L’epidemia nelle opere di Domenico Gargiulo Napoli 1609-1675

Il paesaggio barocco durante la peste nel Regno di Napoli

di Giusy Calabrò

Nel corso dei secoli Napoli ha dovuto fronteggiare numerose epidemie. Come attesta il Cimitero delle Fontanelle (XVI secolo), nel Rione Sanità, che accoglie circa 40.000 resti di persone vittime della grande peste del 1656 e del colera del 1836.

Durante la peste del 1656, molti napoletani si rifugiarono sulle colline amene e verdeggianti del Vomero, allora isolato dalla città, dove vi erano ville nobiliari masserie. Sulla collina era situata anche la “Certosa di San Martino”, oggi “Museo Nazionale” e, infatti, fra i pochi superstiti dall’epidemia vi furono anche i monaci certosini che vi risiedevano.

La peste nera del 1656 giunse nella capitale del viceregno spagnolo tramite l’approdo di navi spagnole provenienti dalla Sardegna (quartier generale delle truppe) e si diffuse rapidamente. Propagatasi dai quartieri spagnoli assunse proporzioni spaventose, registrando circa 4000 vittime al giorno e riducendo la popolazione all’80%. Per sfuggire alla pestilenza che dilaniava il centro cittadino, il pittore partenopeo Domenico Gargiulo (detto Micco Spadaro, poiché figlio di un forgiatore di spade), raggiunse la Certosa di San Martino, situata sulla cima isolata del Vomero, come ospite dei frati.

Sopravvissuto, Spadaro ci ha tramandato in due suoi rilevanti dipinti testimonianze del tragico evento, divenendone il più grande cronista. Pittore barocco di ariose vedute e scene di strada dei quartieri più affollati di Napoli quali Porto, il Mercato o la Vicaria, nel Largo Mercatello durante la peste del 1656 si discosta dal filone religioso; piuttosto, preferisce trattare il tema della peste col naturalismo di Scipione Compagno e Claude Lorrain. Nello scenario cittadino ritrae crude immagini di strade e piazze gremite da corpi agitati ed esanimi con una teatralità vorticosa che contraddistingue la puttura barocca. Le figure esprimono un accentuato dinamismo come coagulate dal furore di un popolo che, nonostante appaia afflitto, sia mosso dal vano tentativo di liberarsi. I corpi sono ritratti in modo dettagliato e dal loro caotico assemblamento sprigionano un’energia spasmodica e una sensazione di agonia che sono sia teatrali, sia enfatiche.

Tuttavia Gargiulo, come il suo conterraneo caravaggista Salvator Rosa, rappresenta il paesaggio con originale realismo e ritrae lo scenario cittadino affollato da figure descritte minuziosamente con straordinario acume cronachistico, mentre lo stile e la composizione si avvicinano maggiormente alle incisioni di Jacques Callot.

Nel 1657, scampata l’epidemia, i frati decisero di commissionare al pittore una tela come ex-voto per rendere grazie a Dio della fine della pestilenza. Nel “Rendimento di grazie dopo la peste” la narrazione istantanea dell’evento con l’inserimento dell’intervento divino che irrompe drammaticamente in scena, è ambientata in un cortile porticato affacciato su una Napoli lacerata, ma ancora raggiante.  Con estremo naturalismo e fedeltà ritrattistica, Gargiulo raffigura i frati, il priore e il cardinale Ascanio Filomarino in preghiera, anche lui rifugiatosi al sicuro presso la splendida certosa di San Martino. Gli astanti inginocchiati rivolgono il loro sguardo verso la Vergine e San Bruno, santo titolare dell’ordine, intercedendo a loro volta presso Cristo. Gesù è raffigurato mentre depone la spada dell’ira ardente, mentre in primo piano a sinistra San Martino ostacola la macabra allegoria della Peste, vietandole di entrare nel monastero. L’allegoria della peste è rappresentata da una donna discinta con una frusta in mano. Sulla destra è raffigurato l’autoritratto di Micco che, in segno di devozione, ha la mano destra poggiata sul petto, mentre con la sinistra regge la tavolozza.

Fu proprio lo storico Rosario Villari a indicare il “sentimento drammatico della vita collettiva” come peculiare delle opere di Spadaro e tale prerogativa dell’artista emerge soprattutto in un’opera che rappresenta il riscatto umano dal tragico periodo epidemico. Capolavoro del Barocco partenopeo, il dipinto costituisce tra i massimi esempi della fusione tra naturalismo caravaggesco, pittura di storia e cronaca, vedutismo e pittura sacra: elementi che hanno reso unica l’arte del Seicento napoletano.

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