Anno: 2019

Pesticidi e fertilità

di Laura Scalabrini

I frutti della terra sono malati, compromessi nella loro fisiologia, nella loro spinta vitale, irrimediabilmente manipolata fin nella profondità delle radici.
La tragica trasformazione dell’agricoltura porta, come conseguenza, la produzione di un cibo che provoca malattie agli uomini e agli animali, distrugge il suolo e contamina le acque superficiali e sotterranee.
Le multinazionali chimiche, ci dicono che pesticidi e additivi sono tutti identificati, controllati e certificati, che non dobbiamo preoccuparci. Le malattie in crescita vertiginosa a livello mondiale quali diabete, obesità, cancro anche nei bambini e l’infertilità in aumento nei giovani, dimostrano il contrario.
I pesticidi sono sostanze chimiche create per uccidere. Il loro residuo nel prodotto agricolo di cui ci cibiamo non è mai pari a zero. Ed è dalla loro sommatoria, non conteggiata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che nascono le malattie. I pesticidi non vengono metabolizzati dal nostro organismo; si fissano nel fegato, nei reni e nel sistema riproduttivo, provocando malattie non solo in chi è nato ma anche in chi ancora non lo è.
Esiste una ricerca, la prima nel mondo di questo tipo, per verificare l’infertilità nei giovani dai 18 ai 20 anni non fumatori, sani, che vivono in ambienti altamente inquinati come la Terra dei fuochi (NA), la Valle dell’Amaseno (FR) e Cattaro, in provincia di Brescia.
La conduce il dott. Luigi Montano Uroandrologo di Salerno, Presidente della Società Italiana di Riproduzione Umana.

  • “L’inquinamento è una delle cause che riduce la fertilità maschile, perché agisce sulla vitalità degli spermatozoi e sulla loro mobilità.” – afferma Luigi Montano.
    Da queste considerazioni è nato il Progetto Ecofoodfertility, finanziato dal Ministero della Salute.
    Dalle indagini ISPRA, risulta che nella Biosfera vengono immessi circa 4 /5 milioni di ton. di pesticidi per un giro d’affari che va oltre i 15 miliardi di euro. Solo in Italia se ne impiegano 175 mila ton/anno pari a circa 3Kg pro capite; vale a dire oltre il 30% di tutto il consumo europeo.
    Dal 1 gennaio 2014 è resa obbligatoria l’Agricoltura integrata su tutto il territorio nazionale, ai sensi del D.lgs 150 del 14 Agosto 2012 “USO SOSTENIBILE DEI FITOFARMACI”. La mancanza di controlli, permette l’utilizzo di questi fondi per l’acquisto “finanziato” di pesticidi.
    Tutto questo grazie ai Consorzi Agrari i quali vendono senza alcuna verifica delle prescrizioni e senza assistenza tecnica come d’obbligo per legge.
    Ma c’è di più: I sindaci responsabili, secondo il TU delle leggi sanitarie, della salute di TUTTI gli esseri viventi PRESENTI SUL LORO TERRITORIO, possono decidere di emettere un’ ordinanza volta a dichiarare il Comune BIOTERRITORIO, come previsto dal D.Lgs 150/2012.
    La sola emissione di tale ordinanza garantisce agli agricoltori un finanziamento pari al 30% . Oltre a ciò, coloro che decidono di passare dall’ agricoltura convenzionale a quella biologica, presentando la documentazione prevista, hanno titolo ad un altro 20% per i costi sostenuti, più un 30% per i mancati ricavi (la trasformazione può durare fino a tre anni). Infine, coloro che fanno innovazione tecnologica possono ottenere il rimborso del 100% .
    I comuni , grandi e piccoli nel nostro Paese, sono 8000; basterebbe che i Sindaci, tutti insieme o anche solo quelli sensibili, decidessero non solo di fare un loro partito, ma di tutelare la salute dei cittadini che li hanno eletti.

Attenzione verso l’ambiente, presenza e assenza dell’uomo e delle sue costruzioni.

di Antonella Grana

Dopo svariati viaggi e soggiorni nei territori dei Sibillini colpiti dal sisma, in particolare tra Umbria e Marche, tento di tirare un po’ le fila di quanto “sperimentato” in loco in relazione a territorio e cultura.
Per iniziare suddividerei in due sezioni diverse le voci territorio e cultura:

  • La cultura del territorio, dove per cultura del territorio mi riferisco all’attenzione verso l’ambiente
  • Territorio e cultura/storia, legato alla presenza/assenza dell’essere umano e delle sue costruzioni
    La cultura del territorio
    Ciò che mi ha colpito maggiormente dei Monti Sibillini sono i colori molto vividi, il paesaggio che si tinge di ocra verso la fine dell’estate facendolo somigliare alla California, la limpidezza del cielo. La cultura del territorio, il fatto di preservare un ambiente incontaminato credo sia il risultato di anni di lavoro dell’Ente Parco dei Sibillini. Vi sono luoghi particolari come, a esempio, il Lago di Pilato. Si tratta di un piccolo lago naturale, di origine glaciale, a forma di “occhiello” in cui vive un organismo unico al mondo chiamato “Chirocefalo dei Marchesoni”. È un piccolo crostaceo branchiopede di colore rosso che misura 9-12 millimetri e nuota col ventre rivolto verso l’alto.
    L’ecosistema del lago è molto delicato e la presenza dell’essere umano può essere estremamente dannosa. L’Ente Parco vigila costantemente, è proibito bagnarsi ed è necessario mantenere una distanza di almeno 5 metri dal bordo per evitare di calpestare le uova del chirocefalo deposte a riva, tra le rocce in secca.
    A onor del vero, a causa della mancanza di segnaletica lungo i sentieri dopo il sisma, poco più di un anno fa alcuni turisti stranieri erano arrivati fino al lago e vi si erano immersi,per fortuna senza conseguenze per il chirocefalo. I sentieri oggi sono ripristinati per più del 80% e praticabili per escursioni con vari livelli di difficoltà.
    Questi luoghi sono definiti spesso con l’aggettivo “incontaminati” e in effetti lo sono ma, paradossalmente,ciò che manca di più è proprio la presenza umana, fattore che si è acuito dopo il sisma. A volte si ha la sensazione che la specie in via di estinzione sia proprio l’essere umano. Probabilmente sarebbe necessario iniziare a raccontare il territorio con vocaboli e con “storie” nuove per attirare turisti consapevoli del rispetto con cui è necessario approcciare quel territorio a oggi ancora ferito.
    Come ho già avuto modo di scrivere ho un vocabolo che inizia proprio a starmi stretto, il vocabolo è magia. Se si chiede, a chiunque, perché una persona dovrebbe fare centinaia di chilometri per visitare i Sibillini, la risposta che si riceve è “perché sono luoghi magici”. Cosa si intenda per magia non è dato sapere, ci si riferisce soprattutto alla leggenda della Sibilla. Dalla Sibilla a una visione Sibillini-centrica, con una scarsa propensione a relazionarsi e a raccontarsi verso l’esterno, il passo è breve.
    Territorio e cultura
    Queste aree si distinguono per la presenza di chiese e borghi. Il culto cristiano si mescola con le storie pagane della Sibilla. I borghi sono generalmente molto piccoli, alcuni come Castelsantangelo sul Nera (MC) contavano prima del sisma poco meno di 200 abitanti che diventavano circa 3000 nel periodo estivo poiché vi era una buona presenza di B&B e molte famiglie possedevano seconde case. Dopo il sisma il turismo, per mancanza di strutture, si è praticamente azzerato, fatto salvo il turismo giornaliero che, per forza di cose, è un turismo prettamente locale. Molte persone temono i pernottamenti nelle strutture funzionanti. Noi ci siamo fermati più volte, in diverse strutture agibili, non ci sono stati problemi e sicuramente in alcune tornerò e in altre no, per un puro e semplice livello di servizio ricevuto. In qualche posto, sia ristoranti che alberghi, il terremoto è diventato un alibi per dare un servizio (e dei pasti) pessimo.
    Il numero di strutture storiche che si possono trovare, tra dimore, castelli e soprattutto chiese, è impressionante. Considerate che il solo paese di Castelsantangelo sul Nera, splendido con le sue mura a pianta triangolare, ne contava più di 20. In una delle sue frazioni, Vallinfante, a causa (in questo caso forse è grazie) del terremoto sono stati scoperti nella chiesa di Santa Maria degli affreschi databili all’inizio del XV sec. La chiesa ora è stata messa in sicurezza con tecniche innovative anche se purtroppo si trova in zona rossa e non è raggiungibile. L’essere umano sta rimanendo fuori dalla sua storia.
    La cultura del territorio e territorio/cultura/storia sembra facciano più fatica a coesistere dopo il sisma. La ricostruzione procede con difficoltà a causa dell’ampiezza dell’area colpita. Il grande patrimonio storico va preservato ma chi è più in sofferenza è l’essere umano che non riesce più a riappropriarsi dei propri luoghi. Le frizioni con l’Ente Parco che deve gestire, e va doverosamente ricordato, un territorio molto vasto, coperto da vincoli paesaggistici e che abbraccia le regioni Marche e Umbria, sono pressoché giornaliere. Il tasso di litigiosità e di esasperazione è altissimo. Il rischio dell’abbandono dei borghi più piccoli è dietro l’angolo.
    Per poter evitare tutto questo, l’economia del territorio va ripensata, a partire dall’interazione tra uomo e ambiente in un processo costruttivo e inclusivo delle varie istanze: quelle dei Comuni che devono evitare lo spopolamento, quelle dell’Ente Parco, Regioni, ma anche amministrazioni in genere, che devono portare avanti una visione di territorio che, ne ho la forte impressione, è mal comunicata, frammentaria, magari un po’ datata e per questo poco condivisa dalla popolazione.
    Si può ricominciare? Certamente sì. Il sisma che ha azzerato ciò che c’era prima può diventare un punto di forza per riscrivere la storia dei luoghi in processi che si integrano. Ecco allora che territorio, cultura, storia diventano anche economia e sviluppo. Sarà semplice? No, decisamente no. Ma strumenti decisionali, manageriali, tecnici, risorse economiche ci sono, basta volerli usare in “armonia”.

Prendere i popoli per la gola. L’attacco ai semi, pilastro della sovranità alimentare.

di Teodoro Margarita

Uno dei primi atti del governatore americano Paul Bremer quando l’Iraq venne completamente sconfitto, fu quello di non permettere più, con apposita ordinanza, ai contadini della Mesopotamia di riseminare i propri semi come erano usi fare da circa ventimila anni. E come, l’agricoltura, a detta di autorevoli studiosi, avrebbe preso le mosse iniziali proprio là, nella mezzaluna fertile tra il Tigri e l’Eufrate, stiamo parlando ancora prima della civiltà babilonese e le sue meravigliose ziqqurat, i giardini pensili splendore del mondo, avrebbero imparato a fare, via via gli esseri umani nel resto del mondo. Questa ordinanza, sotto le presunte vesti di una igienicità nella riproduzione delle sementi, non garantita, a detta degli Americani, dalla maniera tradizionale.
Paul Bremer ha semplicemente spalancato le porte alle multinazionali dell’agroindustria, Monsanto, Cargill, DuPont e tutte le altre hanno fatto il loro ingresso nel paese facendo tabula rasa di ogni sovranità alimentare locale ed uccidendo, ipso facto, la plurimillenaria biodiversità locale.
Stando a Nikolai Vavilov, il più grande genetista al mondo, pioniere nella ricerca in materia, è stato proprio quello l’areale di infinite varietà di riso, di grano, di frutta, e solamente di datteri, prima della conquista americana ve n’erano almeno duemila varietà differenti.
Non solamente per il petrolio, gli Usa hanno abbattuto Saddam Hussein, per quello e per il controllo dell’acqua, risorsa strategica in un Medio Oriente sempre più assetato, ci sono andati per distruggere un vivaio naturale di biodiversità ed espandere l’influenza e creare il mercato alle proprie corporation. Una nostra amica giornalista, per ragioni di opportunità la chiameremo “Angela Rossi”, dimorante in Kurdistan, ci ha raccontato che solamente da pochi anni il locale governo sta incentivando le coltivazioni locali, ovvero la ripresa di una agricoltura interna e non più dipendente totalmente dalle importazioni. Quello che guadagnavano con la vendita del petrolio era tutto speso per acquistare derrate alimentari, aver puntato sulla monocultura del petrolio è stato funesto e si sta correndo ai ripari. Il controllo totale sulle sementi, l’eradicazione di ogni agricoltura locale è solamente l’ultimo campo dell’estensione del controllo totale sui popoli.
Sapendo che Bayer acquistando Monsanto ha determinato l’operazione finanziaria più onerosa della storia facendo impallidire tutte le precedenti acquisizioni nel campo automobilistico, aeronautico, informatico o delle comunicazioni, 60 miliardi di dollari, la cifra che supera il Pil di nazioni di medio impatto sull’economia mondiale.
Ecco di cosa stiamo parlando. Stiamo vedendo all’opera, nel concreto di questi anni, il delinearsi incontrastato di poteri che degli stati si servono e li piegano, indifferenti ad ogni colore politico, negli Usa, per esempio, sia Democratici che Repubblicani vengono regolarmente finanziati, il tutto è secondo le leggi documentato alla luce del sole, a colpi di centinaia di migliaia di dollari, anche Barack Obama, non differente in questo dagli altri presidenti, pagò il suo debito alla Monsanto, abolendo, con il famoso tristemente “Monsanto Act”, sua decisione, l’obbligo di indicare, per il consumatore americano, la presenza di prodotti derivati da OGM, nei generi alimentari in vendita.
La sovranità alimentare resta una chimera. L’Europa, pur con divisioni interne, tenta di resistere,
i trattati come il defunto Tip o quelli che bypassano le legislazioni statali come il Ceta, oltre a massacrare i servizi sociali, demolire la scuola pubblica, hanno nel mirino l’agricoltura e nella fattispecie il pilastro di essa, le sementi libere.
La resistenza? Una resistenza esiste. Vi sono reti nazionali ed europee e transnazionali come in Italia la Rete Semi Rurali a sua volta federata con reti similari in Francia, Réseau des semences paysannes, nei paesi di lingua tedesca Arche Noah, reti nazionali di seedsavers, salvatori di semi, tutte, connesse strettamente, aventi come obiettivo quello e piano piano vi si sta riuscendo, di abolire i vincoli alla libera circolazione delle sementi contadine riconoscendole come fattore primigenio di sovranità alimentare ed identità del cibo, bloccare le importazioni delle sementi Ogm e dei prodotti lavorati a partire da quelli, stabilire disciplinari rigorosi delle tipicità alimentari impedendo le truffe nello stile del “parmesan” prodotto dappertutto tranne che nella nostra pianura padana. Una battaglia lunga ed articolata, interessa i consumatori ed i cittadini desiderosi di vedere il proprio stato non dipendente da volontà transnazionali ma dalla libera e democratica scelta popolare. Il buon seme si salva stando insieme e con esso la sovranità alimentare, principio cardine di qualunque altra idea di autodeterminazione e di libertà.

AUTONOMIA DELLE REGIONI DEL NORD (e Stati Uniti d’Europa)

di Guido Grossi

Lo sai? Te lo raccontano i telegiornali che il ministro degli Affari Regionali e delle Autonomie sta elaborando in un testo “top secret” una profonda Riforma delle autonomie regionali, ma pensata solo per tre regioni del nord: Emilia, Veneto e Lombardia?
Così leggo sul Fatto Quotidiano: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/02/07/autonomia-si-ma-solo-per-i-ricchi/4954614/?fbclid=IwAR0S9L1HHw5rW0ARpNLyQXdhdPmK1Dt3RJ6dqpR6yD-fJmfSWa-Lh4dFbg0
Facciamo mente locale: guarda che già Trentino, Valle d’Aosta e Friuli hanno i loro statuti speciali. Si profila dunque un Nord Italia “diverso”, tentato dal rinchiudersi in sé stesso, meno solidale che mai.
Certo, se “leggi” il mondo attraverso lo squallore della contabilità, e ti capita di confondere il fine ultimo della vita con l’accumulazione di ricchezze materiali, la tentazione si spiega. Forse, però, sull’altare del dio denaro si finisce per sacrificare qualcosa di più prezioso, come le origini antiche, la cultura, la storia, la lingua, le tradizioni, la solidarietà ed un sentire comune che ha avuto nella Costituzione della Repubblica italiana il punto più alto di condivisione, ed ora rischia di dissolversi, per sempre, prima ancora di essere portato a compimento.
Quel disegno costituzionale è fatto, nella sua essenza, di una comunità repubblicana che avverte inderogabili doveri di solidarietà verso tutti i suoi membri, e di un lavoro dignitoso e ben remunerato per tutti, che sia contemporaneamente strumento di piena realizzazione della persona umana e modo per contribuire alla crescita materiale e spirituale della nazione. Che riconosce la proprietà privata e la libertà di iniziativa economica, ma le subordina all’utilità sociale.
È un modello consapevole dei bisogni non solo materiali degli esseri umani, che vivono di relazioni sane ed equilibrate.
In tal senso, mina alla radice gli interessi del capitalismo globale, e perfino quelli che erano a suo tempo gli interessi del comunismo reale.
Forse è per questo che sin dall’inizio, la sua attuazione è stata ostacolata da forze più o meno occulte che hanno infestato le Istituzioni italiane.
Sicuramente ha influito la circostanza che, quando è stata promulgata la Costituzione, gran parte degli italiani non sapevano né leggere e né scrivere. Sarebbe stato necessario un grande sforzo per spiegare il contenuto, il significato ed il valore di quel modello sociale; sforzo, purtroppo, appena accennato, ed oggi completamente abbandonato.
Ma, attenzione: finché vive, la Costituzione della Repubblica italiana rappresenta una minaccia mortale per il pensiero – ormai unico – del capitalismo globale.
Teniamo a mente la circostanza, importantissima, che la Costituzione è sempre una legge fondamentale (che fa da fondamenta a tutto il diritto), dalla quale discende la legittimità di qualsiasi altra legge ordinaria, e perfino di qualsiasi Trattato internazionale.
Nessuna norma è legittima, se contrasta con la Costituzione.
Purtroppo, questi principi non sono stati spiegati all’immaginario collettivo: non si insegna il “diritto” nelle scuole! Così finisce che il popolo, che è sovrano ma non sa di esserlo, è rassegnato a sottostare ai potenti che pretendono il rispetto di leggi, norme e regolamenti, che con la Costituzione fanno letteralmente a cazzotti, e pertanto non dovrebbero neppure esistere.
Osserva questa informazione alla luce del fatto che le moderne democrazie liberali di tutto il mondo, a partire dagli Stati Uniti d’America, si vantano un po’ ipocritamente di essere fondate sulla “rule of law”: sul rispetto della legge.
Il malinteso, è che i furbi pensano ed usano una qualunque legge. Il rispetto della “legalità formale” finisce così per essere la pretesa di rispetto di leggi scritte in maniera illeggibile dai potenti per i potenti, imposte un po’ attraverso la confusione interpretativa, che fa prevalere il potere organizzato, e quando serve attraverso la “violenza di stato”, con l’uso e l’abuso delle forze dell’ordine.
Tutto ciò viene accettato come “normale” e perfino “giusto”, nel mondo controllato dalle élite, quello che “appare”: quello dei giornali, delle TV, delle riunioni istituzionali e degli incontri mondani.
Allora capisci perché i difensori del capitalismo globale hanno bisogno di farla sparire, la nostra Costituzione italiana. E capisci anche l’accanimento a fabbricare leggi elettorali che impediscano al popolo sovrano di scegliersi liberamente i propri rappresentanti per accedere alle Istituzioni repubblicane, perché un partito che sia realmente espressione della volontà popolare, farebbe tabula rasa di queste ipocrisie, e riprenderebbe saldamente in mano quel progetto da attuare.
Torniamo ora alle Regioni del Nord, e domandiamoci: che strano mondo è questo che da una parte vuole disgregare lo Stato Nazione verso il basso, passando il potere alle Regioni (ma solo ad alcune), e dall’altro lo vuole sciogliere verso l’alto, concependo gli Stati Uniti d’Europa? Perché lo hai capito, sì, che le élite di tutto il mondo stanno lavorando alacremente, ma dietro le quinte, per preparare il terreno agli Stati Uniti d’Europa?
Guarda: sembra una contraddizione, ma la realtà potrebbe essere un filino più cinica: il disegno “Regioni autonome + Stati Uniti” potrebbe essere un disegno unitario, ed avere il principale obiettivo di declassare o addirittura far sparire le Costituzioni repubblicane.
Dentro gli Stati Uniti d’Europa, infatti, le Regioni (o le macroregioni, di cui “l’Italia del Nord” sarebbe certamente una delle espressioni) avrebbero una forte autonomia normativa ed amministrativa, così come oggi avviene negli Usa per gli stati federati.
Naturalmente, verrebbe esclusa da questa autonomia il controllo della moneta, affidato ad una banca centrale fortemente “autonoma” dalle tentazioni della politica. Così come sarebbe escluso il controllo delle principali forze militari e di sicurezza: il diritto di esercitare la “violenza legale”, resta fortemente accentrato.
Ecco dunque il probabile senso di quella autonomia: libertà, ma solo di fare commerci. Libertà, di accumulare ricchezze materiali. Protetti dalle forze di sicurezza federali, europee. Mai e poi mai, invece, verrebbe concessa la libertà di manovrare democraticamente i veri strumenti di controllo sociale: forze dell’ordine, e moneta.
Sarò strano io, ma a me quello appare il trionfo di uno squallido egoismo affaristico, dove “fare business”, SENZA IL FASTIDIO DI UNO STATO SOCIALE, diventa l’unica “licenza” (mi viene troppo difficile chiamarla libertà).
Si perfezionerebbe così il sogno perverso delle élite aristocratiche di tutto il mondo, di distruggere il modello costituzionale italiano; di seppellirlo nell’oblio della storia.
Un triste baratto, alla fine, fra élite sopra nazionali ed élite locali: io ti garantisco che puoi continuare a commerciare liberamente, inseguendo l’illusione della ricchezza, tu mi lasci in mano il potere vero, con il quale viene tenuto a freno il “fastidio della democrazia”.
Altro aspetto – importantissimo – di cui non si rendono conto i piccoli e medi imprenditori del nord Italia, ossatura delle élite locali fortemente tentata dall’idea di diventare “una delle regioni più ricche d’Europa, è che il contesto altamente competitivo è pensato e organizzato su regole concepite per sfiancare, alla distanza, la piccola dimensione, favorendo un processo lento ma inarrestabile di concentrazione verso l’altro. Sono “prede designate” di un grande capitale sopra nazionale che non ha fretta.
Mi domando se i nostri ricchi concittadini delle regioni del nord (élite locali) siano consapevoli dei rischi insiti in questa sostanziale cessione definitiva di sovranità, mascherata da autonomia. E non finiscano piuttosto per essere pedine di un gioco, abilmente manovrato dall’alto.
Attenzione, comunque: anche nelle “ricche regioni”, ovunque nel mondo, i poveri saranno tanti di più, quanto più spinta sarà la libertà di circolazione di capitali e merci. Questa è una regola universale, che andrebbe scolpita nella roccia, e che le fasce meno protette della popolazione del nord Italia dovrebbe attentamente considerare. Nei processi di concentrazione aziendale, sono sempre i lavoratori che scivolano verso la povertà.
Come difenderci, allora.
Ora, ragioniamo: l’Autonomia è una cosa serissima, su questo non ci deve essere dubbio. Ma va capita, definita nella sua essenza, e portata al giusto livello. Innanzitutto, va portata il più vicino possibile al Popolo Sovrano, se vogliamo rimanere nell’ambito definito dalla Costituzione di democrazia e di sovranità popolare.
Le Istituzioni regionali, con i loro uffici, assessori e dirigenti, sono a portata di mano delle lobbies economiche del territorio regionale (e soprattutto di quelle sopra nazionali), ma restano lontanissime dai cittadini: praticamente irraggiungibili, se non ai più testardi, organizzati e determinati.
L’Autonomia va data piuttosto ai Comuni, che sono senz’altro più vicini e accessibili tanto ai singoli cittadini, quanto alle loro aggregazioni politiche e sociali.
Le Regioni non servono, e vanno eliminate, perché rappresentano una inutile tentazione: un livello amministrativo in grado di minacciare gravemente l’unità statale (come stanno facendo) senza arrivare a portata di sovranità popolare.
Certo, a volte sono troppo piccoli, i Comuni, e allora vanno incentivate forme di integrazione, aggregazione e collaborazione, ma sempre per libera scelta, mai per imposizioni calate dall’alto. E le aree metropolitane, certamente poco “accessibili” ai cittadini, devono concedere una reale autonomia, anche finanziaria, ai Municipi.
Poche leggi quadro a livello statale, chiare e comprensibili da tutti, che garantiscano livelli standard minimi per tutti, e più autonomia possibile ai Comuni, compresa quella di gestire le risorse, di definire i “Beni Comuni” locali, e di controllare l’economia locale e perfino la finanza, inclusa la possibilità – disciplinata per legge statale – di emettere una moneta locale, che favorisca l’economia circolare nel territorio.
Perché una cosa va detta da subito, aspettando il giorno in cui anche i sassi avranno capito che il commercio fra territori deve tendere al pareggio, se amiamo la pace: facciamola finita con questa idea pelosa della finta solidarietà fatta di trasferimenti di soldi, con la quale gli sfruttatori si lavano la coscienza!

Quei trasferimenti (dai ricchi ai poveri) sono il segno ipocrita che garantisce l’equilibrio dello sfruttamento. Pensare di compensare con i trasferimenti di vile denaro le follie del modello mercantilista, che antepone i diritti dei capitali e delle merci di accumulare sbilanci, alla dignità degli esseri umani, è un’offesa intollerabile.
Decidiamoci a rimettere noi esseri umani, divini e sovrani, nel posto che ci spetta ed è immensamente al di sopra di quello che oggi riserviamo follemente ai capitali ed alle merci, se la pace ci sta a cuore.
Garantiamo a tutti l’accesso alle informazioni rese libere dal controllo del potere economico, e garantiamo l’accesso popolare diretto alle istituzioni dove si prendono le decisioni che ci riguardano, modificando strutturalmente sia le leggi elettorali, sia gli strumenti della partecipazione diretta.
Proteggiamoci dai prepotenti, garantendo la legalità nei territori con una la forza pubblica resa democratica e popolare.
Prendiamoci la responsabilità di gestione dell’economia del territorio, inclusa l’autonomia monetaria.
E il mondo cambia. Si rivoluziona. Torna ad essere a dimensione umana (che è sempre divina, e sovrana).
A quel punto, resta da domandarci: a cosa altro possono servire, gli Stati Uniti d’Europa?
Siamo proprio sicuri che per trovare forme di collaborazione pacifica, alle quali tutti noi sicuramente aspiriamo, dobbiamo costruire Istituzioni Politiche, grandi e lontane, di qualsiasi forma?
Quanto più il potere di decisione è lontano dai popoli sovrani, tanto più è vicino ed accessibile solo ed esclusivamente ai rappresentanti del grande capitale sopra nazionale, che della democrazia, non sanno cosa farsene.
Gli Stati Uniti d’Europa, sono a dimensione di multinazionale, non di popoli sovrani. Esattamente come lo sono, già oggi, gli Stati Uniti d’America.
Pensaci, seriamente: per collaborare, servono piuttosto luoghi di incontro, dove si dialoga, dove si espongono i punti di vista e si confrontano le esperienze. Luoghi di consultazione, di elaborazione di pensiero e di proposte e, eventualmente, di programmazione comune.
Più Relazioni fra i popoli, e meno Istituzioni per le élite, e viviamo tutti meglio, ed in pace.

Cum grano salis

di Guido Grossi

Vignetta di Marco Fusi

Sono almeno quarant’anni che ci siamo distratti dalla gestione della cosa pubblica, (noi italiani, ma non solo), apertamente invitati ad “andare al mare” ed a “lasciar fare ai mercati”. Dopo la caduta del muro di Berlino, poi, “ce lo ha chiesto l’Europa”. Salivano le borse, il credito arrivava facile, aprivano sfavillanti supermercati a propinarci, con prezzi accessibili, i nuovi gadget tecnologici e meraviglie da tutto il mondo. Le televisioni private, mentre ci ammaliavano con la pubblicità di prodotti a portata di portafoglio, ci facevano eccitare abbattendo, assieme al senso del pudore ed al rispetto per la verità, vari tabù moralistici (spogliando le donne in TV). In quel tempo, tutti potevano andare in vacanza all’estero, più o meno comodamente. E chi non poteva ancora permetterselo, mentre sfogliava il National Geografic, si impegnava a diventare “più competitivo”, per meritarsi quel premio. La meritocrazia, il bello della competizione, il bello della diretta, ci venivano raccontati un po’ dal “Grande Fratello”, un po’ dai talk show: quel tipo di trasmissione televisiva dentro la quale la politica diventa, letteralmente: “rappresentazione (show) della chiacchiera (talk)”. Fra uno scandalo e l’altro, da “mani pulite” alle leggi “ad personam” fatte per mettere a tacere i problemi giudiziari di vari personaggi politici, abbiamo perso il senso dello Stato, il rispetto per la “res pubblica” (la cosa di tutti noi) e della legalità. Quest’ultimo, affogato nelle leggi illeggibili, che nessuno è più in grado di individuare e capire, e sempre più lontane dal disegno della nostra Costituzione (fate un esperimento di persona per verificare, che aiuta a capire e a ricordare: sparate un numero a caso da 1 a 200 (xxx), poi un altro da 1 a 18 (yy), e poi cercate su internet la legge, o il decreto, o il regolamento, che risulta dalla combinazione di quei numeri: xxx/yy, e ci raccontate cosa avete capito. Fatelo, vi prego).
Negli ultimi due anni, per varie ragioni, l’interesse verso la politica si sta risvegliando. Anche perché è diventato evidente, a tutti, che la politica, i mercati e l’Europa, entrano prepotentemente a sconvolgere le nostre vite, molto di più di quanto non avremmo mai potuto immaginare, e lo fa, direi, in senso sorprendentemente negativo per tutti (salvo rarissime eccezioni, che si sono arricchite eccessivamente, e meriterebbero uno studio approfondito).
Il processo di risveglio collettivo sembra procedere più per lo stimolo di vari “stregoni del web”, che per un sano invito alla riflessione da parte del mondo accademico o di quei giornali e TV che sono un po’ troppo appiattiti sugli interessi della pubblicità che gli dà da mangiare, per poter essere sinceri. La pubblicità (e chi la paga), lo sappiamo, è ben contenta di lasciare le cose come stanno, dato che il messaggio pubblicitario è tanto più efficace, quanto più mirato ad un cervello della maturità di circa tredici anni.
Il mondo s’è fatto complicato, nel frattempo, e abbiamo l’illusione di non capirci più nulla: globalizzazione, trattati internazionali che qualcuno vorrebbe mettere al posto della Costituzione, organismi sopra nazionali privati che giudicano la politica e ne impediscono lo svolgimento, interessi geopolitici ed economici che scatenano improbabili “guerre di pace”, e maree di persone che scappano da casa per finire in avventure da incubo. L’intreccio fra mercati e politica, su tutti i piani, rende oggettivamente complicato capire come fare a fare l’unica cosa che va fatta: tornare, tutti, a occuparsi in prima persona della gestione della cosa pubblica: tutti, per sforzarsi di capire, molti, per proporre e per fare. Ma insieme.
Una cosa è certa, e chiunque la può riconoscere senza difficoltà, semplicemente guardandosi intorno: i mercati, i professori, i tecnici, assecondati dai vari “salvatori della patria” che li hanno osannati, e salvatori non erano, insomma, tutti quelli da cui ci siamo lasciati guidare in questi decenni, hanno fatto il loro tempo: hanno, oggettivamente, fallito.
È tempo di responsabilità condivise.
Questo, d’altronde, è il senso vero della democrazia, fatta di “cultura della cosa pubblica”, e di partecipazione diffusa. Attenzione: la partecipazione attiva del popolo al processo di comprensione dei problemi e di elaborazione della proposta politica, vale di più di mille meravigliosi articoli di Costituzione! Abbiamo la più bella del mondo, infatti, ma, siccome ci siamo distratti, e abbiamo smesso di partecipare, dimenticandoci di mettere tutto il nostro impegno personale, per attuarla, stiamo rischiando di perderla. Negli anni sessanta e settanta tutti si interessavano di politica e, al di là dei diversi schieramenti, e degli schiaffi che volavano, tutti avevano a cuore il bene della comunità, e rispettavano le opinioni degli “avversari politici”! Andremo avanti.
Allora, con pazienza, in questa rubrica dal titolo “Le cose da fare, cum grano salis”, ci ripromettiamo di affrontare un tema ogni mese, da capire e approfondire.
Proponiamo uno studio dei problemi “politici”, affrontato con il linguaggio più semplice possibile, alla portata di tutti, e delle possibili soluzioni. Non salveremo il mondo, con le nostre proposte. Ma non è affatto escluso che la riflessione comune, lanciata in uno spazio materiale e virtuale esteso, dove oggi le idee non solo viaggiano velocemente, ma si arricchiscono della elaborazione di tantissime teste pensanti, connesse, che vedono le cose da punti di vista diversi, alla luce di esperienze diverse, possano stimolare una nuova coscienza collettiva, in grado di individuare soluzioni che rispondono, guarda un po’, agli interessi diffusi, anziché agli interessi del gruppo ristretto di specialisti che, in questi decenni, ha governato il mondo arricchendosi sulle spalle degli altri.
Quando parlo di “nostre proposte”, non sto usando un plurale maiestatis. Penso invece allo spazio online di “Sovranità Popolare” nel quale, dal giorno dopo in cui è stampata la rivista cartacea, tutti sono invitati ad interagire e collaborare, per rendere sia l’analisi che le proposte sempre migliori, più ragionate, più solide, più adatte ai bisogni di tutti. È una sfida importante, che punta molto sulla crescente maturità che il dialogo su internet sta dimostrando in questi ultimi mesi, dove attacchi personali e polemiche sterili – che pure persistono – stentano ad alimentare la polemica, che è sempre inutile, e lasciano sempre più spazio all’ascolto, ed alla ricerca seria di soluzioni ragionevoli, buone per tutti. Nessuno ha tutta la verità. Ognuno di noi ne ha un pezzetto. E non solo questa rubrica, ma tutto il progetto editoriale è dedicato al dialogo costruttivo, quello che ci consente di mettere insieme i vari pezzetti, alla ricerca di una verità comune e più grande. Al dialogo, all’ascolto, alla collaborazione, ci possiamo educare.
Possiamo farlo liberamente, senza conflitti di interessi, perché non “dipendiamo” da nessuno, tranne che dal popolo dei lettori editori, che sceglie, con responsabilità, di partecipare. Per diventare, finalmente, sovrano.
Non esiste bacchetta magica per trovare soluzioni (ancora). Poi un giorno l’Umanità scoprirà di avere poteri divini.
Nel frattempo, procediamo con ordine: prima si eliminano gli ostacoli sul cammino, che impediscono perfino di pensare e proporre; poi cominciamo a domandarci: “ma cos’è che ci rende felici?”; poi studieremo, tutti insieme, cosa fare in concreto per incamminarci sulla strada per la felicità. I tempi, sono maturi.
Nel prossimo numero parleremo di banche, domandandoci: “a cosa serve una banca messa al servizio della comunità, e perché una banca privata non è adatta a raggiungere certi scopi”. Ci confronteremo con i paesi esteri, dentro l’Unione europea, che mentre ci invitano a privatizzare quello che resta della nostra finanza, custodiscono gelosamente importanti soggetti bancari pubblici, che fanno letteralmente la differenza, nelle strategie di politica economica, rispetto a noi che, in Italia, quelle politiche le abbiamo delegate interamente ai mercati privati, ed ai loro entusiasti sostenitori.

Moneta parallela, diritto sovrano

di Nicoletta Forcheri

Una moneta parallela non denominata in euro, chiamata “buono”, emessa da Tesoro ed enti pubblici, oppure da CDP, dalle Poste – che già emettono i « valori bollati » – o da banche cooperative pubbliche, non a corso legale ma facoltativa, emessa seguendo determinati criteri precisi che rientrino nell’ambito degli aiuti sociali e/o di emergenze d’integrità territoriale, che serva come strumento di pagamento, oltre che di beni e servizi per: la sanità, le multe, il canone, i servizi dello Stato e o dei Comuni laddove ci sia ancora un servizio pubblico e altre tasse che non siano nel circuito per il pagamento del debito pubblico.
Distribuita agli indigenti, per integrare il reddito pro capite fino a 1050 euro al mese – come del resto è previsto (l’esborso ma non la disponibilità!) sul nostro territorio per i candidati all’asilo secondo le Convenzioni internazionali e il rispetto dei diritti dell’uomo che prevedono il vitto, l’alloggio e la sanità per tutti, e conformemente ai principi enunciati dalla Costituzione (artt. 2, 3, 32, 42) che prevedono pari dignità per tutti, uguali davanti alla legge.
Distribuita per le opere pubbliche di messa in sicurezza e di ricostruzione post-terremoti, e le altre calamità, che sono emergenza nazionale, che rientrano nell’integrità territoriale e nella sicurezza nazionale di ogni singolo Stato, contemplate dai Trattati UE per i casi di calamità naturale in cui il trattato UE prevede la solidarietà degli altri Stati membri e il rispetto delle funzioni essenziali dello Stato (mantenimento dell’ordine pubblico, salvaguardia dell’integrità territoriale, tutela della sicurezza nazionale), contabilizzata come diciamo noi (cfr. Moneta far-falla, N. Forcheri).
Ebbene a moneta siffatta, non chiamata moneta ma “buono di acquisto”, NESSUNO IN EUROPA CI POTRA’ DIRE NIENTE.
Tale buono di acquisto naturalmente potrà essere digitalmente creato dal “nulla”, come quello delle banche; oppure su carta, come i biglietti di Stato, o meglio su carta di pagamento, ma sarà sempre calibrato a determinati scopi, esattamente come i buoni di acquisto dei supermercati calibrati su una percentuale dei loro prodotti in vendita, basta che sin dall’inizio nella contabilità si veda che tali buoni, prima dell’emissione:
siano di proprietà dei cittadini (quindi nella colonna dell’Avere dello stato patrimoniale dell’ente emittente, nella forma di debito nei confronti dei cittadini a cui sono destinati); siano non titolo non debito, quindi valori di cassa (res patrimoniali fungibili), quindi nella colonna del Dare dello stato patrimoniale alla voce 10 « Cassa e disponibilità liquide » e spesi successivamente in aiuto agli indigenti (per integrare il reddito di tutti a 1050 euro al mese), ricostruzione post-terremoto (messa in sicurezza, ricostruzione e costruzione case) e per tutte le emergenze del paese: scuola, sanità, PMI ecc.
A chi dichiara che le due misure essenziali da effettuare siano la separazione tra banche d’affari e commerciali, nazionalizzazione di Banca d’Italia rispondo che non sono le due uniche misure per uscire dallo stallo economico, benché essenziali, poiché secondo la mia opinione, e come indicato persino da KPMG Islanda in Money Issuance di Settembre 2016, la misura fondamentale è la separazione tra funzione monetaria e funzione creditizia. Peccato però che la soluzione proposta da KPMG lasci del tutto impregiudicato l’impianto truffaldino del sistema monetario mondiale che attraverso una contabilità non fedele alla realtà non farebbe altro che trasferire il potere monetario intatto alle BC e a chi le controlla.
La vera soluzione per uscire dal DEBITO plurisecolare che attanaglia l’umanità e dal marasma economico attuale che ci porta alla guerra è separare la funzione monetaria – pubblica – dalla la funzione creditizia, nella contabilità, definendo la moneta “cassa” – cash e non cambiale – IOU- , e segnarla come proprietà dei cittadini, all’emissione, e del portatore, nella fattispecie. Ciò presuppone le seguenti cose:

  1. la separazione contabile dell’atto di creazione monetaria dall’atto creditizio o di altra transazione, segnando nella cassa la moneta creata e come flusso di cassa in entrata nel rendiconto finanziario, proveniente dai cittadini, creatori del valore monetario. Ogni essere umano con la sua vita è colui a partire dal quale nasce il valore, e verso il quale va questo valore d’uso monetario, in quanto ne è il legittimo fruitore e dovrebbe essere il titolare del diritto di proprietà patrimoniale che esso comporta, per convenzione;
  2. la segregazione dei depositi dal bilancio bancario, non più segnati al passivo dello stato patrimoniale della banca, ma facendoli fuoriuscire VERAMENTE dalla cassa, segnati come le cassette di sicurezza fuori dal bilancio della banca e all’attivo di cassa del cliente. Ciò eviterebbe l’attuazione dell’articolo 1834 del codice civile che attribuisce la proprietà dei depositi alla banca.
    Ho spiegato tutto questo nella mia relazione Far-falla, mentre sopra ho indicato come, appunto per uscire dalla morsa della finanza, tale moneta parallela sia più auspicabile denominarla in unità immaginaria che non in euro, rendendola accettabile per quegli introiti fiscali e quei servizi IN HOUSE, ancora in mano a e gestiti dagli enti pubblici e segnando tale moneta, come non titolo e come dovuta ai cittadini, senza alcuna perdita né guadagno per l’ente pubblico se non l’aiuto ai suoi cittadini.
    Tale moneta, FACOLTATIVA, si chiamerebbe BUONO sulla falsariga della normativa che consente ai supermercati di emettere assegni di acquisto dei loro prodotti (da approfondire), ma sarebbe non in euro – sia pur con un valore iniziale 1 a 1 all’emissione – alla stregua della normativa inesistente sulle monete private bitcoin e criptovalute.
    Non sarebbe coperta da euro né sarebbe convertibile in euro. Un giro diverso e SEPARATO, dalla cattiva moneta euro. Sarebbe denominata in una moneta immaginaria di esclusiva proprietà del paese Italia, del suo popolo e del suo Tesoro/cassa delegato dai cittadini sovrani ad emetterla. Ciò consentirebbe di creare un GIRO alternativo alla moneta euro, senza apparentemente intaccare il GIRO EURO, e non offrirebbe alcuna sponda, o meno sponde, per gli appigli della speculazione finanziaria.
    Del resto approvo la moneta fiscale di Stefano Sylos Labini e di Marco Cattaneo, Massimo Costa e Biagio Bossone, sconto fiscale in euro, che nel sistema attuale, nell’attuale paradigma, rimane il migliore progetto in circolazione, ma la nostra analisi del sistema monetario attuale, ci porta in realtà a dovere immettere nel dibattito intellettuale e politico il virus del cambio di paradigma, da moneta-liability (passività) a moneta “res” diritto reale di proprietà – conformemente alla concezione implicita nel Codice civile, derivante dal diritto romano. O moneta cassa.
    Se fossimo davvero sovrani o se pensassimo di contare qualcosa nei consessi geopolitici, beh non avremmo neanche accettato le IAS – le norme contabili internazionali che ci sono da qualche anno imposte senza alcun dibattito parlamentare – in quanto incompatibili con il concetto di moneta del Codice Civile.
    Non siamo noi ad avere inventato la carta moneta, la banconota-e la partita doppia? Cosa aspettiamo per ritirare fuori i nostri geni?

Tutta colpa del colonialismo?

di Ilaria Bifarini

E’ stato stimato che, dalla metà degli anni Novanta, circa sessanta paesi in via di sviluppo siano diventati più poveri in termini di reddito pro-capite rispetto a quindici anni prima e in alcuni casi a venticinque anni prima. Il continente africano annovera i paesi con i più alti livelli di disuguaglianza al mondo, in cui il divario tra la popolazione che vive in uno stato di miseria e una ristretta fascia d’élite dedita al lusso è abissale. Il settore dell’agricoltura, da cui dipendono le condizioni di vita delle fasce più deboli, mostra continui segnali di degrado, dovuti anche a un uso spregiudicato delle terre da parte degli investitori stranieri.
E’ la famosa “maledizione” della ricchezza di risorse, che sembra condannare il Continente Nero a un eterno stato di miseria, o è il prodotto, nonché la colonna portante, del modello di sfruttamento economico globale?
Le multinazionali europee e statunitensi, subito dopo la concessione dell’indipendenza ai paesi africani dagli ex imperi coloniali, si sono stabilite nel continente per fare profitti sostenendo il progetto neocolonialista che, con il tempo, si è rivelato disastroso. Gli effetti sono risultati fallimentari non solo dal punto di vista economico: la congiuntura politica africana del periodo post coloniale è stata, infatti, animata da continui colpi di stato, dittature sanguinarie e repubbliche presidenziali criminali. Basti pensare a Bokassa nella Repubblica Centrafricana, a Mugabe in Zimbabwe, Dada in Uganda, Seko nell’ex-Zaire solo per fare alcuni esempi.
Il capitalismo occidentale ha immediatamente riconquistato l’Africa, attraverso alleanze strategiche con i gruppi oligarchici dei paesi che sono diventati i custodi dei progetti e degli interessi dei grandi poteri economici internazionali, collaborando in prima linea alla realizzazione del disegno neoliberista. Quello che in passato era stato inflitto attraverso il colonialismo e la schiavitù, adesso viene imposto dal potere delle multinazionali e dalle politiche economiche di organismi economici internazionali.
Le istituzioni preposte allo sviluppo, come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, esercitano il diritto di fissare la programmazione economica dei paesi riceventi, attraverso la presenza in loco di consulenti e di esperti e di imporre provvedimenti monetari e fiscali, particolarmente austeri, per correggere la crisi delle bilance dei pagamenti. Essi impongono una serie di misure, che vanno sotto il nome di “aggiustamenti strutturali”, finalizzate alla riduzione del debito estero dei paesi emergenti, con pesanti ripercussioni sullo sviluppo dei consumi e sulla crescita del mercato interno.
La povertà endemica dell’Africa muove un giro di affari vasto e redditizio, mettendo in circolo flussi finanziari miliardari in tutto il pianeta. Nonostante milioni di individui continuino a morire per malattie e denutrizione, i loro governi sono costretti a pagare miliardi di dollari ogni anno per adempiere agli interessi sul debito contratto con le organizzazioni finanziarie internazionali. Si stima che per ogni dollaro preso in prestito se ne paghino tredici.
Allo stesso tempo le multinazionali incrementano i loro profitti attraverso l’approvvigionamento di risorse e manodopera a bassissimo costo e favoriscono l’arricchimento e la corruzione delle élite locali; l’industria delle armi prospera con il dilagare di conflitti locali legati a spartizioni mai chiarite e una frotta di giornalisti, cooperanti e umanitari incentrano il loro lavoro su testimonianze il più delle volte preconcette e poco veritiere.
E’ il business della miseria e della sofferenza, la linfa vitale del modello economico neoliberista, che da tempo ha sperimentato nei paesi poveri quegli stessi metodi di depauperamento della popolazione che ha iniziato poi ad attuare presso le stesse popolazioni dell’Occidente, da cui il modello ha origine.
Negli ultimi anni i contributi a tale chiave di lettura della realtà sono divenuti sempre più numerosi, a cominciare dalla critica alla politica degli aiuti e della cooperazione allo sviluppo da parte di studiosi, economisti e attivisti, molti dei quali africani. Le politiche economiche del Fondo Monetario e della Banca mondiale trovano, infatti, sempre più dissenso a seguito del manifesto fallimento riscontrato negli obiettivi di sviluppo.
Per comprendere le ragioni dell’immutabile sottosviluppo del continente africano, che causa ogni giorno migliaia di vittime umane, è necessario uscire dalla trappola semplicistica degli schemi del passato e dei luoghi comuni. Anziché riversare tutte le responsabilità politiche ed economiche sulle antiche potenze coloniali, che di certo non furono poche, occorre ripercorrere la storia economica postcoloniale e analizzare perché in Africa le politiche di aiuto allo sviluppo non siano riuscite a creare le premesse per la nascita di un’industria locale, una popolazione alfabetizzata, un governo basato sui principi della sovranità nazionale e della democrazia, un’economia in definitiva in grado di svilupparsi autonomamente sfruttando le immense ricchezze del continente.

(tratto da “I coloni dell’austerity. Africa, neoliberismo e migrazioni di massa”, pubblicazione indipendente, 2018)

Libertà e informazione

di Claudio Messora

www.byoblu.com

Viviamo nella migliore delle società possibili? Il progresso è sinonimo di miglioramento? Abbiamo più
libertà oggi di quante non ne avessimo in passato? Sono domande alle quali la sensibilità comune tende a
dare risposte scontate: oggi siamo finalmente liberi, le grandi democrazie occidentali garantiscono i nostri
diritti fondamentali, concorriamo alla vita pubblica attraverso libere elezioni e così via. Di contro,
guardiamo al passato con un misto di sollievo e timore: che fortuna non essere vissuti ai tempi dei faraoni,
o nell’antica Roma, o nel Medioevo! Certo, le condizioni della nostra esistenza sembrano migliorate,
almeno a giudicare dall’allungamento dell’aspettativa di vita. La medicina ha fatto passi da gigante, la
tecnologia anche di più. Ma siamo più felici oggi di quanto non lo fossimo qualche secolo addietro? Questa
è la domanda fondamentale: qual è l’obiettivo della nostra esistenza? Avere 23 gradi in casa tutto l’anno,
rinchiusi il più a lungo possibile in una prigione dorata, o vivere serenamente, in armonia con il creato e con
la nostra specie, il tempo che ci è stato regalato su questa Terra? A ben vedere, tutte le domande in
apertura di questo articolo possono essere messe in discussione. Siamo sicuri, ad esempio, di vivere in una
democrazia compiuta? Winston Churcill, nel 1947, disse che la democrazia è la peggior forma di governo,
ad eccezione di tutte la altre. Sta di fatto che alla base di una democrazia ci sono i diritti politici, i quali si
fondano a loro volta sulla libertà di scelta dei cittadini, che prende corpo nel diritto di voto, che poi a sua
volta deve sostanziarsi in una concreta attuazione dei programmi che hanno ottenuto una maggioranza.
Tutto il castello crollerebbe se la scelta che esprimiamo alle urne non fosse libera. E quand’è che si sceglie
liberamente? Quando si hanno tutte le informazioni utili a formulare un giudizio. Tutto nella nostra vita è
informazione, sin dai tempi in cui i primi uomini, per sopravvivere, dovevano sapere con precisione dove
sarebbero passati i branchi di bisonti, perché se avessero avuto informazioni sbagliate sarebbero morti di
inedia. Allo stesso modo l’uomo moderno occidentale deve conoscere quante più informazioni possibili sul
suo paese, sulle istituzioni che lo amministrano, sugli uomini che le presiedono, su quelli che si candidano a
sostituirli, sui problemi che affliggono l’economia, il lavoro, l’ambiente, le politiche sociali, la salute e su
come risolverli. Se queste informazioni fossero manipolate, per la convenienza dei pochi a discapito dei
molti, allora la scelta sarebbe falsata, teleguidata, sbagliata, illusoria, dannosa. Però, da Heisenberg in poi
sappiamo che non esiste informazione senza manipolazione: l’osservatore cambia ciò che sta guardando, e
dunque quello che racconta non è altro che la sua personale rappresentazione della realtà. Forse non esiste
una verità assoluta, dunque, ma tante verità che rappresentano le angolazioni parziali dalle quali si guarda
il mondo. Così come la luce bianca, tuttavia, è composta da tutte le frequenze luminose sommate le une
alle altre, la migliore approssimazione della verità allora non può che passare attraverso la pluralità delle
fonti di informazione. Non a caso l’articolo 21 della nostra Costituzione garantisce la libertà di pensiero e di
parola, cioè la libertà di espressione che si deve ad ogni singola opinione. E da dove passano tutte le nostre
informazioni, oggi? Sono “plurali”? Per lungo tempo ci siamo informati attraverso un medium piramidale,
verticistico, appannaggio di pochi, da subire passivamente: la televisione, veicolo elettivo della propaganda.
La televisione ha sostituito quello che per gli antichi greci era l’Olimpo, e gli opinionisti dei talk show hanno
preso il posto delle divinità. Dopo la costituzione dei grandi network televisivi, dalla metà del secolo scorso
in poi, non siamo stati mai liberi. Se allora ci ponessimo di nuovo la domanda iniziale, “abbiamo più libertà
oggi di quante non ne avessimo in passato?”, forse dovremmo convenire che rispetto ad altre epoche
storiche, dove la comunicazione tra le persone era diretta, oggi viviamo in una immensa caverna di Platone
controllata da chi ha idonei mezzi finanziari, e che questo ci rende tutti molto poco liberi di scegliere. Certo,
da qualche anno è arrivata internet, la più grande rivoluzione dell’informazione dopo Gutenberg, ma i
tentativi di infiltrarla e censurarla sono innumerevoli e molto insidiosi. Sta ad ognuno di noi rivendicare e
difendere la pluralità delle fonti e, soprattutto, avocare a sé il diritto incomprimibile di ragionare fuori dagli
schemi, secondo il nostro insindacabile giudizio. Ogni volta che ci viene detto che non siamo in grado di
capire, che dobbiamo fidarci di altri – non importa chi lo dice – quello è il momento invece di chiedere
spiegazioni, di studiare e di compiere ricerche personali, perché siamo di fronte al chiaro, inequivocabile
segnale di un padrone in cerca di schiavi. E gli schiavi no, non sono liberi.

Cosa significa essere “europeista”?

di Davide Gionco

Il termine “europeista” è ambiguo.
Il significato dipende fortemente dall’opinione di chi lo usa.
Che l’Italia sia in Europa non è una scelta politica, è un dato geografico, storico e culturale. Innegabile.
Il concetto poco evidente a molti, ma molto chiaro a noi, è che “Europa” non coincide con l’istituzione “Unione Europea”.
Chi ha compreso, analizzando le politiche che la UE impone all’Italia (in modo acritico e non condizionato da quanto ci raccontano in TV e sui giornali), che la UE è una istituzione che persegue interessi privati delle lobbies finanziarie, a danno di centinaia di milioni di cittadini europei, non ha dubbi sul fatto che l’Unione Europea come è oggi configurata debba cessare di esistere.
Detto questo, se l’Italia si trova oggettivamente in Europa, è politicamente intelligente e saggio essere “europeisti”, intendendo per questo l’intenzione di sviluppare politiche di buon vicinato e, per quanto possibile, di collaborazione con gli altri popoli dell’Europa.
Per queste ragioni non ha alcun senso apprezzare o contestare chi si dichiara “europeista”, in quanto in un senso o nell’altro tutti siamo “europeisti”.
La questione fondamentale, invece, è capire che:
1) L’Unione Europea non equivale all’Europa
2) L’Unione Europea è una istituzione non democratica che sta distruggendo l’economia italiana per curare gli interessi di ristretti gruppi di potere economico internazionali.
Solo ieri registriamo le dichiarazioni pubbliche di Jean-Claude Junker “dobbiamo prepararci per lo scenario peggiore e il peggior scenario potrebbe essere nessun governo operativo” e “potremmo avere una forte reazione dei mercati finanziari nella seconda metà di marzo. Stiamo preparando questo scenario”
http://www.liberoquotidiano.it/news/esteri/13311928/elezioni-europa-jean-claude-junker-gufa-risultato-elezioni-italia-nessun-governo-operativo.html
La traduzione di queste parole è una evidente minaccia, simile a quelle recapitate all’Italia nel 2011, quando la “Troika” decise che l’Italia avrebbe dovuto inserire il pareggio di bilancio in Costituzione e che Mario Monti dovesse andare al governo al posto di Silvio Berlusconi.
In entrambi i casi lo strumento di minaccia è stata la “reazione dei mercati” nel caso in cui quanto richiesto dall’Unione Europea, alias Troika, non venga realizzato.
I “mercati” non sono un soggetto anonimo, hanno nome e cognome.
Ad esempio si chiamano Deutsch Bank
http://www.liberoquotidiano.it/news/economia/13289148/deutsche-bank-indagata-ha-causato-crisi-dello-spread-italia-.html
Ad esempio si chiamano Goldman Sachs
https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/09/12/barroso-a-goldman-sachs-il-contratto-dellex-presidente-ue-con-la-banca-daffari-sotto-la-lente-di-un-comitato-etico/3027226/
Ricordiamoci del “metodo” utilizzato da chi attualmente dirige la Commissione Europea.
Prima provano a fare passare le decisioni in loro favore senza che l’opinione pubblica se ne accorga, come ad esempio è avvenuto quando l’Italia ha sottoscritto il Trattato di Maastricht, di Lisbona o l’adesione all’euro, senza spiegare agli italiani le conseguenze di quella scelta.
Se devono imporre “riforme” (altro termine ambiguo) che la politica non è disposta ad appoggiare, allora prendono l’iniziativa i “mercati”, iniziando a speculare sui nostri titoli di stato, naturalmente con tutto il necessario supporto mediatico che terrorizza la popolazione.
Questa forma di dittatura è molto più raffinata rispetto a quelle del passato, in quanto la popolazione che la subisce non riesce a capire chi sia il vero dittatore.
Se essere “europeista” significa essere in favore di quanto sopra descritto, di questa Unione Europea che è uno strumento di potere in mano alle lobbies finanziarie, allora è evidente che nessuno di noi vuole essere europeista.
Se, invece, essere “europeista” significa pensare che i popoli europei debbano vivere con rapporti di buon vicinato, in pace fra loro e collaborando per quanto possibile, allora tutti siamo “europeisti”.
Essere “veri europeisti” significa, quindi, distruggere lo strumento dittatoriale che si chiama Unione Europea, per poi proporre nuove forme di cooperazione a livello continentale.

Verso un nuovo modello di società, verso un Nuovo Rinascimento Mediterraneo.

di Tiziana Alterio

Siamo in un tempo di naufragio. Il modello occidentale capitalistico e la stessa Europa, che ha totalmente sposato e promosso questo modello, sta navigando in acque molto tempestose.
Questa Europa che ha rivolto il suo sguardo più verso l’Oceano Atlantico che verso il Mediterraneo ha una sfida storica importante da affrontare. Continuare a percorrere la strada intrapresa oppure avere il coraggio di costruire una nuova Europa che sia in grado di proporre un modello di società alternativo alla massificazione e omogeneizzazione che la globalizzazione propone. Per cambiare direzione è necessario, innanzitutto, ripensare ad un rinnovato equilibrio tra il Nord-Europa e il Sud Europa.
Cosa sta vivendo il Nord Europa se non una fase di dominio e di imposizione della propria visione del mondo attraverso le politiche di austerità e di colonizzazione con l’acquisto di interi patrimoni del Sud-Europa? E, cosa sta vivendo il Sud-Europa se non una fase di subalternità economica, politica, culturale e sociale smarrendo sé stessa, la propria identità e la propria grandezza storica? Stiamo consegnando il nostro sé più profondo, la nostra unicità ad un modello di società distante dal nostro modo di vivere.
Se l’Europa capirà che questa sfida non solo la riguarda ma può aiutarla anche a costituirsi come soggetto nuovo rispetto al modello importato dagli Stati Uniti, saremo di fronte ad un Nuovo Rinascimento Mediterraneo e il luogo di questa rinascita è il Sud, non inteso geograficamente ma come ventre di quell’umanità che inizia a capire che le deviazioni della modernità e del progresso sono armi letali per la propria felicità. In questo senso il richiamo del Sud è la metafora del richiamo alla vita e alla felicità che si oppone al richiamo alla carriera e al denaro che ha reso l’uomo individualista e incapace di sentirsi parte di un universo più grande. Uno dei paradigmi fondamentali di una società ispirata ai valori Mediterranei sarà, invece, il recupero e la valorizzazione del saper fare che significa saper essere.
La meccanizzazione del lavoro e la conseguente industrializzazione hanno trasformato gli uomini in ingranaggi di macchine sempre più sofisticate alle quali apportare il semplice contributo di farle funzionare il meglio possibile. E lo stesso imprenditore, prostituendosi spesso alla logica del profitto e delle spietate leggi del mercato globale, è entrato a far parte del gioco del modello capitalistico perdendo la propria ricchezza. In questo processo l’uomo mediterraneo si è allontanato sempre di più dalla sua natura più profonda, dalla sua vocazione mediterranea, quella del saper fare creativo, perdendo la sua unicità e specificità. Un modo, per il sistema operante, per omologare e rendere le persone sempre meno soggetti pensanti e sempre più un consumatori funzionali.
Abbiamo permesso che chiudessero le nostre botteghe artigiane e il loro antico sapere legato allo spirito del territorio, per essere sostituite da negozi anonimi, multinazionali o rivenditori cinesi.
Il pensiero artigiano è, invece, un modus vivendi, è un pensiero che plasma la vita stessa poiché essere artigiano, qualunque lavoro si faccia, vuol dire pensare a quanto puoi crescere migliorando le tue abilità, ed avere tutto il tempo necessario per riuscirci, ce lo dice persino un noto sociologo americano Richard Sennett. I moderni artigiani sono quindi anche “i ricercatori di un laboratorio, le comunità che sviluppano sistemi di open source come Linux. L’artigiano si distingue per la sua capacità di unire al lavoro delle mani quello della testa e dell’immaginazione, al contrario di quanto avviene attualmente nel lavoro dove l’abilità tecnica è stata scissa dall’immaginazione”. Ma accanto al saper fare e alla ricerca dell’eccellenza, il nuovo paradigma di società dovrà capovolgere radicalmente il pensiero dominante di derivazione americana, per il quale nell’era della globalizzazione bisogna “pensare globale e agire localmente” (Think global, act local), un modo affinché il pensiero globale americano imposto a tutto il mondo diventasse un pensiero locale.
Nel Nuovo Rinascimento Mediterraneo bisogna invertire la rotta e “pensare locale e agire globale”. Ciò che è unico, ciò che è legato al territorio e alla sua storia deve diventare universale grazie ai nuovi strumenti offerti dalle tecnologie e dalle reti di comunicazione.
Dobbiamo dunque imparare a moltiplicare il valore dei talenti propri del Sud rendendoli globali e impedendo quello che sta invece avvenendo negli ultimi anni con l’acquisto di aziende italiane, greche, spagnole, portoghesi da parte di americani, coreani, cinesi che sono manchevoli del nostro saper fare ma che sanno molto bene moltiplicarne il valore, proprio ciò che noi dovremo imparare a fare.
Solo nella misura in cui il Sud riuscirà a recuperare il genius loci che vive nelle imprese artigiane e nelle Piccole e Medie imprese familiari – scrive Stefano Petrucci nel suo libro Comunicare Mediterraneo – ancora attente al prodotto e alla sua dimensione umana, allora si potrà rinascere indicando anche una nuova strada per uscire dalla crisi. Dunque, valorizzazione del genius loci, rispetto della natura e dell’ambiente, processi produttivi artigianali e fortemente caratterizzati dal luogo e adesione all’universo dei valori che si promuovono indicano anche un nuovo modo di pensare l’economia dove l’aspetto umano, la sinergia con la comunità del territorio, la salvaguardia della terra prevalgono sul mero profitto.
Ma cosa distingue questa nuova fase storica dal precedente periodo Rinascimentale? Sicuramente un modo nuovo di concepire l’uomo e il suo rapporto con la natura. Finita l’epoca buia del Medioevo, si entrò in una fase di splendore con un diverso modo di vedere il mondo e una nuova percezione dell’uomo in grado di autodeterminarsi, di coltivare le proprie doti e di dominare la natura, modificandola. Nel Nuovo Rinascimento Mediterraneo l’uomo dovrà invece integrare, dentro di sé e come coscienza collettiva, i valori sia maschili che femminili. Dovrà essere capace di armonizzare la parte razionale, e quindi la mente, con la parte più legata alle emozioni, e quindi al cuore. L’uomo del Nuovo Rinascimento dovrà chiedersi come contribuire ad un riequilibrio tra questi due eterni principi. E sarà colui che non dominerà più la natura, vista come terreno di conquista, ma sarà capace di integrarsi con la Grande Madre Terra, rispettandola. Sarà colui che saprà mettere l’uomo di nuovo al centro di ogni scelta e saprà, quindi, impostare una “nuova economia del dare” basata, innanzitutto, sulla qualità della vita piuttosto che sul profitto.