Storia dei salari italiani

C’è una cosa che mette d’accordo tutti, anche in quest’epoca di lacerazioni: il riconoscimento di un trend negativo degli stipendi degli italiani da oltre un ventennio a questa parte. Gli autonomi, ma in misura più cristallina i lavoratori dipendenti, dagli anni Novanta in poi hanno visto calare il loro potere d’acquisto in modo smaccatamente evidente. Non solo, dunque, il salario reale degli italiani sarebbe sceso rispetto agli anni Settanta e Ottanta, ma anche in epoca più recente, gli italiani avrebbero perso potere d’acquisto anche rispetto agli altri europei. Ecco quindi che destra, sinistra, neoliberisti, leghisti, comunisti e movimentisti vari concordano tutti su questi dati di fatto, perché non solo sono facilmente misurabili, ma anche perché tutti quelli che hanno la busta paga a fine mese lo hanno vissuto sulla loro pelle, e dunque … hai voglia a raccontar balle.

Quello su cui, invece, si dividono, sono le cause di questo fenomeno.

In estrema sintesi, sul calo degli stipendi misurato dall’Istat e dal Censis abbiamo almeno 3 interpretazioni:

Facendo finta che l’inflazione non esista, in fondo alla classifica ci sono i negazionisti. In quanto ad ottusità, non sono dissimili a quelli che negano l’olocausto: sono rarissimi e non bisogna prenderli neanche in considerazione. Per la gran parte degli analisti, invece, i dati mostrano un’inversione del trend di aumento degli stipendi con l’entrata nello SME del sistema finanziario italiano e poi con l’entrata nell’euro. Detto diversamente, i dati che misurano l’andamento degli stipendi evidenziano un aumento costante fino all’arrivo invasivo della UE nelle questioni monetarie degli stati. Con l’euro è arrivato il cambio fisso, che ha le colpe più gravi in merito alla deindustrializzazione, ed è attualmente uno dei cavalli di battaglia dell’economista Alberto Bagnai. Il cambio ci ha danneggiati in primo luogo perché con l’imposizione di una moneta unica in Europa, i Paesi non hanno più potuto usare la svalutazione competitiva.

Un’altra linea di pensiero attribuisce le colpe della crisi degli stipendi alle politiche di austerità iniziate dai governi tecnici che hanno portato il Governo ad aumentare la tassazione. E chi se li scorda i vari Amato, Ciampi e Dini? Ci hanno in effetti massacrato di tasse e tolto la pensione a sistema retributivo. Detto ciò questa interpretazione – che unisce alcuni euroscettici ai liberali – è ancora insufficiente: le tasse abbassano i salari? La lettura è credibile, ma “finge” di non vedere che gli anni di riferimento di inversione del trend positivo dei salari sono gli anni Novanta, e non è per niente casuale.

A queste analisi parziali, ne va allora aggiunta una quarta, e che all’università – se fosse un esame del curricolo – chiamerebbero propedeutica.

Negli anni Novanta il capitale, le aziende, i padroni, i datori di lavoro…, insomma, chiamiamoli come vogliamo, non hanno più avuto il problema di contrattare lo stipendio con i lavoratori.

Dal 1989 è caduto il comunismo nei paesi dell’est e poco dopo in Unione Sovietica. E’ impossibile sapere cosa sarebbe accaduto senza quel fenomeno storico. Di fatto, il socialismo rappresentava per l’Occidente capitalistico un pungolo. Un limite che lo costringeva a trovare alternative. Tutta l’attività riformistica rivolta alle tutele dei cittadini – tra cui uno stipendio dignitoso – è stata possibile solo ed esclusivamente perché in Occidente c’erano altre opzioni politiche.

Per quale motivo in Europa arrivarono economisti come Keynes, ad esempio? Lo studioso inglese in persona lo scrisse in modo inequivocabile al Presidente americano Franklin Delano Roosvelt negli anni in cui tentava di risolvere i disastri occupazionali di un’America vittima del crollo economico del 1929 proprio usando le ricette keynesiane:

“Se Lei fallisse – scrive Keynes a Roosvelt – la scelta ragionevole risulterebbe gravemente pregiudicata in tutto il mondo e non rimarranno in campo a contendersi la vittoria, se non la vecchia ortodossia da una parte e la Rivoluzione dall’altra”.

Da queste righe emerge con chiarezza come Keynes fosse preoccupato dell’arrivo del bolscevismo e che l’unica soluzione per lui fosse quella di favorire l’occupazione e la crescita dei salari attraverso la pianificazione economica e la fine dell’ideologia liberista. In altre parole, fino al 1989, il capitalismo stava ben attento in campo sociale e cercava di redistribuire un po’ di ricchezza per evitare che i princìpi rivoluzionari attecchissero in Occidente. Con la fine di questa esperienza e fino ad oggi, invece, i capitalisti non hanno più alcuna preoccupazione e possono tenere gli stipendi bassi e la disoccupazione cronica. L’importante è fornire le masse di una quantità di denaro sufficiente a mantenere i consumi, meglio se attraverso l’indebitamento.

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