Il taglio dei Parlamentari

Approvato dalle Camere in prima lettura il taglio dei Parlamentari voluto dal M5S, riforma già contemplata nel Piano della P2 di Licio Gelli

Ad agosto il voto definitivo sulle modifiche alla Costituzione

Dopo la sonora bocciatura con il referendum del 4 dicembre 2016 della riforma costituzionale predisposta a suo tempo da Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, anche l’odierno Governo gialloverde prova a rimettere mano all’attuale configurazione delle Camere. Il Parlamento ha infatti approvato in prima lettura (il 7 febbraio al Senato e il 9 maggio alla Camera) il disegno di legge di riforma costituzionale relativa agli articoli 56 e 57, fortemente voluta dal Movimento 5 Stelle (e già caldeggiata da Beppe Grillo nel 2014), con voti favorevoli anche di Lega, FI e FdI.

Ad agosto è poi calendarizzata l’approvazione definitiva del testo, che riduce i parlamentari da 945 a 600, ovvero alla Camera da 630 a 400, ed al Senato da 315 a 200, di cui 4 (e non più 6) saranno eletti nella circoscrizione estero. Prevede inoltre che il numero dei Senatori in carica, nominati dal Presidente della Repubblica, non può essere superiore a 5. Nel frattempo è in esame anche il “Rosatellum ter”, ovvero la legge elettorale che andrà a modificare il Rosatellum in vigore, onde consentirne l’applicazione con il nuovo assetto parlamentare. Anche i collegi elettorali ne usciranno ridisegnati.

Il taglio, secondo i Grillini, troverebbe giustificazione nel risparmio di 500 milioni di Euro a legislatura e in procedure più rapide e semplici, migliorando la funzionalità del Parlamento. Ciò anche per allinearsi ad altri Paesi europei, tra cui Spagna, Francia e Germania, che nelle rispettive assemblee contano già oggi meno rappresentanti di quanti ne abbiamo noi ora; ma questi conteggi vengono da taluni contestati, in quanto basati su un raffronto di sistemi con architetture istituzionali diverse, che vedrebbero invece l’Italia addirittura penalizzata.

Inoltre, gli avversari di tale revisione sostengono che la sforbiciata di quasi il 40% provocherà una drastica riduzione della rappresentatività dei territori e della popolazione (specie nelle zone più disagiate), infliggendo un duro colpo alla democrazia e facendo un grande favore a oligarchie e lobby, che potranno più facilmente controllare ed influenzare un numero ridotto parlamentari; anche i partiti minori rischieranno di rimanere esclusi dal Parlamento.

A questo punto, per completare il quadro, può essere interessante tornare indietro nel tempo e ricordare che di una rivisitazione costituzionale concernente il taglio dei Parlamentari non ha la primogenitura il M5S, bensì già nel 1973 la “famigerata” Commissione Trilaterale – fondata da D. Rockefeller, Z. Brzezinski e H. Kissinger – in uno dei suoi documenti costitutivi (“The crisis of democracy”, sottoscritto da Crozley e Huntington), invitava a ridimensionare gli strumenti rappresentativi. La stessa Commissione Trilaterale che nell’estate 2017 Luigi Di Maio, il responsabile politico del M5S, andò ad incontrare a Cernobbio, scelta che fu aspramente criticata persino dall’integerrimo ex magistrato Ferdinando Imposimato, che fu peraltro il candidato dei Pentastellati alla Presidenza della Repubblica.Successivamente, nel 1997, in Italia ne parlò la bicamerale per le riforme istituzionali presieduta da Massimo D’Alema.

Astenendosi, al riguardo, da qualunque tipo di dietrologia, non si può tuttavia non registrare una ulteriore singolare coincidenza: la riforma ricalca appieno, anzi in senso ancora più restrittivo, quella contenuta in uno dei punti fondamentali del “Piano di rinascita democratica” della Loggia massonica P2, scritto nel 1976 da Licio Gelli, il quale – tra le altre direttive – suggeriva la diminuzione della rappresentatività dei Parlamentari (in esso erano infatti previsti 450 Deputati e 250 Senatori, con competenze differenziate delle due Camere). Ci si chiede, dunque, se sia realmente utilela riforma costituzionale di imminente approvazione, così come congegnata, demagogicamente presentataper abbattere i costi della politica ma in realtà foriera di possibile diminuzione di democrazia, oneri che potrebbero essere invece concretamente realizzati riducendo in maniera drastica stipendi e benefit di ogni tipo (alcuni estesi anche ai familiari) di cui gli Onorevoli godono, parametrandoli a quelli dei cittadini “comuni mortali” che, con le loro imposte pagate, finanziano anche le congrue retribuzioni dei loro rappresentanti Parlamentari.

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