La vittoria annunciata

God bless America

di Carlo Grossi
Joe Biden ha superato la soglia dei 270 grandi elettori necessaria per aggiudicarsi la vittoria, è lui (salvo colpi di scena o sentenze della Corte Suprema) il 46esimo presidente degli Stati Uniti d’ America. Tralascio le valutazioni legate alle procedure di voto, alle percentuali di votanti superiori agli elettori registrati, alle inverosimili età di alcuni elettori, fanno parte di una strategia che non rende merito al vincitore e al suo staff, saranno comunque i ricorsi alla giustizia a dircelo! Mi chiedo piuttosto che tipo di presidenza potrebbe essere, quali scenari si aprirebbero in questo concitato scorcio di secolo, quali conseguenze produrrebbe in termini sociali, economici, nel campo dei rapporti internazionali? Siamo nel pieno di un momento storico nel quale la crisi economica genera squilibri che si traducono in politiche volte al cambiamento, il capitalismo classico basato sui consumi è alle corde, i sistemi monetari in crisi, si verificano pesanti sconvolgimenti del tessuto sociale, del mondo del lavoro, della scuola, della salute pubblica. L’epidemia Covid sta mettendo a dura prova le democrazie occidentali, le risposte politiche hanno spesso mostrato inefficienza e un volto autoritario che pensavamo relegato in un passato poco edificante ma soprattutto hanno messo in luce un allarmante confronto tra i due blocchi, occidentale e orientale, il primo in marcata recessione economica e valoriale, il secondo in forte espansione con la manifesta intenzione di estendere la propria influenza commerciale e culturale nel mondo. In questo le teorie globaliste hanno dato una forte spinta propulsiva. Biden é un liberale di fede neo-liberista con una carriera politica alle spalle di oltre 47 anni, é stato il vice presidente di Obama, la sua vita è stata un’altalena di eventi non sempre positivi che ne fanno una persona mite, equilibrata, moderata così i media mainstream e il mondo Dem lo descrivono, mi auguro riesca a mantenere gli equilibri di pace che Trump ha garantito.
La vicepresidente designata è Kamala Harris, senatrice dello Stato della California, un curriculum professionale maturato in Uber, società del gruppo Goldman Sachs e questo è a mio avviso uno degli aspetti meno rassicuranti. Sarebbe la prima donna nella storia degli States a ricoprire l’alto incarico.
È figlia di immigrati di origine indiana e giamaicana, questo la rende un fulgido esempio di integrazione razziale in terra straniera. Molte sono le incognite e numerosi gli impegni che questa presidenza dovrà affrontare, primo tra tutti quel reset economico di cui spesso si sente parlare in modo generico, vago, poco rassicurante se correlato ai cambiamenti che potrebbe produrre. Un minimo conforto è dato dal balance che opererà il Senato a maggioranza repubblicana, contrappeso utile a garantire un equilibrio necessario date le difficoltà all’orizzonte che presuppongono decisioni sagge ed equilibrate. Auguriamoci che la coscienza etica, il senso di giustizia, l’obiettività guidino queste scelte e allentino le pressioni alle quali siamo sottoposti.
L’ America non necessita della detrumpizzazione dichiarata e superficialmente promessa dai Dem ma di proseguire il percorso etico  impostato a difesa degli equilibri internazionali, dello sviluppo sociale, della moralità, della pace…. la presidenza Trump, a suo modo, tutto ciò  è riuscito a garantirlo checché se ne dica.

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