fu quello classico.

In altre parole la questione della differenza di genere era affrontata ed articolata in termini diversi da oggi ma c’era; così come la lingua significava tale differenza forse più di oggi. Oggi la questione è diversa sia nel teatro ufficiale che nei vari laboratori cui partecipano tanto donne che uomini: di qui l’opportunità per entrambi i sessi di incarnare la differenza, di renderla visibile e rappresentabile.

Ancora oggi, il teatro, soprattutto tragico, consente un’immersione dentro noi stessi che non dimentica mai l’altro polo, quello collettivo.

Una delle tragedie più amate dagli antichi e dai moderni perchè mette in scena il contrasto tra i diritti primari e le leggi dello stato è l’Antigone di Sofocle.

In esso centrale è il dialogo tra Antigone e Ismene :Le due sorelle sono il frutto di un incesto per cui il loro padre è anche fratello. Si pongono così nella confusione e nel disordine di una discendenza sregolata, non normata dal fondamentale tabù. Inoltre i loro due fratelli nati dalla stessa unione si sono reciprocamente uccisi uscendo dalla regola del sangue. Abbandonate e sole sono in balia del tiranno che impersona la regola della città, cioè delle sue leggi, le quali impongono di lasciare insepolto il corpo del fratello fuoriuscito. Ma Antigone contravviene alla norma ed eccede in nome delle leggi non scritte, quelle della pietas. Chi ha ragione, chi eccede. Ecco il rovesciamento del punto di vista non in nome di un relativismo sofistico ma della complessità del reale e di una sua possibile comprensione.

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