Necessità: la virtù che manca al dissenso dei giorni nostri

Il dissenso in Italia è completamente fuori registro, sbattuto fra piazze divisive incapaci di costruzione e dialogo, campagne velleitarie e “leader” social mediatici che non possono farsi statisti

Il dissenso

di Massimo Franceschini

“Far di necessità virtù” è sempre una buona norma, universale, anche se diversamente declinata e approfondita: nel mondo anglosassone sembra possa risuonare come “la necessità è la madre dell’invenzione”, mentre sarebbe da sfatare l’idea che nel Giappone la parola “crisi” significhi “opportunità”, anche se il concetto tocca delle corde che facilmente risuonano in ognuno di noi. L’area che dovrebbe essere di dissenso al pensiero unico dominante e ad una tecnocrazia sempre più stringente, sembra aver del tutto perso il senso della necessità. Tale perdita è andata amplificandosi in maniera direttamente proporzionale alla perdita delle sovranità politiche, economiche, culturali e sociali della nostra Repubblica. Ricordiamo alcuni punti salienti della “demolizione controllata” del nostro Paese: partiamo dall’assassinio di Aldo Moro nel 1978, ricordiamo dopo otto mesi l’adesione allo SME, proseguiamo con la cosiddetta “separazione del Tesoro dalla Banca d’Italia” nel 1981, andiamo alla firma del Trattato di Maastricht del 1992, all’adozione della moneta unica del 2002, al pareggio di bilancio in Costituzione del 2012 e alla sostanziale accettazione delle politiche “europee”, in realtà espressione dei voleri di quel coacervo di potere che nella modernità si può individuare, semplificando, nella congiunzione di interessi oligarchici finanziari e tecnologici di vario tipo, saldati con gli “stati profondi” e con logge e consorterie private più o meno occulte, nazionali e sovranazionali. Questa brevissima carrellata descrive il sostanziale svuotamento della democrazia, dello stato di diritto e delle istituzioni liberali, che erano state ancora innervate nel 1948 dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo. A questi fatti andrebbe aggiunta l’osservazione che i luoghi della cultura e della ricerca siano stati lasciati sempre più in mano ai loro sponsor, palesi e occulti, ma sempre privati, oltre ad una bella analisi del panorama mediatico: la potenza tecnologica ha eletto i media come reali sedi di una propaganda talmente capillare e “olistica”, tale da poter ridurre il “dibattito” politico in una sostanziale, litigiosa promozione del pensiero unico, fra uno spot e l’altro. Ad aggravare ciò, abbiamo visto come a livello popolare la politica trovi la definitiva morte qualitativa nei social media, sedi del chiacchiericcio globale eletto a sistema.

Neanche la drammatica esperienza dovuta a una “pandemia” costruita dalle oligarchie e alimentata dai media mainstream del pensiero unico dominante, loro fedeli vassalli, è riuscita a far scattare un impulso di orgoglio politicamente indirizzato in chi, intellettuale, militante o semplice cittadino fosse comunque consapevole della montagna di finzioni, ostacoli e stravolgimenti della vita civile del Paese dovuta alla situazione socio-politica appena descritta. Riguardo alle perenni emergenze cui siamo costretti, credo si debba capire che l’analisi delle reali sovranità, oggi assai lontane dal dettato costituzionale, debba finalmente considerare dei piani che vanno oltre la semplice divisione del globo in stati, ideologie e sistemi di potere, come ben illustrato da Davide Rossi nel suo ultimo libro “L’Economia delle Emergenze”. Se a questi dati aggiungiamo il sostanziale materialismo, scientismo e tecnicismo che stanno guidando la cultura e la politica della modernità, con una crescente violazione dei diritti umani nelle sfere della bioetica e della biopolitica, completiamo il quadro di una situazione talmente degenerata, da richiedere uno sforzo politico assai consapevole, coeso, ecumenico e universale, capace di parlare potenzialmente a tutte le persone ancora in grado di vedere anche solo una parte di questi problemi. Al contrario, l’area del dissenso è divisa fra formazioni sconosciute ai più, personalistiche e velleitarie che evidentemente non hanno la minima cognizione della necessità di entrare in comunicazione con la società civile. Ad aggravare ciò, vediamo che neanche la disfatta elettorale è servita a far capire qualcosa in più a tali soggetti in ordine alle necessità politiche, contenutistiche, comunicative e strategiche capaci di ridare una minima speranza alla democrazia e allo stato di diritto. All’osservazione di tale drammatica situazione, un qualunque manager o esperto di organizzazione prenderebbe decisioni drastiche, come ultima possibilità di salvataggio di una barca, in questo caso quella della politica, dello stato di diritto e delle sovranità nazionali e costituzionali, come estremo tentativo di ricostruzione di una dialettica e di una consapevolezza politica tale da svelare a sempre più persone la natura e la drammatica direzione tecnocratica e illiberale presa dal nostro paese.

In questi ultimi anni ho cercato nel mio piccolo, e senza successo, di produrre varie proposte a diversi livelli. Purtroppo, finora non mi sembra di vedere la necessaria, pragmatica consapevolezza negli intellettuali e attivisti che potremmo definire “alternativi”, nessuno che sembri aver compreso la portata dello sforzo politico oggi necessario: sono tutti impegnati nell’organizzazione di manifestazioni, circoli, kermesse, contenuti mediatici e campagne varie che ai più sono del tutto sconosciute o appaiono fastidiosamente folkloristiche, destinate quindi a girare fra lo stesso pubblico già consapevole di molte questioni, mentre in effetti l’area del dissenso allo status quo sarebbe assai più grande, probabilmente maggioritaria.

Vista la forza e la profondità del sistema vigente, credo che oggi occorra uno sforzo politico e culturale di una tale portata, autorevolezza, sagacia organizzativa e comunicativa che solo dei “manager” con i fiocchi potrebbero tentare di costruire, coinvolgendo le teste pensanti e le forze migliori del Paese. Tale sforzo dovrebbe essere inteso a far comprendere se e come sia possibile ripristinare un vero “stato di diritto” che non sia, come oggi, una struttura posseduta da poteri al di fuori del controllo popolare e costituzionale. Sarebbe questo un lavoro certamente difficile, perché abbiamo perso troppi anni in antipolitica, inutili divisioni e miraggi mediatici, mentre il sistema entrava sempre più nelle nostre vite, nel pensiero e nella carne, prenotando anche il futuro con la facile cooptazione tecnologica delle nuove generazioni. Darò il mio umile appoggio a quanti capaci di costruire una forte azione politica indirizzata verso tali obiettivi.

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1 Commento

  1. Il dissenso deve essere espresso “contro” qualcosa ed esprimere un “buonsentire” per qualcos’altro. L’operazione compiuta sulla società nei trenta quarant’anni sin qui ci ha restituito quella non società “liquida” o “granulare” come la chiamo io, impossibilitata ad assumere una forma identitaria stabile. E perciò per ora del tutto inadatta a qualsiasi progetto che la “contenga” dentro un percorso organico di tempi lunghi. “Prima” occorre a mio parere “re-inculturare” (scusate il neologismo provvisorio) la società “liquida-granulare” per consentirle almeno di guardarsi allo specchio e cominciare a riconoscersi.

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