Navalny, una vita finanziata dagli USA per diffondere il nazismo in Russia

Un eroe nazista con mandato USA

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di Francesco Cappello

È morto in carcere Navalny, per i media mainstream un martire assassinato da Putin che sarebbe stato eliminato essendo “il più grande oppositore di Putin”. Un’affermazione del tutto infondata per non dire ridicola.

Il Fatto quotidiano del 17 febbraio

Una morte che avviene con un tempismo perfetto:
nel momento stesso in cui si cerca di legittimare l’ulteriore militarizzazione dei paesi europei della Nato esplicitamente diretta contro la Federazione Russa poiché bisogna prepararsi a pararne l’espansionismo. I russi sarebbero in procinto di invadere dopo l’Ucraina altri paesi europei;
dopo l’intervista di Carlson a Putin che ha riscosso un successo da esorcizzare;
alla vigilia dell’estradizione in USA di Julian Assange che il democratico Occidente ha condannato a morte reo di aver portato alla luce i crimini di guerra di USA, Ue e Nato nel mondo intero – vedi intervista al padre di Assange ove, tra l’altro egli denuncia il genocidio dei palestinesi a Gaza: “Non mi stancherò mai di ripeterlo: quella nei confronti di Julian è una persecuzione politica. Questi governi si sono macchiati in modo indelebile della persecuzione di Julian, come del genocidio in Medio Oriente che essi sostengono [vedi https://www.byoblu.com/2024/02/16/parla-il-padre-di-assange-mio-figlio-perseguito-politicamente/].

Hanno provato a far attecchire il neonazismo in Russia durante e dopo l’epoca Eltsin. Hanno investito senza successo nella sua diffusione. Con l’arrivo di Putin gli oligarchi sono stati eliminati o resi innocui. Navalny, si è venduto agli oligarchi occidentali.

Chi è Alexey Navalny [1]?

Come si legge nel suo profilo ufficiale, è stato formato all’università statunitense di Yale quale «fellow» (membro selezionato) del «Greenberg World Fellows Program», un programma creato nel 2002 per il quale vengono selezionati ogni anno su scala mondiale appena 16 persone con caratteristiche tali da farne dei «leader globali». Essi fanno parte di una rete di «leader impegnati globalmente per rendere il mondo un posto migliore», composta attualmente da 291 «fellows» di 87 paesi, l’uno in contatto con l’altro e tutti collegati al centro statunitense di Yale. Navalny è allo stesso tempo co-fondatore del movimento «Alternativa democratica», uno dei beneficiari della National Endowment for Democracy (Ned), potente «fondazione privata non-profit» statunitense che con fondi forniti anche dal Congresso finanzia, apertamente o sottobanco, migliaia di organizzazioni non-governative in oltre 90 paesi per «far avanzare la democrazia». La Ned, una delle succursali della Cia per le operazioni coperte, è stata ed è particolarmente attiva in Ucraina. Qui ha sostenuto (secondo quanto scrive) «la Rivoluzione di Maidan che ha abbattuto un governo corrotto che impediva la democrazia». Col risultato che, con il putsch di Piazza Maidan, è stato insediato a Kiev un governo ancora più corrotto, il cui carattere democratico è rappresentato dai neonazisti che vi occupano posizioni chiave. In Russia, dove sono state proibite le attività delle «organizzazioni non-governative indesiderabili», la Ned non ha per questo cessato la sua campagna contro il governo di Mosca, accusato di condurre una politica estera aggressiva per sottoporre alla sua sfera d’influenza tutti gli stati un tempo facenti parte dell’Urss. Accusa che serve da base alla strategia Usa/Nato contro la Russia. La tecnica, ormai consolidata, è quella delle «rivoluzioni arancioni»: far leva su casi veri o inventati di corruzione e su altre cause di malcontento per fomentare una ribellione anti-governativa, così da indebolire lo Stato dall’interno mentre dall’esterno cresce su di esso la pressione militare, politica ed economica. In tale quadro si inserisce l’attività di Alexey Navalny, specializzatosi a Yale quale avvocato difensore dei deboli di fronte ai soprusi dei potenti.

Un razzista che marciava al fianco dei neonazisti

Navalny, all’epoca di Eltsin, era protetto degli oligarchi che saccheggiarono il paese. Ha fondato un movimento politico nazionalista. Ecco ad esempio le sue dichiarazioni nel 2008 (vedi https://www.bbc.com/news/world-europe-15596400) nel contesto della Marcia Russa a Mosca, frequentata da ultranazionalisti, simboli neonazisti simili alla svastica e slogan razzisti che predicanti la pulizia etnica: “Abbiamo problemi con l’immigrazione clandestina, abbiamo il problema del Caucaso, abbiamo un problema di crimini etnici …” (…) “Il fatto che le nostre autorità fingano ipocritamente che tali problemi non esistano costringe le persone a parlarne per strada, nella marcia russa”.
Denuncia Nicolai Linin dal suo canale Telegram:
«Ha chiesto l’introduzione del visto per gli asiatici centrali, che secondo lui sono responsabili della maggior parte dei crimini commessi in Russia, e ha definito (https://archive.org/details/VideoAlexeiNavalnyComparesMuslimsToCockroaches) “scarafaggi” da sterminare i caucasici, cittadini russi a pieno titolo che vivono in terre che da secoli sono la Russia.
In questo articolo (https://www.spiegel.de/international/world/neo-nazis-on-the-march-in-moscow-we-russians-are-part-of-the-white-race-a-515380.html). Der Spiegel lascia intendere che i suprematisti bianchi che hanno marciato con Navalny siano semplicemente cittadini fuorviati che in realtà hanno ragione e condanna la loro repressione da parte di Putin».

Mentre Julian Assange viene condannato a morte nel silenzio più totale dei media Navalny è eletto a simbolo della “libertà”, e protettore dei “valori democratici”, caduto sotto la scure del brutale regime di Putin. Le prove? Non servono. Secondo l’evoluto diritto occidentale è sufficiente lautoevidenza…
«Non esiste ancora un esame forense, ma le conclusioni dell’Occidente sono già pronte» è il commento del portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova.

J. Biden: «Vladimir Putin è responsabile della morte di Navalny».

Sergio Mattarella:«La morte di Navalny riporta alla memoria i tempi più bui della storia. Il suo coraggio resterà di richiamo per tutti».

Giorgia Meloni:«Un’altra triste pagina che ammonisce la comunità internazionale».

Antonio Tajani: «Dopo anni di detenzione in un regime carcerario non proprio liberale la Russia perde una voce libera: siamo vicini alla famiglia. Adesso ci sarà una voce di libertà in meno»

Volodymyr Zelensky: «Navalny è stato ucciso e Putin dovrà rendere conto dei suoi crimini»

Olaf Scholz: «un terribile segno su cosa sia la Russia, che da tempo non è una democrazia, ma un regime».

Josep Borrell: «un uomo molto coraggioso, che ha dedicato la sua vita a salvare l’onore della Russia, dando speranza ai democratici e alla società civile».

Ursula von der Leyen: «Putin non teme altro che il dissenso del suo stesso popolo. Un triste promemoria di ciò che rappresentano Putin e il suo regime».

Che non esistino ragioni per cui la morte di Navalny possa minimamente avvantaggiare Vladimir Putin e che semmai sia vero esattamente il contrario, sembra non importare a nessuno.

[1] Manlio Dinucci, NAVALNY, UN DEMOCRATICO «MADE IN USA» il manifesto – 28 marzo 2017

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